«Recovery Fund e aiuti, Draghi ha ragione: servono misure selettive», dice Famularo

Occhi puntati su Mario Draghi, ex presidente della Bce, che potrebbe prendere in mano le redini del Governo e farci uscire al galoppo da una situazione politica di grande tensione. Una figura alla quale guarda con fiducia anche gran parte del mondo finanziario, memore della sua presa di posizione in un momento di crisi profonda nel 2012. «Il “Watever it takes” fiscale, invocato simbolicamente sulle pagine del Financial Times dallo stesso Draghi, che è passato alla storia salvando l’euro con questa frase “la Banca Centrale farà tutto quello che occorre per tenere insieme l’euro e, credetemi, sarà abbastanza”, doveva consistere in un intervento incondizionato e generale di sostegno alle imprese e ai cittadini nella fase più critica della pandemia», dice Massimo Famularo, autore del libro La Finanza in Soldoni. «Purtroppo sino a ora è stato realizzato solo in misura parziale e in qualche caso, come in Italia, in modo contraddittorio».
Quale potrebbe essere il “Whatever it takes” oggi?
«Durante la fase ricostruzione i Governi dovrebbero intervenire per ridurre l’incertezza in modo da rassicurare cittadini e imprese, accertandosi che la risoluzione degli operatori insolventi avvenga in modo ordinato, intervenendo in tutti contesti nei quali le forze di mercato non riescono a funzionare in modo corretto e concentrandosi sulla limitazione dei costi sociali.
Dunque andrebbe declinato in modo differenziato tra la fase più acuta dell’emergenza e il delicato percorso di ripartenza successivo…
«Nella prima fase occorre fornire un sostegno senza limiti per evitare un circolo vizioso di fallimenti, licenziamenti e crollo nei consumi che produrrebbe danni permanenti al tessuto economico. Nella seconda fase, come specificato dalla più recente relazione del Gruppo dei 30, presieduto da Mario Draghi e Raghuram Rajan, occorrono misure selettive, in grado di distinguere tra le realtà in temporanea difficoltà, che vanno supportate durante nella transizione e quelle insolventi o impossibilitate a operare in modo definitivo che vanno riconvertite o liquidate in modo ordinato».



Da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro come il suo?
«In un Paese dove l’insegnamento delle basi della finanza è del tutto assente dalla scuola dell’obbligo ed è limitato a pochi corsi di carattere universitario direi che si tratta di un libro per tutti. Il messaggio di fondo è che l’ignoranza in ambito finanziario limita fortemente la nostra capacità di comprendere gli eventi che ci circondano e può indurci a tenere comportamenti sbagliati e in ultima istanza dannosi».
Secondo lei economia e finanza come possono rialzarsi?
«Economia e finanza hanno dimostrato di riuscire a riprendersi e reinventarsi  dopo due guerre mondiali e non c’è dubbio che ripartiranno anche dopo la pandemia. A mio avviso la sfida più importante ha carattere politico e riguarda le modalità con le quali i governi nazionali affronteranno i prossimi mesi. La strada giusta, indicata da uno studio del gruppo dei 30 presieduto da Mario Draghi, passa da misure selettive, che sostengano le imprese in temporanea difficoltà, senza attuare un “accanimento terapeutico” verso le realtà destinate ad esaurirsi, concentrando gli sforzi sulla riduzione dei danni sociali e senza distorcere in modo indebito il corretto funzionamento dei mercati. Operando in questo modo sarà possibile superare la crisi evitando danni permanenti all’economia».
MES e Recovery Fund basteranno a farci risalire la china?
«Si tratta di fondamentali passi avanti nell’ambito di un percorso di unificazione europea che appare al momento ancora incompleto. La pandemia rappresenta un evento catastrofico che ha colpito tutti allo stesso modo, ma che ha generato conseguenze molto diverse tra le diverse nazioni e categorie di cittadini e imprese. Le istituzioni europee hanno dimostrato di avere la capacità di intervenire in modo tempestivo (si pensi al piano di acquisti della banca centrale) e la volontà di superare le divisioni e i particolarismi nazionali (si pensi alla storica proposta Franco-Tedesca sulla quale è stato costruito il Recovery Fund).Tocca ora ai governi nazionali, in particolare a quelli più fragili come quello italiano, dare prova di essere all’altezza del delicato momento storico».
Non ci resta che sperare?
«Sul futuro sono ottimista perché disponiamo di diversi vaccini e abbiamo appreso come limitare i danni di questo tipo di emergenze. In assenza di altri ostacoli, mi aspetto che si ritorni ad un percorso di miglioramento della qualità della vita per una frazione sempre maggiore del genere umano. Sull’Italia ho qualche perplessità maggiore legata alla pesante eredità negativa accumulata fino ad oggi non solo in termini di debito pubblico, ma anche e soprattutto in termini di cultura e visione del mondo inadeguata a fronteggiare le sfide delle società moderne».