MODA Mario Boselli, Presidente onorario della Camera della Moda e di Fondazione Italia Cina: «Il calo è del 30% ma gli affari con la Cina ci aiuteranno a risalire»

Moda in ginocchio per l’emergenza sanitaria. «Purtroppo è uno dei settori industriali più colpiti dagli effetti della pandemia, con una contrazione molto marcata nel primo semestre dell’anno che ha coinvolto l’import e l’export», spiega Mario Boselli, Presidente della Fondazione Italia Cina e Presidente Onorario della Camera Nazionale della Moda Italiana, dove per anni ha lavorato con Beppe Modenese, recentemente scomparso. «Ho cominciato a collaborare con lui nel 1985. Poi, per ben 15 anni, siamo stati partner nella Camera Nazionale della Moda Italiana, della quale siamo poi divenuti entrambi presidenti onorari. Il grande cordoglio per la sua scomparsa e l’unanime riconoscimento che gli è stato tributato rappresentano la miglior testimonianza del suo grande valore». Un uomo che, proprio come lui, si sarebbe rimboccato le maniche in un momento così delicato per il settore. «Secondo i Fashion Economic Trends della Camera della Moda, parliamo di un calo di fatturato del 30%, che – stando alle previsioni – si aggirerà tra il -27% e il -29% per l’insieme moda e settori collegati. La situzione ha pesato su tutti i comparti, con una dinamica più marcata nella filiera pelle e calzature, rispetto a quella tessile. E non è andata certo meglio per gioielleria, bigiotteria e occhialeria».


Bisogna puntare anche su import ed export per uscire dalla crisi: quali sono gli attuali rapporti tra l’Italia e la Cina per il mercato manifatturiero?
«Le esportazioni verso la Cina e Hong Kong hanno subito subito una contrazione (Cina -27,5%, Hong Kong -29,3%), visto che lì sono stati i primi ad essere toccati dall’emergenza sanitaria, ma da marzo in poi il fenomeno ha riguardato quasi tutti i Paesi. Non è andata meglio per le importazioni, con un calo del 5% di quelle verso la Cina nel primo trimestre. L’ultimo rapporto di Altagamma ci fa però ben sperare per la ripresa, poiché stima per il 2021 una crescita a doppia cifra in tutti i comparti mediamente del 14%, con il consolidamento del retail digitale (+22%) e del mercato cinese (+18%), che ha già dato segnali di forte reazione. Quanto accade in Cina ha effetti immediati e profondi anche sugli altri Paesi e possiamo essere sicuri che la ripartenza asiatica sarà ben presto seguita da una ripartenza a livello mondiale».
Le nuove chiusure decise dal governo che scenari prospettano?
«Le chiusure molto articolate che si stanno verificando nei vari Paesi del mondo occidentale, Italia compresa, fanno emergere chiaramente una battuta d’arresto del processo che si era positivamente avviato la scorsa estate con l’attenuazione della crisi del coronavirus. Per certi aspetti questa fase incide più pesantemente sui comportamenti dei consumatori psicologicamente delusi e frustrati da questa ricaduta. Questa situazione potrebbe essere completamente modificata da un cambiamento sostanziale della crisi epidemica derivante, per esempio, da una ampia diffusione del vaccino anti Covid-19. In questo caso si potrebbe verificare in modo ancor più rilevante rispetto al passato il fenomeno del revenge shopping (gli acquisti per vendetta), come avvenuto in Cina».


Come stanno adesso le cose lei come vede il futuro del settore?
«Per i grandi gruppi, che sono universalmente presenti con le loro strutture distributive, soprattutto monomarca, non vedo particolari problemi salvo un temporaneo ridimensionamento dei fatturati e della redditività. Il problema è piuttosto per le aziende di dimensioni più ridotte che, pur realizzando ottimi prodotti dal punto di vista qualitativo e della creatività, operano prevalentemente sul mercato domestico o europeo, che soffrono entrambi di una crisi di consumi interni e della quasi totale assenza di turismo internazionale, che nel passato ha sostenuto queste imprese. Per le aziende della filiera a monte, quella tessile di eccellente qualità, l’andamento è condizionato dalla loro clientela. Ovviamente è meno brillante la situazione per il circuito nazionale».


In che modo si svilupperanno i rapporti e si avvieranno eventuali collaborazioni tra Italia e Cina?
«Per la moda italiana verso la Cina i grandi gruppi internazionalmente conosciuti approfitteranno dell’andamento positivo del mercato asiatico. I brand cinesi, soprattutto di aziende di dimensioni medie che propongono collezioni di un certo interesse per l’Italia, risentiranno della situazione attualmente negativa».
Ad oggi investire nella moda può essere considerata una buona mossa finanziaria?
«Se consideriamo un trend di medio-lungo termine potrebbe essere conveniente. A breve invece vedo soprattutto la possibilità da parte di aziende ben patrimonializzate, con buone situazioni finanziarie e una struttura managerializzata di cogliere delle opportunità di acquisto di aziende in difficoltà, connesse proprio alla contingente crisi dei consumi, con l’obiettivo di rinforzarle per poi rilanciarle».