• lunedì, 18 Ottobre 2021

La proposta di CARLO COTTARELLI: «Calcio: azionariato popolare e quotazioni ragionate per i club»

DiMariano Boero

Ott 15, 2020

Business o romanticismo? Il calcio italiano è al bivio tra chi vede nei fondi di investimento il futuro delle proprietà e chi invece auspica che il mecenatismo di un tempo possa tornare in auge. Ma c’è una terza via. «Vorrei un azionariato popolare per i club calcistici in cui i veri proprietari siano i tifosi», dice Carlo Cottarelli, economista, professore universitario ed ex commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica. Ma Cottarelli è anche un grande appassionato di pallone e tifosissimo dell’Inter. «Non sono contrario a fare business, ma bisogna conciliare questo aspetto con la passione. Altrimenti – vado per assurdo – cambiamo i colori nerazzurri dell’Inter, li facciamo diventare bianco e arancione perché magari da una qualche ricerca risulta che funzionano meglio».

Il futuro del calcio, quindi, per lei non è nei fondi?

«Io sono abituato a società in cui il proprietario è il primo tifoso. A me questo calcio in cui il padrone della società non ha idea di quella che è la sua storia e che a malapena conosce i giocatori che ci sono non mi piace. Il calcio è una cosa diversa da tutto il resto del business, perché è basato sul cuore e sull’entusiasmo. Vedere questi che comprano una realtà e non hanno idea di che cosa stanno acquisendo e che come unico obiettivo hanno quello di fare soldi non mi piace. Il profitto va bene in tutte le altre aree, ma nello sport ci dovrebbero essere altre cose».

Marco Patuano, nel cda del Milan e tifoso rossonero, a il Bollettino ha spiegato che l’ingresso dei fondi nel calcio è ineluttabile per poter stare sul mercato…

«Non dico che non sia così, probabilmente ha ragione. Ci sono tante cose che sono ineluttabili, anche la morte lo è. Ma a me non piace…».

Ma come funziona l’azionariato popolare?

«Come funzionano altri club all’estero, tipo il Barcellona che ha un azionariato del genere. Tanti piccoli azionisti mettono una quota che rappresenta la dotazione iniziale del capitale. Poi ci sono altri investitori, anche piccoli fondi ma non con un ruolo di controllo. E comunque la società deve reggersi sulle sue spalle, ha entrate e spese. Non vedo perché se ci riescono squadre top all’estero non possa riuscirci una squadra italiana».

Con la congiuntura economica in atto, nel calcio italiano è possibile realizzarlo?

«In Germania una legge regola l’azionariato popolare, nessun azionista può detenere più del 50% delle quote di un club. Non so se qui, in assenza di una legge, i proprietari attuali possano avere una lungimiranza tale da rinunciare al controllo».

Però lei continua a sognarlo. Due anni fa insieme ad alcuni amici e colleghi ha creato “Interspac”, un Srl che ha come obiettivo quello di acquisire quote minoritarie della sua squadra del cuore, l’Inter. A che punto siamo?

«Al punto zero. La società esiste ancora ma non stiamo facendo niente. Ci deve essere un interesse da parte degli attuali proprietari che evidentemente non c’è».

Ma il progetto rimane…

«La società esiste ancora…»

Possibile avere un manager tifoso, quindi?

«Il manager non deve essere tifoso ma il proprietario sì. Moratti negli ’60 aveva Italo Allodi, che poi andò alla Juventus. Ma Moratti non ci andò. È questa la differenza. Moratti non ha comprato la Juve perché ha visto una business opportunity. Un manager può cambiare squadra come fanno i calciatori, ma un proprietario non cambia casacca o idea». 

C’è ancora spazio per questo oggi?

«Vedo sempre meno romanticismo ma a me il calcio continua a piacere. Dico soltanto che ci sono certe cose che proprio non mi piacciono».

Per esempio i conti condizionati dalla pandemia…

«Un nuovo lockdown sarebbe insopportabile, anche per lo sport e sarebbe una bella botta per tutta l’economia. Io spero non sia necessario farlo e che non ci sia un’impennata dei contagi come nel mese di marzo. Già l’assenza del pubblico negli stadi influisce negativamente sui conti dei club».

Il calcio, specchio della società.

«Le squadre devono stare nei conti. Non è che adesso ci mettiamo a dare soldi pubblici per sussidiare lo stipendio di Ronaldo, per fare un esempio. Se ci sarà un altro lockdown o semplicemente uno stop inevitabilmente bisognerà ridurre i costi. Poi c’è la questione che riguarda quelli che lavorano nel mondo dello sport con stipendi bassi, ma è un altro discorso».  

In questo contesto, come vede la possibile quotazione dei club in Borsa?

«Quotarsi in borsa va bene se l’intenzione è di fare qualcosa di diverso dal raccogliere un po’ di soldi. Se c’è una proprietà che riflette il tifo e i tifosi allora sì, altrimenti bisogna chiederlo a chi vuole fare soldi con il calcio. Anche in questo vedo la quotazione come una forma di azionariato popolare altrimenti non mi interessa».

Il suo sogno che ritorna

«Ma è difficile adesso, se le proprietà non vogliono consentire l’entrata… Non si può fondare una nuova società e chiamarla “la nuova Inter”».

Però Interspac rimane ancora lì…

«Ma si, non si mai. Sentimentalmente qualcuno non vuole chiuderla…».

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