• domenica, 2 Ottobre 2022

Vincenzo Spera, Presidente Assomusica: «Calo del 97%, persi 650 milioni»

Un calo del fatturato che rasenta il 97%. Con 4000 concerti sospesi – tra cui 16 festival rimandati o cancellati – che hanno coinvolto più di 100 artisti, la perdita dell’industria musicale dall’inizio della pandemia a oggi è di 650 milioni. Un miliardo e 500 milioni invece la cifra di sottrazione sull’indotto dell’intera filiera compreso il turismo collegato agli spettacoli dal vivo. Duecentosessantamila gli occupati del settore. «La percentuale di perdita deriva dal calcolo sulla vendita dei biglietti», dice Vincenzo Spera, Presidente di Assomusica, l’associazione degli organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo. «Se a questo aggiungiamo che molti rivendono spettacoli in forma gratuita, è chiaro che continueremo a perdere. Questo sarà l’andazzo fino a fine anno ed è una tendenza europea purtroppo, confermata dai miei colleghi in Germania e Spagna: anche lì la percentuale oscilla tra il 95 ed il 99%»


All’inizio dell’emergenza sanitaria si capiva che il suo settore sarebbe stato tra i più penalizzati da questa situazione…
«Siamo stati i primi a chiudere e saremo gli ultimi a riaprire. Credo che per due anni dovremo imparare a convivere con le incertezze, ma dobbiamo lavorare affinché si riparta al più presto e progettare un futuro che non lasci nessuno per strada e che ci veda crescere come negli ultimi otto anni. Non siamo arrabbiati ma c’è molto sconforto e delusione: ci siamo illusi che potesse andare diversamente».
Sono coinvolti tanti lavoratori con contratti a tempo determinato, ma anche quelli senza inquadramento: questi ultimi non percepiscono nemmeno la cassa integrazione
«Sì, sono invisibili e questo è il problema chiave. Non c’è un riconoscimento professionale ma esistono e bisogna inquadrarli. La paura, come testimoniano i dati inglesi (perdita lavoro per il 50% degli addetti a tempo indeterminato e 26.000 degli addetti intermittenti, ovvero a chiamata, hanno già perso il lavoro) è che molti di loro non avranno più un posto nel mondo dello spettacolo».
Qual è la preoccupazione maggiore?
«Non dobbiamo mettere sul tavolo preoccupazioni ma soluzioni. Il problema è progettare la ripresa con delle idee e puntare al superamento degli steccati tra un genere d’arte e l’altro. La cultura deve essere trasversale e bisogna immaginare nuove modalità di fare spettacolo, che siano più sinergiche e interdisciplinari. Un lavoro di prospettiva che ci guidi nei prossimi dieci anni».
Come per esempio la trasposizione del live su piattaforma?
«È solo un palliativo. Assistere in poltrona a uno spettacolo aumenta la voglia di andare a vedere i propri beniamini dal vivo».


Come rappresentante di Assomusica che cosa chiede al governo per tornare a respirare?
«Che venga rispettata l’indicazione del Parlamento Europeo del settembre 2020 di destinare almeno il 2% del Next Generation EU ai progetti per la cultura. Abbiamo chiesto con urgenza un tavolo tecnico permanente per dialogare su realtà e prospettive. Finalmente il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini ha accolto il messaggio. Tra le proposte c’è l’immediato ristoro per il settore a tutte le categorie, senza distinzione di fatturato (la crisi sta colpendo i piccoli e i grandi allo stesso modo); l’individuazione di tutti i soggetti ai quali è vietato lavorare supportandoli con misure economiche adeguate che abbiano come orizzonte minimo il mese di maggio 2021; l’elaborazione di modelli di apertura progressiva dei luoghi di spettacolo graduale e in almeno 3 fasi; la sinergia tra i vari soggetti e strutture finanziate con quelli non finanziati e messa a disposizione degli spazi pubblici a titolo gratuito per almeno 18 mesi. Infine chiediamo l’utilizzo dei fondi del nuovo programma Creative Europe che, per la prima volta, ha inserito il finanziamento anche per la musica dal vivo contemporanea».
Concretamente che cosa andrebbe fatto?
«Lo Stato non conosce il valore sociale, economico, emozionale dell’industria musicale. Chiediamo di intervenire, ma per farlo bisogna capire bene la situazione. E questo manca. Attualmente il governo, molto impegnato sull’aspetto sanitario, non ha attivato alcun tipo di struttura collaterale per dialogare con il nostro settore per fare programmazione. Dobbiamo essere capaci di individuare fin da ora gli eventuali scenari di ripartenza, altrimenti quando il virus sarà debellato, ci troveremo impreparati e perderemo mesi».
Viste le ultime novità sulla probabile disponibilità dei vaccini, quando torneranno secondo lei i concerti dal vivo?
«Non prima di aprile o maggio prossimi: in che dimensioni e in che spazi non lo so».
Fino ad allora non sarà facile andare avanti: in che modo riuscirà a barcamenarsi chi lavora nel settore?
«Non lo so… Proprio per questo occorre una misura ancora più sostanziosa, che ci dia la possibilità di sopravvivere».

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