• martedì, 4 Ottobre 2022

Ristorazione: «Più del 30% delle imprese vedrà dimezzato il fatturato», dice Sonia Re, Direttore Generale di APCI

Futuro nero per il settore della ristorazione, devastato dalle misure restrittive per il contenimento della pandemia. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, le imprese della ristorazione chiudono il terzo trimestre del 2019 con una contrazione del fatturato pari al -16% rispetto allo scorso anno con una perdita di ben 23,4 miliardi di euro nei primi nove mesi dell’anno. «È stato un periodo drammatico che ha messo in crisi l’intero comparto e, purtroppo, non si prospettano migliori nemmeno i mesi a venire», spiega Sonia Re, Direttore Generale di APCI (Associazione Professionale Cuochi Italiani). «Mancano la consapevolezza del fatto che la ristorazione sia uno dei punti cardine per la ripartenza del Paese e una programmazione a lungo termine, che permetta di organizzare la giuste strategie per tornare a lavorare a pieno ritmo».


Come possono essere quantificati i danni subiti dalla ristorazione nel 2020?
«Secondo l’ultimo report dell’Istat per il 26% delle imprese della ristorazione il periodo da giugno a ottobre ha visto un crollo dei fatturati superiore al 50%, in confronto a quelli del 2019. Non consolano nemmeno gli aumenti degli incassi registrati nei mesi estivi, rilevati in prevalenza nelle località balneari, che hanno contribuito a diluire la media del fatturato, stabilizzandola intorno ad un -35%. Quello che preoccupa di più sono le prospettive per il futuro».
Quindi non è previsto un miglioramento della situazione nemmeno nei mesi invernali?
«Purtroppo no. L’Ufficio studi di Fipe-Confcommercio ha messo in evidenza che il 34,1% delle imprese prevedono di vedere dimezzato il proprio fatturato nel trimestre che va da dicembre a febbraio e stima che un imprenditore su dieci dovrà fare i conti con il totale azzeramento dei suoi incassi. È il risultato di un clima di sfiducia che si è diffuso tra gli imprenditori del settore, visto che lo scorso autunno solo il 15,1% delle imprese della ristorazione e dell’accoglienza ha potuto continuare a lavorare a pieno ritmo».
Che cosa si potrebbe fare per aiutare concretamente il settore?
«Lo Stato dovrebbe fornire somme di denaro consistenti, grazie a una liquidità immediata con aiuti a fondo perduto. Si parla di rinvii del pagamento dell’iva e delle altre tasse quando invece sarebbero necessari degli ammortizzatori importanti, come il loro annullamento, per consentire agli imprenditori di prendere una boccata d’ossigeno. E poi c’è un problema strutturale, visto che bar e ristoranti vengono considerati allo stesso modo, finendo per penalizzare i secondi. Sarebbe opportuno creare due codici Ateco distinti, perché non si può paragonare l’utenza dei clienti di un bar, che può creare assembramenti, con quella di un ristorante dove le persone sono comodamente sedute ai loro tavoli, rispettando le regole di sicurezza».
Quindi i ristoranti avrebbero potuto continuare a svolgere regolarmente la loro attività anche nei mesi scorsi?
«Sinceramente non vedo un motivo valido per tenere chiusi quei locali che sono stati messi a norma, seguendo le nuove regole di sicurezza, dove gli imprenditori hanno investito non poco in termini economici ma anche emotivi. La nostra è una categoria che ha sempre vissuto con le mani in pasta e non è stato facile trovarsi da un giorno all’altro a dover fare i conti con i vari Dpcm e le regole a essi connesse. Ovviamente chi non si è adeguato deve continuare a tenere chiusa la propria attività se non vuole incorrere in sanzioni, che ritengo più che giuste».
Che previsioni si sente di fare per il futuro?
«Purtroppo è tutt’altro che roseo. Secondo i dati dell’Istat purtroppo il 4% delle imprese della ristorazione che lo scorso autunno si è vista costretta a chiudere i battenti non ha alcuna speranza di riaprire nell’anno nuovo. Una percentuale che è 5 volte superiore a quella delle altre categorie di imprese. Un altro problema strettamente legato al nostro settore è quello del turismo estero che crea un indotto importante, ma per la cui ripresa si dovrà attendere il 2023. Nonostante tutto però voglio continuare ad essere ottimista. Dobbiamo sfruttare questo periodo per risanare il nostro settore e apportare dei cambiamenti positivi che permettano alla categoria dei ristoratori di ripartire più forte di prima. Lasciamo da parte il clima di negatività generale che ci circonda, perché non aiuta nessuno, ma soprattutto non stimola quella creatività che permette di guardare a un futuro ricco di nuovi obiettivi da raggiungere».

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