• mercoledì, 5 Ottobre 2022

SCI Flavio Roda, Presidente FISI: «In pericolo un giro di affari di oltre 10 miliardi di euro»

DiMariano Boero

1 Dicembre 2020 , , ,

Soffre il settore sciistico dopo la tegola caduta dal governo. La non riapertura degli impianti di risalita decisa a fine novembre mette in crisi una realtà che lo scorso anno ha contato più di 11 milioni di italiani che hanno messo almeno una volta gli sci ai piedi. Di questi, 6,2 milioni hanno fatto la settimana bianca, cui vanno aggiunte le decine di migliaia di turisti stranieri che solitamente scelgono le località nostrane per le loro vacanze sulla neve. Il giro d’affari complessivo attorno agli impianti sciistici supera i 10 miliardi di euro ogni anno tra impianti, alberghi, ristoranti e cresce ancor più considerando l’indotto. Una vera a propria azienda che crea in totale circa 120 mila posti di lavoro, di cui quasi 15 mila stagionali, che oggi vive un momento di grande difficoltà.

«Rischiamo il collasso. E con noi tutto il sistema montano a 360 gradi, dal lavoro all’impiantistica fino alla tutela del territorio», spiega Flavio Roda, presidente della Federazione italiana sport invernali. A causa dell’emergenza sanitaria che ha ricominciato a farsi sentire pesantemente nel nostro Paese, il governo esclude la possibilità che l’attività sciistica possa prendere il via, nemmeno con numeri ridotti o seguendo protocolli di sicurezza particolari. «Davvero un disastro. La parte sanitaria è primaria, con la salute non si scherza. Ma allo stesso tempo non si può non pensare a tutte quelle persone che hanno bisogno di tornare a lavorare. E se non si parte, non si recupera».
Dall’icona Alberto Tomba alla campionessa del mondo in carica Federica Brignone sono arrivati appelli per un cambio di rotta. Ci sperate ancora?
«I nostri sono sport individuali, fatti all’aria aperta. Abbiamo studiato tutti i protocolli necessari per riprendere l’attività. Ma se le stazioni sciistiche non possono aprire diventa tutto ingestibile. In previsione del Natale – periodo solitamente di grande afflusso sulle piste – la perdita economica sarebbe enorme. Impianti, alberghi, occupazione, indotto. Impensabile tenere tutto chiuso».

L’azzurra Marta Bassino


Le criticità sono prevalentemente due: le code che si formano agli impianti di risalita e gli assembramenti nelle cabinovie e nei rifugi
«Nelle nostre linee guide abbiamo previsto controlli rigidi da parte dei gestori su mantenimento della distanza e utilizzo della mascherina continuo quando non si scia. Per le cabine bisogna fare come per il trasporto pubblico, posti contingentati e distanza di sicurezza, mentre nei rifugi è più semplice: devono valere le stesse regole adottate da bar e ristoranti, sia per l’afflusso numerico sia per la chiusura in contemporanea degli impianti per evitare assembramenti. È un protocollo semplice e di facile applicazione».
Che prevedrebbe ulteriori costi. Ma se non si riparte?
«In tanti stanno già provando ad adattarsi per essere pronti quando e se ci sarà il via libera. Io sono il primo a capire quanto sia delicato il momento, però noi tutti avremmo bisogno di maggior chiarezza sul futuro perché per tante persone partire o no cambia completamente la vita».
In pratica per tutti i lavoratori del settore e, in particolare, per gli stagionali
«Viene sottovalutata l’importanza della stagionalità. Ci sono tantissime persone che, lavorando duramente nei 4 o 5 mesi invernali, si garantiscono il sostentamento per tutto l’anno. Molti, per quanto riguarda le attività in montagna, diventano di fatto stanziali perché in estate magari lavorano sul territorio con altre mansioni. Se venisse meno la stagionalità, troppe persone non saprebbero che fare».


Lo sci non è solo divertimento…
«La montagna è tanto bella ma, nella sua bellezza, è anche fragile e soffre di tanti problemi. Produce un grande indotto ma sempre a rischio, influenzato dalle condizioni atmosferiche e da un periodo temporale comunque limitato. Non aprire – come di consueto – l’8 dicembre ma anche solo un mese più tardi cambia davvero tutto».
Che cosa chiedete alle istituzioni?
«Gli aiuti sono importanti ma vorremmo soprattutto avere la possibilità di programmare. Il sostegno che vuole la gente della montagna non è un sostegno economico fine a se stesso per non far niente. Tutti abbiamo voglia di operare e di lavorare, con gli accorgimenti del caso».
Non ripartire per quest’anno sarebbe una condanna
«Abbiamo grandi strutture, grande tradizione, le opere sono migliorate tantissimo negli anni e realizzate nel rispetto dell’ambiente. Tutti nel nostro mondo sono molto attenti al territorio: per questo verrebbero a mancare non solo risorse ma anche attenzioni e cure per tutto quello che è incluso nel mondo della montagna. Rischiamo su tuti i fronti. Avere persone che lavorano su Alpi e Appennini significa salvaguardare e preservare il territorio».


Lei è stato atleta, allenatore – tra gli altri di Alberto Tomba – e ora presidente federale. Mai come oggi si viaggia su due binari: l’agonismo va avanti, il resto è a forte rischio
«Sinceramente non è gratificante in questo momento fare attività agonistica. La nostra è una delle poche federazioni che opera anche in funzione della realtà montana. In ogni momento ci sentiamo parte integrante di questo sistema e di tutto quello che vi ruota attorno e vorremmo che riuscisse a ripartire».
L’Italia ha poi di fronte due sfide sportive. La prima, i Mondiali di sci di Cortina 2021, a febbraio
«Stiamo lavorando perché possano essere fatti, non pensiamo nemmeno a una cancellazione, abbiamo già investito molto. Se, come crediamo, non ci sarà il pubblico sarà un Mondiale più mediatico ma l’importante è farlo e farlo bene».
E poi le Olimpiadi del 2026, un giro d’affari enorme.
«Si tratta di una grande sfida per l’intero Paese. Un’Olimpiade di questo genere che abbraccia tutto l’arco alpino è davvero affascinante. Il 2026 sembra lontano ma in realtà è domani. Bisogna fare molte cose, alcuni siti olimpici vanno preparati altri abbiamo la fortuna che siano già perfetti. Dovremo farci trovare pronti».

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