Il lavoro da remoto in Italia durante la pandemia

Secondo quanto emerge dal paper di Banca d’Italia a cura di Domenico Depalo e Federico Giorgi (lavoratori settore privato) Gaetano Basso Sara Formai, Walter Giuzio (imprese) e Lucia Rizzica (amministrazioni pubbliche) gli effetti dello smart working (SW) sui lavoratori e sulle imprese del settore privato sarebbero positivi, in quanto sono stati preservati livelli salariali e occupazione. Il lavoro agile avrebbe contribuito a limitare le conseguenze negative della pandemia sulla domanda aggregata e sull’occupazione.

Nella prima metà del 2020 oltre il 14% dei lavoratori del settore privato non agricolo ha lavorato da remoto; nel 2019 era meno dell’1,5%. L’incremento ha riguardato soprattutto donne, lavoratori di grandi imprese e specifici settori a mansioni più “telelavorabili” (in particolare informazione e comunicazione, nonché attività finanziarie e assicurative).

In media i dipendenti in smart working hanno lavorato più ore (6%) e hanno fatto meno ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) rispetto a quelli che non hanno usufruito del lavoro da remoto. Lo SW è stato usato più dalle figure manageriali e impiegatizie rispetto agli operai e più dai diplomati e laureati rispetto a chi ha una licenza media o inferiore.

Nell’ambito delle imprese del settore privato vi è una correlazione positiva, economicamente e statisticamente rilevante, tra il ricorso allo SW e la quota di lavoratori che lo utilizzano da un lato e la telelavorabilità delle attività, la frazione di occupazione femminile, la retribuzione media e l’adozione di tecnologie cloud dall’altro.

Il ricorso allo smart working ha consentito di limitare l’impatto negativo su produzione, fatturato e occupazione delle imprese. Ciò è avvenuto in maniera molto eterogenea, in quanto l’utilizzo del lavoro da remoto dipende da: tipo di attività svolta, caratteristiche delle imprese, quali dimensione, dotazioni tecnologiche e infrastrutturali, capitale fisico e umano, esperienza sullo SW maturata.

Le imprese che utilizzano il lavoro da remoto sono aumentate dal 28,7% del 2019 all’82,3% del 2020. Le differenze tra aree geografiche e settori si sono ridotte rispetto al 2019. L’utilizzo dello SW è aumentato soprattutto tra le imprese più dinamiche e innovative (con retribuzioni medie più alte, con manager più giovani e pratiche manageriali più moderne, appartenenti a gruppi esteri, che investono in tecnologie avanzate e con produttività più alta).

I provvedimenti varati dal Governo per arginare il virus hanno portato a un forte utilizzo del lavoro a distanza nelle amministrazioni pubbliche. La percentuale di lavoratori che hanno lavorato da casa almeno una volta a settimana è passata dal 2,4% del 2019 al 33% del II trimestre 2020. A usufruire di più del lavoro da remoto sono state le donne e i lavoratori più istruiti.

L’uso dello smart working è stato limitato però da diversi fattori: un limite “naturale” alla telelavorabilità di alcune funzioni del settore pubblico e un limite legato a ridotte competenze del personale, mentre gli investimenti in dotazioni informatiche sostenuti dagli enti non hanno inciso in maniera significativa.

La forte domanda di SW da parte delle donne evidenzia il potenziale di questo strumento nella conciliazione tra lavoro e vita familiare, facilitando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.