• venerdì, 30 Settembre 2022

Food, crisi del mercato della carne suina. «A rischio affari per 8 miliardi», dice Cervi di Cia

Il 2021 come il 2008. Dal punto di vista finanziario si ripete la storia della crisi globale con una recessione che diventa realtà per molti settori, in primis il mercato della carne. Sul comparto gravano ancora la chiusura di ristoranti e mense, il mancato export e la scelta degli italiani di tornare a scorte di legumi, verdura e cerali a discapito di manzo, maiale e pollo. «Nel 2021 il consumo di carne continuerà a subire continui scossoni al ribasso – spiega Antenore Cervi, referente del settore suinicolo di Cia Agricoltori Italiani – lo dimostra anche l’ultimo colpo per la filiera suina: il Covid e il Decreto Natale ha messo a tappeto un settore che vale 8 miliardi. A tavola si sono consumati solo 1 su 3 tra zamponi e cotechini registrando una diminuzione di un terzo rispetto ai 6 milioni di kg di prodotto consumato nello stesso periodo del 2019». A pagare pegno è il fiore all’occhiello del Made in Italy agroalimentare. «Diminuiscono anche i conferimenti degli allevatori all’industria alimentare malgrado il -20% dei prezzi di carne suina degli ultimi 2 mesi. Siamo sotto i costi di produzione».

Il 2021 sarà un anno difficile per i produttori di carne?

«L’industria non è immune dall’imminente recessione e prevede che i mercati di carne non torneranno ai livelli pre-Covid a breve. Il giro d’affari durante il prossimo anno nel complesso rimarrà basso e quindi la vera sfida sarà intraprendere azioni per cercare di riportare al rialzo la domanda. Dobbiamo affrontare questo 2021 pensando che sarà un anno ancora più difficile e che il mercato europeo in ribasso diventerà un fattore così importante a livello economico da risultare più grave dell’impatto fisico del Covid stesso».

C’è da aspettarsi un futuro declino del settore? 

«Se non si torna a lavorare a pieno ritmo la carne sarà deprezzata. Le nuove abitudini, gradualmente adottate dai consumatori durante la crisi, potrebbero diventare permanenti (prosciutti in vaschetta, confezionati o sostituti della carne). Ciò inciderebbe sui metodi di distribuzione a spese dei punti vendita fisici e della fornitura di prodotti a favore di trasformati rispetto alla carne fresca. D’altro canto, i forti impatti economici della crisi sanitaria ricadono sul potere d’acquisto dei consumatori ed il prezzo potrebbe svolgere un ruolo importante come chiave per l’acquisizione di prodotti».

Questa crisi cosa determina?

«Un ulteriore danno per il settore suinicolo nazionale già in crisi, che ha toccato addirittura un -18%, nonostante il lieve recupero registrato durante i mesi estivi. La forte contrazione dei prezzi è in parte dovuta alla saturazione del mercato europeo, con il mancato export in Cina delle carni suine tedesche, dopo i casi di Peste suina africana nei cinghiali in Sassonia, che hanno provocato un danno enorme agli allevatori di quel Paese. Ci auguriamo che con l’affievolirsi della PSA, la carne di maiale possa diventare quest’anno la vera protagonista del mercato».

E la carne bovina?

«Anche nel nostro Paese la produzione di carne bovina ha subito una flessione in negativo: la filiera ha chiuso il 2020 con perdite di valore a doppia cifra».

In Italia, la crisi della zootecnia suina è amplificata dalle difficoltà del canale Ho.re.ca?

«Sì, la crisi pandemica ha avuto un impatto particolarmente negativo su questa filiera. Ultima beffa per gli allevatori del settore, la deroga al 31 gennaio imposta dal Mise sull’obbligo di etichettatura di origine sulle carni suine trasformate dalle industrie (prosciutti, salumi, mortadelle) dilazionando la possibilità di una maggiore valorizzazione del Made in Italy».

Chi ne risente di più?

«Il calo dei consumi ha ridotto fortemente l’attività di macellazione, costringendo ad una riorganizzazione interna anche a causa delle norme sulla sicurezza legate alla manodopera. E a risentirne fortemente è il segmento dei prosciutti dop. Per fortuna per ora c’è molta richiesta di carne fresca dalla Gdo, però proprio a causa del calo delle macellazioni stiamo andando in esubero con la quota di tagli congelati».

Al calo della produzione nazionale si unisce anche una diminuzione delle importazioni…

«Non si può dimenticare che l’Italia produce solo il 55% del suo fabbisogno di carne bovina e il restante proviene da Import. È pesata la chiusura di ristoranti e mense, che incidono in modo importante sui consumi di tutta Europa».

Quale la richiesta del comparto per sopravvivere?

«Al di là dei ristori (la carne è arrivata a costare un euro al chilo, meno di un caffè) la vera soluzione è nel patto tra consumatori e allevatori: le nostre produzioni sono stabili da oltre 20 anni».

Come affrontare il nuovo anno?

«Con un maggiore controllo sulle importazioni e soprattutto informando sempre più e meglio i consumatori sulla produzione. La suinicoltura italiana è da anni impegnata nel rispetto delle evoluzioni che chi mangia carne cerca (dal benessere animale alla sostenibilità degli allevamenti). Stiamo facendo passi da gigante, altrove non c’è lo stesso spirito né la stessa qualità».

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