«Sport: investire conviene. Rende il triplo e si risparmia», dice Roberto Ghiretti, CEO di SG Plus

In un periodo difficilissimo per l’Italia come questo, in cui ogni settore produttivo è pesantemente colpito dalla pandemia, sbaglia chi considera che lo sport sia un lusso o un capriccio e non una priorità. «Lo è, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale: vale l’1,8% del Pil nazionale, 30 miliardi di euro che diventano 60 considerando l’indotto. Ma i risparmi sul sociale e sulla sanità che si realizzano grazie allo sport sono ancora superiori», spiega Roberto Ghiretti, ceo di SG Plus – società che si occupa a 360 gradi di business, management e marketing dello sport – con un passato da Ad della pallavolo Parma, Direttore generale della lega Volley maschile, Presidente del comitato organizzatore mondiali di hockey e pallavolo e Segretario della federazione pallavolo internazionale.
Di che cifre stiamo parlando?
«Si consideri che le entrate per lo Stato derivanti dallo sport in Italia sono quasi il triplo di quanto viene speso. Ci sono studi che lo confermano: l’università dell’Ohio ha stimato che per un dollaro speso ne rientrano 3 e la Municipalità di Londra ha calcolato che quelli in questo settore sono investimenti ad alto rendimento… grazie a una diffusa pratica sportiva è stata registrata una riduzione della microcriminalità, del disagio sociale, delle dipendenze. Da qui ne deriva un risparmio sulle spese dedicate alla salute. Quindi lo sport è da considerarsi un investimento estremamente conveniente a tutto campo».


In Italia come siamo messi?
«Siamo indietro. Il bilancio di una Regione all’avanguardia come la Lombardia vede investimenti per lo sport di circa un quattrocentesimo rispetto a quelli per la sanità».
E – come spiegava – c’è una correlazione molto forte tra i due ambiti…
«Secondo i dati, il 50% per cento dei giovani almeno una volta ha assunto sostante psicotrope, il 60% nelle città più ricche. Di questi, il 20% continua ad assumerle. Vanno considerati poi i disordini alimentari come bulimia e anoressia, il bullismo, e non va dimenticata la cosiddetta “intossicazione digitale”, per la quale il policlinico Gemelli di Roma ha aperto un reparto di diagnosi e cura. Si tratta di una generazione ben più che minacciata. Se un ragazzo non pratica sport, che è una scuola di vita, di socialità e un modello di salute, si trova inevitabilmente più esposto a questi pericoli. Una pratica costante crea benessere psicofisico e, sul lungo termine, se un atleta vuole può anche giocare per competere ad alto livello».
Si stima che – su circa 60 milioni – siano oltre 20 milioni gli italiani che praticano sport, con quasi 6 milioni di tesserati e circa un milione di occupati, tra diretti e indiretti. Non basta?
«I numeri dell’abbandono nello sport di base, che rappresenta il 95% dell’attività in Italia, sono pesanti. Secondo uno studio condotto dall’Università La Sapienza di Roma, l’abbandono dei giovanissimi alla fine del primo anno di attività è del 50%, che diventa del 70% alla fine del terzo. Un dato combinato che per la generazione Z diventa pesantissimo. E sul medio lungo periodo può avere conseguenze sociali e sanitarie».
Come se ne esce?
«È un annus horribilis, ma potrebbe anche diventare l’occasione per riprogrammare il pensiero e il modello organizzativo di tutte le società sportive, a partire dalle federazioni nazionali. Si è fatto un mini recovery plan per le associazioni ma non si è sviluppato un modello di sport all’altezza dei bisogni».


Un’occasione sprecata?
«Siamo ancora in tempo. Serve un patto sociale ed educativo. Dobbiamo creare un prodotto appetibile, dai bambini di tre anni sino agli anziani. Aiutare lo sport a diventare un’impresa multifunzionale di servizi che consenta di intercettare bandi e di agire alla pari con la pubblica amministrazione, facendo percepire il peso dello sport come parte sociale, che la pandemia sta amplificando. Lo sport può diventare un collante potente, è trasversale per tutto, lingue, razze e religioni. In un momento storico di crollo delle reti sociali è diventato la più potente rete nazionale. È questa la vera sfida del Covid-19: ha messo a nudo le opportunità nonostante il clima. Vedo distruzione ma ci sono anche praterie che vanno sfruttate».
Serve un cambiamento radicale, soprattutto di mentalità
«Non basta rilasciare una ricevuta per costruire un rapporto con le famiglie. E con le amministrazioni non è sufficiente stare sull’uscio con il cappello in mano, altrimenti non si va da nessuna parte».
Cogliere il cambiamento, quindi…
«Il Cio ha aperto a nuovi sport per le Olimpiadi: break dance, skate, arrampicata, surf, basket 3 contro 3 fino all’idea del Parkour».
Ma tutti sono in difficoltà: se il calcio dei big piange miseria, gli sport cosiddetti minori rischiano di andare gambe all’aria
«Soffrono molto, ma possono sopravvivere grazie al “patron” che copre gran parte delle perdite e a un tessuto economico e imprenditoriale che è in grado di reggere. Prendiamo per esempio la pallavolo. Una squadra top costa da un minimo di 1,5 milioni a un massimo di 4 o 5 all’anno. Tra sponsor locali e sforzi imprenditoriali per adesso la situazione è andata avanti… Certo, bisognerà vedere fino a quando questa pandemia andrà avanti e quali saranno le risposte».
La serie A si è mossa. Dall’ingresso dei fondi e la creazione di una media company sono arrivati 1,7 miliardi di euro…
«È una grande opportunità, non solo per quanto riguarda i soldi ma anche per crescere e superare determinate modalità, dove l’egoismo dei singoli era potente fino al punto di inibire azioni collettive. Con i fondi tutto questo verrà meno: non sono società di beneficienza e ci vogliono guadagnare altrimenti fuggono dall’investimento».
Quali sono i modelli da seguire?
«Realtà come la Premier League inglese e la Bundesliga tedesca, che hanno investito tanto sulle persone, sia sulle professionalità interne sia sui soggetti con cui interloquire. Ma soprattutto le leghe americane come l’Nba: servizi, diversificazione, multicanalità. Ricordo un incontro avvenuto quindici anni fa con il direttore marketing dell’Nba. Mi disse che bisognava “mettere una mano al cuore e una al portafoglio”. Se uno riesce a muovere il cuore e a creare passione poi può anche far mettere mano al portafoglio allo spettatore. In molti non l’hanno ancora capito. Ma gli attuali vertici della Lega e della Figc finalmente stanno andando in questa direzione. Bisogna capire che in campo si è avversari ma fuori dal campo si è soci. Per il bene di tutti».