• lunedì, 3 Ottobre 2022

Barcellona, taglio degli stipendi del 30%. Trema la Liga, la serie A invece…

Scongiurato il fallimento per il Barcellona, uno dei club calcistici più famosi e importanti al mondo. Per sopravvivere la società catalana ha raggiunto un accordo con i suoi dipendenti, calciatori in primis, per un taglio degli stipendi nell’ordine del 30%. Il Barcellona potrà così risparmiare 122 milioni di euro di retribuzioni fisse e circa 50 milioni sulle cosiddette retribuzioni variabili spalmate nei prossimi tre anni e salvarsi dalla bancarotta. Ma le conseguenze rischiano ugualmente di essere pesanti, dentro e fuori dal campo. E i tifosi tremano: riuscirà il Barcellona a trattenere il fenomeno Messi, il cui contratto da circa 100 milioni annui è in scadenza alla fine della prossima stagione? Molto difficile viste le legittime ambizioni di uno dei calciatori più forti del mondo di puntare a ingaggi top. Con le squadre di tutta Europa, italiane incluse, che iniziano a sognare.
E alla luce dei fatti in molti in Catalogna si chiedono se si sia stato giusto il braccio di ferro per trattenere l’argentino la scorsa estate. Mentre il canale tv “El Chiringuito”, solitamente molto ben informato sul calciomercato, parla del futuro senza dubbi e dice che «il Barcellona non ha più soldi per pagarlo, se ne andrà a giugno». Il presidente del comitato Direttivo del club Carles Tusquets è stato drastico sul recente passato: «Da un punto di vista economico, avrei venduto Messi in estate. Sarebbe stato desiderabile, per i soldi che avremmo ricevuto e per quelli che avremmo risparmiato.

La Liga esige un tetto salariale e questo avrebbe aiutato». L’ex presidente, e candidato per il prossimo mandato, Joan Laporta invece è già in campagna elettorale e apre al futuro della “Pulce” in blaugrana. «È meglio che rimanga e cercherò di convincerlo. Abbiamo contatti con Leo, io ne ho personalmente ma prima devo avere l’autorità di essere presidente…». Insomma, il Barcellona è una polveriera. Al di là delle dispute politico-societarie, l’accordo sul taglio degli stipendi è arrivato dopo settimane di accese trattative e contrasti ma è stato inevitabile. I conti catalani hanno evidenziato una perdita di ben 97 milioni di euro, mentre il debito netto è più che raddoppiato, toccando quota 488 milioni. Numeri pesantissimi, che si pongono in un contesto molto delicato per la Liga spagnola che riguarda non solo i catalani. La lega calcio iberica, anche e soprattutto per il crollo dei ricavi a causa della pandemia, ha infatti chiesto ai club di prima e seconda divisione di ridurre di quasi 500 milioni complessivi gli stipendi dei giocatori e di tutti gli altri dipendenti, nell’ambito del sistema di salary cap utilizzato da diversi anni. Ogni società deve rispettare un tetto per gli importi da destinare alle spese del personale. Il Barcellona per esempio potrà spendere al massimo 382 milioni di euro, contro i 671 della passata stagione. Anche da qui, l’obbligo di dover tagliare gli emolumenti. Secondo Javier Tebas, numero uno della Liga, «L’andamento della pandemia ha sconvolto molte aspettative, ridotto le entrate e aumentato i costi. Se a luglio non avessimo deciso di portare a termine il campionato, ora avremmo perdite per 800-900 milioni». Una situazione pesante, che rischia di compromettere anche la competitività delle squadre spagnole in ambito europeo. Con un inevitabile vantaggio indiretto per quelle italiane. A meno che l’effetto domino non arrivi anche da noi. Da pochi giorni però i team del nostro Pese hanno potuto festeggiare l’arrivo di denaro fresco nelle loro casse (1,7 miliardi di euro in totale tra società e lega) dopo l’accordo con i fondi Cvc, Advent e Fsi per la creazione di una media company che gestisca la cessione dei diritti televisivi. Ma intanto il caso Barcellona fa riflettere. Perché se un club di primo livello è arrivato a tanto, allora i rischi sono davvero per tutti.
Grazie all’ultima iniziativa sulla media company però non siamo messi così male. Per una volta, forse, l’esempio finanziariamente virtuoso arriva da noi.

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