• martedì, 4 Ottobre 2022

La perdita di fatturato per il settore ristorativo è di 42 miliardi. L’appello di Musacci, Vice Presidente Fipe: «Lasciateci aperti fino alle 23. Siamo in ginocchio»

Mondo dei locali e della ristorazione in ginocchio. Sono 50.000 le imprese a rischio chiusura e 350.000 i dipendenti in bilico, per una stima di perdita di fatturato che si aggira intorno ai 42 miliardi. L’ultimo DPCM del Governo che obbliga il comparto alla chiusura alle 18 è un punto di non ritorno. Domani il settore scende in piazza, in dieci città italiane, in segno di protesta. «Siamo delusi, le misure non salveranno il settore – afferma Matteo Musacci, Vice Presidente Fipe – è molto difficile accettare dopo sette mesi una nuova chiusura. Molto preoccupante è anche la rabbia sociale, la disperazione. Sono tanti sentimenti messi insieme che provocano una sensazione di impotenza».

Quale il senso della protesta di domani?

«La Fipe è contraria alla chiusura alle 18 e non vede assolutamente di buon occhio i provvedimenti annunciati. La manifestazione era nata in un contesto completamente diverso rispetto a quello attuale. Volevamo chiedere aiuti ma con il comparto aperto, oggi chiediamo misure a comparto chiuso. Per molti non serviranno a nulla, non sono abbastanza».

Proviamo a spiegare il valore economico e sociale del settore?

«La perdita sul fatturato di 42 miliardi si riferisce al settore aperto. Oggi è un calcolo da rifare. Il nostro era l’unico comparto che nei mesi di gennaio e febbraio aveva segnato un aumento del fatturato rispetto all’anno precedente, era trainante per l’economia, grazie anche alla sua filiera lunghissima. È una debacle».

Andrà sempre peggio?

«Spero che dicembre sia salvo. Io non credo che queste chiusure faranno rientrare la curva del contagio. Gli interventi andrebbero fatti altrove e non su di noi: i dati dimostrano che il contagio non risiede nei ristoranti. Temo che il 24 novembre ci sentiremo dire di non aprire ancora».

Quale secondo lei la soluzione?

«Rimanere aperti, anche fino alle 24, con aiuti. Abbiamo costi fissi altissimi: frigoriferi sempre in funzione, abbiamo il problema della deperibilità della merce che andrà buttata. La perdita è enorme. Questa situazione segna la fine di un’epoca: cambierà il modo di intendere la ristorazione, il bar e si dimezzerà l’offerta».

Rimanere aperti basterà?

«Il paradosso è che a noi è stata chiesta una cosa che facciamo dal 18 maggio ed è andata bene per tutta Italia. Oggi non va più bene ma ci devono spiegare perché. Lasciateci aprire nel pieno rispetto delle regole, chiudete chi non le osserva. Dateci il credito d’imposta ma lasciateci lavorare. Abbiamo anche investito tanto per metterci al pari dell’emergenza Covid. Per poter usufruire dei dehor esterni ci sono imprenditori pronti ad investire anche 20mila euro».

Il bonus ristorazione?

«E chi compra la merce? Sarebbe meglio lasciarci aperti con l’Iva al 5% perché anche l’Iva è una tassa che ci sta ammazzando».

Cosa accadrebbe con un secondo lockdown?

«Questo è l’escamotage  politico più furbo per evitare di chiamare le cose con il proprio nome. Per noi è già lockdown ed immaginare la chiusura alle 18 fino a fine anno, perdendo tutto il Natale, vuol dire spazzare via tutto il nostro settore».

Come se lo immagina il futuro?

«Viviamo alla giornata, non possiamo fare più programmazione».

Il Governo come sta gestendo l’emergenza Covid-19?

«Forse l’emergenza sanitaria è stata gestita bene ma quella economica malissimo.  Quest’estate eravamo aperti e nessuno si preoccupava dei contagi. Oggi che sono aumentati siamo gli unici insieme a pochi a dover chiudere».

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