Economia, Barisoni: «Né Covid-19, né crisi. La vera rivoluzione parte dal web»

Crisi o rivoluzione? È l’interrogativo che si pone Sebastiano Barisoni, vicedirettore di Radio24-Il Sole 24 Ore nel suo libro d’esordio Terra Incognita, edito da Solferino. «Nasce da un insieme di riflessioni che ho raccolto parlando con gli imprenditori dei più svariati settori che, a distanza di anni dalla fine della crisi del 2008, mi chiedevano quando sarebbe tornato tutto come prima», racconta lo storico conduttore del programma Focus Economia. «Ho capito che non ci trovavamo in una crisi ma di fronte ad una terra incognita e che dovevamo cambiare completamente il nostro approccio per affrontare un mondo nuovo».

Quali sono i suoi consigli per potersi orientare?

«Nemmeno io ho tutte le coordinate necessarie ma ho cercato di individuare alcune mappe, che potrà scoprire chi leggerà il libro. La rivoluzione inconscia era nata ben prima del 2008 e non c’entra nulla con la pandemia del Covid-19, che avrà degli effetti ma, a mio avviso, non di carattere rivoluzionario sull’economia. Questa volta la rivoluzione non è dettata né dalla crisi finanziaria né dalla globalizzazione ma dal web».

In che senso la colpa è del web?

«Per web si intende si intende la capacità per il consumatore di confrontare l’offerta di beni e servizi su scala planetaria indipendentemente dal luogo in cui risiede. È il consumatore che per la prima volta nella storia ha il coltello dalla parte del manico, perché ha più informazioni dell’offerente. La definisco una rivoluzione schizofrenica perché è bellissimo: sei tu il consumatore ma quando invece sei dentro lo schermo e devi essere scelto è un vero e proprio incubo. Per fortuna la rete riesce a dare tante cose ma non cero l’empatia, che rimane un valore aggiunto assoluto».

A chi è rivolto il suo libro?

«A chi ha più di quarant’anni anche se lo dedico a tutti i ventenni. Quando è scoppiata la crisi avevano 8 anni e 1 anno quando la rete ha iniziato a imporsi. Per loro non esiste alcun mondo nuovo perché quello in cui viviamo è l’unico che conoscono. Per me loro sono i rabdomanti del valore aggiunto. Dai consumi ostentativi e i bisogni indotti degli anni 80 e 90 siamo passati a una ricerca esasperata del valore aggiunto, resa possibile dalla rete».

Come immagina il futuro?

«Odio gli spacciatori di previsioni. In questi mesi di pandemia non sopporto la faciloneria con cui alcuni hanno scritto che si può abbandonare il modello precedente e che iniziano a parlare di smart working diffuso. Un conto è dire che nei prossimi anni si potrà pensare a un modello di lavoro misto, un altro quello di buttare  tutti gli investimenti fatti sino a oggi, come la riqualificazione dei centri urbani, delle aree periferiche e di tutto quello che vi ruota attorno… sarebbe pura follia».