INCHIESTA STADI: perché sono asset su cui investire

Ora o mai più. L’Italia insegue il resto d’Europa e se vuole un futuro per il suo calcio deve intervenire in fretta e dotarsi di nuovi stadi, moderni, funzionali e che rappresentino un asset per le società. Gli ultimi dati parlano chiaro: il rinnovamento degli impianti potrà portare investimenti fino a 4,5 miliardi di euro per i prossimi 10 anni, con la creazione di 25 mila nuovi posti di lavoro e un gettito fiscale di 3,1 miliardi di euro. «Ma sono numeri sottostimati, vanno decisamente visti al rialzo, l’impatto sarebbe enorme. Basti pensare che la Juventus, la più importante società in Italia ad avere stadio di proprietà, soltanto dal ticketing aveva ricavi pari a 10 milioni con il vecchio impianto, ora si è passati a circa 60 milioni. Un incremento del 600%», spiega l’avvocato Antonio Fabbricatore, titolare dello studio AFVision.

«Sono numeri molto sottostimati, io li raddoppierei, perlomeno. Ogni stadio costerebbe dai 200 ai 600 milioni. I numeri sarebbero molto più importanti, senza considerare l’impatto sull’indotto», conferma l’analista e fondatore di Intermedia Analisi Riccardo Paoncelli.

«Senza dimenticare che si tratta di operazioni urbanisticamente enormemente più ampie, con spazi commerciali che devono lavorare 7 giorni su 7 e con infrastrutture anche stradali che possono cambiare e migliorare il volto di una città», dice il professor Simone Tosi, docente di sociologia e ricerca sociale dell’università di Milano Bicocca.


Quello che è certo, fuori da ogni interpretazione, è come la burocrazia nel nostro Paese rappresenti un freno alle nuove iniziative. Qui servono 8-10 anni in media per l’autorizzazione completa per costruire un nuovo impianto sportivo a fronte dei 2-3 necessari all’estero. «Non a caso negli ultimi 10 anni sono stati realizzati solo 5 nuovi stadi in Italia, anche se in realtà, escludendo i riammodernamenti, quelli realmente nuovi sono solo due, lo Juventus Stadium di Torino e il Friuli di Udine – denuncia Fabbricatore –. Un’inezia nel panorama europeo dove, negli ultimi anni, ne sono stati costruiti ben 58. Tempi lunghi e meccanismi farraginosi, uniti ai cambi di colore politico delle amministrazioni che cambiano le carte in tavola, sono un freno notevole». «L’enorme catena di comando e la sequela quasi infinita di autorizzazioni necessarie sono un problema per qualsiasi tipo di investimento nel nostro Paese – spiega Paoncelli –. Infatti è riuscita nella ristrutturazione del suo impianto una società snella, efficiente e con una catena di comando corta come l’Atalanta».

«Ma non servono leggi speciali, privilegiate o percorsi abbreviati – osserva Tosi -. Lo stadio della Juventus è stato fatto in un tempo record ancor prima della legge ad hoc del 2013, rivista poi nel 2017. È chiaro che la burocrazia non facilita nulla, ma questo continuo richiamo a provvedimenti speciali a me non piace. L’oggetto degli interventi è comunque un tesoro comune e le scelte sul territorio vanno condivise, nel bene e nel male».
Servirebbe un cambio di passo, rapido ed efficace. Ma anche di mentalità per come il calcio, e tutto ciò che gli ruota attorno, viene visto nel nostro Paese. «Non si vuole ammettere che il calcio è un’industria a tutti gli effetti. È inutile affezionarsi ai palloni di cuoio, alle maglie di lana e ai bei ricordi del passato – ammonisce Paoncelli -. Il mondo si è evoluto, i rapporti sociali sono cambiati e bisogna fare un salto in avanti. Si deve capire che lo stadio altro non è che lo stabilimento di una fabbrica, la società di calcio, che è un’impresa». «Deve essere un’Infrastruttura polivalente che vive 7 giorni su 7 con unità commerciali, attrattive di intrattenimento, sale congressi… e che possa ospitare concerti. Non si può più ragionare sulla base di un impianto meramente di carattere sportivo, ma piuttosto di intrattenimento a 360 gradi», conferma Fabbricatore. «Le città sono diventate spazi più ricchi e centralizzate sul tempo libero, spesso sono poli dell’intrattenimento. Lo stadio è per antonomasia il cuore del divertimento e della ricreazione per un rituale importante, anche perché attrae investimenti e risorse che coinvolgono direttamente o indirettamente le città stesse», chiarisce Tosi. I modelli a cui ispirarsi non mancano e, naturalmente, sono tutti all’estero. L’avvocato Fabbricatore guarda a Londra. «L’Hotspur stadium del Tottenham, costato un milione di sterline, rappresenta al momento il miglior impianto in Europa. Basti pensare che soltanto la voce hospitality è stata stimata in 20 milioni di sterline, circa 22 milioni di euro ogni anno. Non solo. Amazon ha fatto offerta da 300 milioni in 10 anni soltanto per aggiudicarsi il naming rights della struttura. Uno stadio del genere poi rappresenta una voce di bilancio fondamentale per il club, diventa un’entità autonoma, impermeabile alle vicende economiche del calcio e attira nuovi ricavi da sponsor con investitori da tutto il mondo». L’analista Riccardo Paoncelli punta su Barcellona. «Il Camp Nou è di fatto un flag store del club, non c’è stato bisogno di costruire un intero quartiere intorno. Può bastare un piano a break even per quello che riguarda la parte immobiliare e poi si può avere un volano di sviluppo incredibile. Il Barcellona è cresciuto intorno a questo impianto. Non a caso è la seconda società al mondo che fattura 6-700 milioni di euro anno pur avendo un bacino limitato, la metà degli abitanti di Roma».

Anche il professor Simone Tosi guarda al Regno Unito. «L’ideale sono stadi relativamente piccoli ma integrati al tessuto cittadino. Però l’esterofilia deve essere un po’ selettiva. Siamo molto rapidi a dire che belli gli stadi inglesi, ma poi vogliamo andare allo stadio in macchina. A Londra ci sono sei club di Premier league e nessun tifoso va in auto a vedere la partita. Noi siamo troppo legati a vecchie abitudini». Dunque, quali sono dunque le possibili soluzioni per fa sì che anche il nostro Paese possa diventare competitivo e edificare finalmente impianti sportivi all’altezza? «Io lavoro perché le Pmi italiane riescano a fare sistema nei confronti degli investitori internazionali. Se un’impresa italiana, per brava che sia, si presenta a uno stato estero difficilmente riesce a battere la concorrenza. Se ci presentiamo come sistema, come consorzi, noi vinciamo dovunque perché siamo fra i più bravi.

Questo vale anche per le squadre di calcio. Se la Lega calcio facesse un consorzio e facesse un project financing con un pool di banche pensate che non troverebbero 5 miliardi necessari per fare l’operazione magari mettendo a garanzia i loro asset attuali? Anche le banche avrebbero tutto l’interesse ad avere un credito a lungo termine. Le soluzioni ci sono, basta la buona volontà. Ma in Italia gli interessi personali purtroppo vengono sempre prima degli interessi della collettività», dice amaramente Paoncelli. «La formula più usata in Europa è quella delle partnership pubblico-private ma bisogna trovare anche alternative, dal pre-marketing creativo alla possibilità di inserire il tema della digitalizzazione e della svolta green, fino all’utilizzo della moneta digitale. Nella National Football League americana, gran parte degli impianti vengono finanziati così. Già prima di realizzare lo stadio c’è la possibilità di vendere opzioni sui futuri abbonamenti, creando anche un mercato secondario che porta sempre ricavi al club», propone Fabbricatore. «Il gioco della politica urbana va oltre quello del calcio ed è fondamentale. La nouvelle vague delle nuove forme di stadi è coincisa anche con un certo tipo di liberalizzazione di stile e modello anglosassone. Ecco, bisogna uscire in fretta da una logica pubblicistica», chiosa Tosi. Quel che è evidente è che il tempo sta per scadere. Il treno europeo va veloce, o si sale a bordo adesso o mai più. Siamo davvero all’ultimo… stadio.