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ROSSANA ORLANDI, la gallerista milanese fa un bilancio: «Design: il mercato soffre, ma le vendite online sono triplicate»

DiMatteo Vittorio Martinasso

15 Ottobre 2020

Soffrono l’effetto della pandemia anche i settori dell’arte e del design. I numeri della Design Economy però danno speranza per il futuro, confermando il ruolo di leadership del Made in Italy, con oltre 29mila imprese di settore e un fatturato pari a 4,3 miliardi di euro – che corrisponde allo 0,3% del pil nazionale – e oltre 48mila addetti. Un sistema che pone il nostro Paese al 1° posto in Europa per numero di imprese di design attive e al 2° posto per fatturato. Ma nonostante i collezionisti nei mesi scorsi abbiano continuato ad acquistare opere di valore anche durante i mesi del lockdown le vendite delle gallerie d’arte, secondo un’analisi di Clare McAndrew per Art Basel e Ubs, sono calate del 36% con una conseguente perdita di un terzo di fatturato nei primi sei mesi del 2020. «Ripartire con la Milano Design City, è stato un passo decisivo e vitale per il settore dell’arte», spiega la gallerista Rossana Orlandi, signora del design milanese, che ha allestito le mostra We are nature e Ro Guiltlessplastic al Museo della Scienza e della Tecnica della città lombarda. «Milano da sempre è il luogo del design per eccellenza verso cui tutto il mondo rivolge lo sguardo, vedendolo come un faro sia da un punto di vista del trend e dello spirito, sia da quello economico. Se questo faro si fosse spento definitivamente, avrebbe lasciato al buio molte aziende. Essere riusciti a fare una design week, sebbene in miniatura e in un periodo di calendario non canonico, è stato molto importante per non interrompere il lavoro di tutta la filiera, dai progettisti alla stampa. È stato un atto di grande responsabilità».

È cambiato il metodo d’acquisto da parte di filantropi d’arte e di design in questi ultimi mesi?

«Il mercato ha una lunga esperienza. Nomi storici sono stati mecenati e filantropi delle Arti. Il design ha anche storicamente un settore dedicato al vintage nel secondary market. Ci sono però ormai designer talmente importanti e capaci i cui lavori sono paragonabili a vere e proprie opere d’arte, con il tipico meccanismo che appartiene a quel tipo di mercato. È una questione di cultura, che man mano deve essere divulgata perché sia apprezzata e seguita».

Come commenta i dati secondo cui, nel primo semestre, le vendite delle gallerie si sono ridotte di un terzo rispetto al 2019, sono scese del 36% in Italia, mentre in Asia del 41% con picchi del 55% nella Cina Occidentale?

«Bisogna far sì che le persone abbiano i soldi da spendere per far crescere il mercato. E quello che ha fatto la Cina è stato creare lavoro e, da lì, una nuova economia. Non ha lasciato a casa i propri cittadini, pagandoli per starci, come invece è accaduto in altri Paesi». 

Facendo un bilancio di questo anno così particolare, quali danni ha subito il mondo del design a causa della pandemia del Covid-19?

«Il bilancio purtroppo non è positivo. Il mercato estero manca e anche quello italiano ha subito un forte calo. Le perdite ci sono, ma sono ottimista perché credo che lavorando tutti insieme, uniti e coesi, riusciremo a superare questo difficile periodo. E poi in questi mesi il mondo del web e le vendite online incredibilmente ci hanno aiutato tanto…».

Le vendite online delle gallerie sono passate dal 10% al 37%: il 74% erano già clienti mentre il 29% non aveva mai acquistato online… come commenta questi dati, possono essere incoraggianti per la ripresa del settore e per aprire nuovi canali di scambio?

«Sì lo sono perché la tecnologia, se usata in modo appropriato, è indubbiamente un incredibile strumento di lavoro. A noi esseri umani l’arduo compito di saperla usare con responsabilità, per trarne il massimo beneficio».

Opere d’arte e di design oggi possono essere un valido bene rifugio, di investimento?

«Sempre di più. È un modo completamente tipico dei Paesi stranieri lavorare in questo senso. L’Italia sta cominciando a muoversi in questo senso, ma c’è ancora molto da fare».

Il mondo dell’arte rischia di ridursi e eclissarsi a livello mondiale?

«Io sono ottimista per natura, ma senza la voglia di fare e la responsabilità dell’agire non si va da nessuna parte. L’arte e il design sono capaci di una incredibile fascinazione per cui non credo a una possibile eclissi. La sindrome di Stendhal esiste e per fortuna non smette mai di mietere le sue vittime».

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