Soffre il mercato del Vino: «Pesano il calo del turismo e la crisi dell’HoReCa», dice Cinelli Colombini, presidente Ass.naz. Donne del vino

L′export corre in aiuto dei produttori di vino. Secondo l’indagine svolta dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha preso in esame 165 aziende con 4 miliardi di euro di fatturato di cui 2,5 relativi all’export – ovvero circa il 40% del totale sul territorio italiano – la più grande difficoltà delle imprese è legata al forte calo registrato nei canali Ho.Re.Ca., in rosso nel 91% dei casi. Nello specifico la vendita diretta nelle cantine ha registrato un calo dell’87% a causa della contrazione degli enoturisti stranieri. A fare da parziale contraltare a questo cupo scenario ci ha pensato la Gdo italiana, con una crescita del 51% dei rispondenti e il boom delle vendite online, riscontrato da 8 operatori su 10. «Avere una cantina nel Brunello – come ho io – cambia il punto di vista», spiega Donatella Cinelli Colombini, presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino. «Per me e, credo, per tutti i miei colleghi della denominazione montalcinese, è stato un anno con un mercato estero che tirava, grazie a un’annata 2015 strepitosa, e questo ha reso meno amaro il risultato commerciale in Italia, dove i ristoranti soffrivano per il lockdown e il distanziamento. In generale nell’ambito del vino italiano sono andate bene le cantine grandi, quelle con le etichette presenti negli scaffali dei supermercati e con mercati internazionali ben strutturati. Hanno sofferto le piccole, le denominazioni più deboli e le imprese che avevano sviluppato attività turistiche parallele quali pernottamento, ristorazione e vendita diretta».


Come possono essere quantificati i danni causati dalla pandemia in corso?
«In termini complessivi il vino italiano ha perso il 4,6% nell’export e sul mercato domestico ha tenuto nelle rivendite (supermercati ed enoteche) mentre ha risentito in modo enorme della crisi dei ristoranti. In Europa il segmento HoReCa valeva il 40% del fatturato del vino. Il resto delle vendite riguardava soprattutto i supermercati, dove le cantine orientate sull’alta qualità non erano quasi presenti: sono proprio loro ad aver preso il maggior contraccolpo dalla crisi, insieme alle piccole imprese enologiche con vini premium e alle cantine che si basavano molto sulla vendita diretta. La crisi del turismo estero, poi, ha fatto quasi sparire il segmento alto-spendente della clientela e, con una stagione turistica accorciata dal Covid-19, questo ha prodotto un crollo del business. I più bravi sono riusciti a ridurre i cali al 50%, ma la stragrande maggioranza ha registrato discese ancora più forti».
Che tipo di aiuti sono stati forniti dallo Stato e che cosa sarebbe necessario secondo lei per aiutarvi nella ripresa?
«Per ora sono arrivati spiccioli rispetto alle perdite di fatturato. La cosa che maggiormente preoccupa è la mancanza di progettualità sulla ripartenza. Se esiste un piano post-Covid-19 nessuno l’ha ancora visto e c’è da chiedersi che cosa facciano i 400 esperti chiamati dal Governo. In questo momento il problema sul tavolo della Ministra Teresa Bellanova non sono le poche decine di imprese del vino sopra i 20 milioni di fatturato annuo, che viaggiano con il vento in poppa, ma le molte migliaia di piccole aziende che, fin ora, hanno consentito la sopravvivenza dei borghi rurali e hanno salvaguardano il paesaggio oltre a costituire spesso l’eccellenza qualitativa del vino italiano. Sono queste realtà produttive più fragili, per le quali è urgente trovare delle strategie di marketing e degli sbocchi commerciali».

PIEMONTE Chiara Soldati – La Scolca


Qual è il valore aggiunto di un’azienda al cui comando c’è una donna?
«I dati ci dicono che dirigono aziende agricole che coprono il 21% della superficie agricola utilizzabile italiana SAU e producono il 28% del Pil agricolo per cui, numeri alla mano, le green manager donne sono più brave dei colleghi maschi. In genere il management femminile è meno verticistico e più moderno. Le imprese del vino in rosa, secondo un sondaggio effettuato sulle Donne del Vino nel 2017, sono più internazionalizzate, diversificate e orientate al rispetto ambientale e ai vini DOC/DOCG, rispetto a quelle maschili. In altre parole corrispondono al profilo ideale delle imprese con vigneto».
Un nuovo anno è appena iniziato, quali sono le sue previsioni per il futuro del vostro settore?
«Mi aspetto il perdurare delle difficoltà nel turismo specialmente in regioni come la Toscana, dove i flussi di viaggiatori transoceanici erano consistenti e costituivano il segmento più ricco. Questo influirà su tutti i consumi di lusso: ristoranti stellati, alberghi 5 stelle e naturalmente bottiglie premium. Nel futuro prossimo mi aspetto che le cantine grandi diventino sempre più grandi e quelle piccole mettano nel mercato le loro bottiglie a prezzi più bassi, creando una certa turbativa».

PUGLIA Marika Maggi – La Marchesa

In Borsa il nettare sta in una botte… di ferro
È sempre un buon affare investire nel vino. Lo sa bene chi decide di puntare sulle etichette quotate in Borsa. Nel mondo sono 50 le società vinicole presenti sui mercati e nel listino azionario italiano spiccano due realtà: Masi, di Sandro Bosciani, che sta risalendo registrando – negli ultimi sei mesi – +10,82%, dopo aver perso quasi il 20% dallo scorso anno – e IWB, operatore di riferimento nella produzione e distribuzione di vini italiani e prodotti alimentari a livello europeo, proprietario di due cantine di vinificazione, a Diano d’ Alba nella Langa del Barolo e a Torricella nella zona del primitivo di Manduria. La sua attività è articolata in due differenti linee di business: wholesale e distance selling (circa il 78% del complessivo giro di affari è internazionale). Le sue performance premiano gli investitori: a 1 mese su del +25,76%; a 6 mesi del +56,55% e a 1 anno del +75,97%.