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Silvia Zanella, autrice de “Il futuro del lavoro è femmina”: «I pink collar saranno sempre più richiesti»

DiMatteo Vittorio Martinasso

1 Novembre 2020

A conquistare il mercato del lavoro post pandemia saranno le donne. «Nei prossimi anni si stima che a fronte del tramonto dei blue collar – visto che con il progredire dell’automazione esisteranno solo operai specializzati in grado di visionare il funzionamento della macchine – ci sarà un notevole aumento dei pink collar», dice Silvia Zanella, manager e autrice del libro “Il futuro del lavoro è femmina” (Bompiani).

«La sensibilità femminile, senza nulla togliere agli uomini, diventerà un valore aggiunto e tutte quelle professioni legate alla salute, al benessere e alla cura della persona rappresenteranno uno sbocco lavorativo importante per le donne». Una boccata d’ossigeno per una fetta professionale duramente colpita dagli stop imposti dal lockdown, come dimostra uno studio dell’organizzazione italiana WeWorld che indica come fascia femminile più danneggiata quella tra i 31 e i 50 anni. Entrando più nello specifico, il 71% delle signore non ha ricevuto alcun tipo di aiuto e l’85% delle mamme di età compresa tra i 18 e i 30 anni si sono prese cura dei propri figli da sole. Un dato che stride con l’effettivo fabbisogno di forza lavoro proprio nel settore rosa. «Femminili sono le competenze che saranno sempre più richieste in ambito professionale, perché nessun robot sarà in grado di replicare le cosiddette soft skills, ovvero le capacità emotive e relazionali».
Quindi come evolverà il mercato?
«Non si tratta di capire chi vincerà la battaglia tra uomo e la macchina, ma di come cambieranno la gestione del tempo e dello spazio di lavoro, le relazioni e la nostra identità, il modo di cercare e di vivere un impiego. Il carico famigliare, infatti, grava quasi sempre sulla parte femminile della coppia, tanto che il 31% delle disoccupate è costretto a rinunciare o comunque a rimandare la ricerca di lavoro e il 24% annulla o posticipa le proprie attività programmate per dedicarsi ai propri figli».
Le donne possono sperare in un futuro professionale migliore?
«Assolutamente sì perché, in questa fase di ripresa del mercato del lavoro, abbiamo le redini in mano per disegnare il futuro. Questo non significa soltanto rivedere le posizioni manageriali e il modo di lavorare ma intervenire anche sull’ecosistema umano, con una particolare attenzione alle coppie e alle famiglie. Anche se la maternità continua a essere un fattore limitante per le donne».
Oltre a questo c’è anche il rapporto tra i giovani e il lavoro a essere messo in discussione…
«Secondo un’analisi del CRM mobile condotta su ragazzi di un’età compresa tra i 22 e i 37 anni, per il 52% di loro benefit e “lavoro agile” contano di più della cifra indicata nell’ultima busta paga. Questo significa che sarebbero disposti a rinunciare sino a 3 mila euro di stipendio all’anno (250 euro al mese), pur di essere inseriti in programmi di smart working, per poter gestire in modo autonomo il proprio tempo. La quantificazione economica del lavoro una volta era il primo motivo di scelta, mentre oggi i millennials danno la precedenza a un equo bilanciamento tra vita lavorativa e privata».
Vista la costante mobilità occupazionale, ormai è sempre più comune entrare nel mercato del lavoro con un impiego e poi cambiarne molti altri lungo la propria vita professionale
«Sì, i giovani di oggi devono essere pronti a mettere in conto di non fare lo stesso lavoro da quando finiscono di studiare sino all’età pensionistica e, anche quelli che eventualmente ci riusciranno, dovranno adeguarsi ai cambiamenti della loro professione nel tempo. Credo che sia giusto consigliare agli adulti di domani di non focalizzarsi su una sola mansione ma di sviluppare l’attitudine a imparare sempre, riuscendo a saper gestire i cambiamenti, perché questa sarà la carta vincente per il percorso professionale delle nuove generazioni».

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