Aziende Familiari, Voltattorni: «Registrato + 10% rispetto alle altre imprese»

Le imprese familiari sono più redditizie e resilienti. Il comparto in Italia rappresenta l’85% del settore e, sul totale di quelle quotate in Borsa Italiana, il 60% è costituito da aziende che rimandando a una famiglia imprenditoriale. Alcune non hanno smesso di crescere neppure durante il lockdown con ritorni superiori del 10%. «Pensare che le imprese a conduzione familiare siano presenti solo nel nostro Paese è un mito da sfatare», spiega Dario Voltattorni, Direttore Esecutivo AIDAF, Associazione Italiana delle Aziende Familiari, che raggruppa oggi più di 200 aziende (per lo più manifatturiere, per un totale di 600 mila dipendenti) e rappresenta il 15% circa del PIL del nostro Paese: circa il 75 % del fatturato fa riferimento all’export. Quelle dove la famiglia è una parte importante dell’azionariato sono mediamente il 90% di tutte quelle attive nel mondo e rappresentano circa il 20% dell’indice MSCI ACWII. Secondo l’ultimo aggiornamento del Global Family Business Index, realizzato dall’Università svizzera di San Gallo insieme a EY, che raccoglie le maggiori 500 società a controllo familiare in tutto il Mondo, i Paesi più rappresentati in assoluto sono gli Stati Uniti con 122 società. L’Italia è al settimo posto con 16 imprese familiari (BOX sotto). Uno studio comparato sui mercati di Usa, Uk, Germania e Italia, ci dice anche che questa categoria ha reso fino al 18% in più in termini di return on asset».


Perché l’Italia così in basso?
«Le imprese che fanno parte del Global Family Business Index sono le più grandi al mondo. Nell’ultima edizione dell’indice ci sono realtà quali Buzzi Unicem (cemento) e Aia: entrare in questa lista per una azienda di trasformazione e distribuzione di carni, salumi e carni avicunicole non è banale».

Le stesse sono sotto rappresentate in termini di strumenti di investimento. Come mai?
«Per una serie di caratteristiche distintive. In primis la loro visione a lungo termine e la conseguente prudenza finanziaria. Le imprese familiari affiancano una rapidità di azione a una visione di lungo periodo che contribuisce a rendere la società più solida. Inoltre, il loro essere oculati nelle finanze porta l’impresa a fare meno ricorso all’indebitamento e favorisce la stabilità».
Qual è il segreto del loro successo?
«Sono due le ragioni. Innanzitutto la memoria; le imprese familiari hanno memoria delle crisi attraversate, sanno che terminano e sanno che è durante quei periodi che bisogna investire. E poi la pressione; intesa come l’ossessione del dover crescere, investire, internazionalizzarsi: attività che necessitano tempo e, talvolta, sono incompatibili con la necessità di portare risultati ogni quadrimestre».
Il cuore è dunque un acceleratore?
«Lo è anche per il territorio che queste aziende rappresentano e il sociale. Alba è nota perché è il luogo dove è nata Ferrero, Agordo è da sempre la sede di Luxottica, Maranello vuol dire Ferrari: questi posti vivono grazie a queste attività, che non potrebbero essere ricreate in altri Paesi. Inoltre c’è una profonda connessione emotiva tra i proprietari e le loro aziende: non è raro che le stesse sostengano i figli di quei dipendenti venuti a mancare nelle spese universitarie. Oggi si chiama welfare, ma è da sempre quell’attaccamento che le famiglie imprenditoriali hanno con la comunità, con il territorio. Azioni partecipative che, unite a una buona programmazione, rendono le loro performance migliori rispetto alle imprese non familiari».
Anche nei primi sei mesi del 2020 hanno fatto meglio delle altre. Come ci sono riuscite?
«Un recente paper della Bocconi segnala che anche durante l’esplosione del Covid-19, nei primi sei mesi del 2020, le imprese familiari in media hanno mostrato ritorni superiori del 10% rispetto alle aziende non familiari. Un dato che passa anche attraverso la conferma ai mercati del fatto che la famiglia è lì ed è difficile che vada via».
Quali le storie di grande affermazione?
«Tra le altre, hanno confermato come, anche in tempi di crisi, non bisogna smettere di crescere. Il gruppo De Longhi ha fatto un’acquisizione di un loro competitor negli Stati Uniti per il valore di 450 milioni di euro. Un’operazione di questo tipo, in fase di lockdown, fa un po’ tremare i polsi. Altro caso è quello di una società di famiglia, la Gi Group, un’azienda di consulenza del lavoro con più di due miliardi di euro di fatturato. In piena pandemia ha realizzato due acquisizioni negli Stati Uniti e in Spagna. Si tratta di realtà che hanno portato avanti una loro politica e una strategia di crescita precisa».
Quali sono i loro passi necessari?
«Il tema più discusso è il passaggio generazionale, certamente ancora un elemento di forte attenzione per molte famiglie imprenditoriali, ma che molte, anche quelle più piccole, hanno saputo affrontare. Al tempo stesso, oggi devono concentrarsi sul passaggio dimensionale, ovvero la necessità di crescere in termini di presenza internazionale, di aprirsi a manager non familiari e imparare a utilizzare nel modo migliore gli strumenti finanziari».