Non ha dubbi Cesare Avenia. «La Sanità italiana avrebbe affrontato la pandemia con meno affanno e più forza se avesse potuto contare su una efficiente interconnessione digitale dei sistemi sanitari regionali, l’uso di Big Data e l’intelligenza artificiale. È stato questo l’impatto del ritardo digitale del Paese sulla situazione causata dal Covid-19», dice il Presidente di Confindustria Digitale.
«L’emergenza sanitaria, seguita da quella economica, ci ha costretti a toccare con mano ciò che era evidente già a luglio 2019, quando presentammo un report sul tema. Da quelle considerazioni, facemmo una proposta accolta con favore dall’allora Ministro dell’Economia Giovanni Tria, di varare un “Piano straordinario per il digitale” come misura strutturale per modernizzare il Paese e accelerare i processi economici, da introdurre nella legge finanziaria dell’autunno. Il piano puntava sullo sviluppo delle competenze e capitale umano, sull’accelerazione dei programmi di trasformazione digitale della PA e delle imprese, sul completamento dell’infrastrutturazione del territorio con reti a banda ultra larga fisse e mobili. Ma la nostra proposta è caduta con la crisi del Governo Conte ad agosto. Tempo alcuni mesi e l’emergenza sanitaria ha messo brutalmente a nudo le arretratezze tecnologiche, le disfunzionalità istituzionali e le inefficienze operative del Paese che avevamo denunciato».


Parlando proprio di infrastrutture, c’è molta polemica sulla tecnologia 5G: perché le persone non si fidano?
«Nella fase iniziale, quella sperimentale, è stato fatto un grande lavoro, poi c’è stato un rallentamento dovuto soprattutto alle difficoltà di ottenere i permessi da parte degli enti territoriali. Ci sono una serie di ostacoli da superare, come ad esempio i comitati di protesta, l’ostruzionismo di alcuni sindaci o ancora l’innumerevole mole di fake news fatte circolare ad arte per sollevare sempre più dubbi».
Facciamo chiarezza…
«Il 5G non è 4G + 1, è una tecnologia transformational, che cambierà la vita quotidiana di tutti e avrà un impatto enorme sull’economia. Un recente studio di Ericsson parla di un business mondiale nei prossimi anni da 31 trilioni di dollari, sarà la tecnologia abilitante per eccellenza. Per noi si stima un beneficio pari a oltre 14,2 miliardi di euro entro il 2025 a fronte di 6,6 miliardi di euro di costi per l’implementazione delle reti. Come abbiamo detto, su questo tema l’Italia parte in vantaggio, avendo già lanciato i primi servizi commerciali 5G. Fra questi vi sono, oltre a quelli sulla sicurezza stradale, la mobilità, i trasporti e la logistica, quelli riguardanti la diagnostica e l’assistenza sanitaria da remoto».
Come la mettiamo con le fake news?
«In quanto alle bufale sugli impatti sulla salute, mi sembra necessario sottolineare che il 5G utilizza esattamente le stesse frequenze degli standard precedenti, 2G, 3G e 4G, ma con tecnologie molto più performanti. Le istituzioni si devono impegnare nell’informare i cittadini sugli studi degli organismi scientifici, fra cui anche l’Oms, che rassicurano che non ci sono rischi».


Ma che ne è stato della famosa Agenda Digitale?
«L’ultima edizione del Digital Economy & Society Index (Desi), con cui l’Ue monitora l’attuazione dell’Agenda Digitale nei paesi membri e riporta i dati del 2019, ci ha retrocesso al 25esimo posto su 28 paesi, ma per indicatori come le competenze digitali siamo addirittura ultimi. A fine 2019 il 17% degli italiani non era ancora mai andato su Internet, il doppio della media Ue28; il 42% della popolazione italiana tra 16 e 74 anni risultava avere competenze digitali di base a fronte del 58% della media europea; le imprese che vendevano online erano il 10%, metà della media Ue28. Una lunga serie di numeri che però sono significativi per capire non solo il nostro profondo gap tecnologico, ma anche il grave ritardo nella consapevolezza che innovare il Paese rappresenti una vera e propria priorità nazionale».
Oggi, passato un anno, l’Italia in che situazione si trova?
«C’è stato un rovesciamento di fronte: l’emergenza ci ha costretto a fare ampio ricorso alle tecnologie digitali per reggere l’urto del Covid-19. Durante il primo lockdown le infrastrutture di telecomunicazione hanno registrato incrementi del traffico dell’ordine del 73% per le reti fisse e del 40% per quelle mobili, sostenendo un aumento dei volumi di servizi digitali del 780% per le audio/video conferenze e del 400% per la messaggistica. Nel solo settore privato, si è avuto un forte aumento nel ricorso allo smart working: le imprese che lo utilizzano sono aumentate dal 28,7% del 2019 all’82,3% nel 2020, mentre il numero dei lavoratori interessati è passato da meno di 200 mila a 1,8 milioni».


Sono numeri importanti…
«Sono numeri che danno il senso di quel salto culturale che il nostro Paese non è riuscito a compiere negli anni precedenti. I cambiamenti avvenuti ci fanno presupporre che nel prossimo Desi, con i dati relativi al 2020, ci potrebbero essere delle novità positive per noi. Per tornare all’Agenda Digitale oggi rappresenta una parte importante del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, attraverso cui dovrebbe trovare finalmente la piena attuazione. Il digitale è l’asse fondamentale, insieme alla sostenibilità ambientale, del programma Next Generation Eu, che rappresenta un’opportunità storica per modernizzarsi e riprendere la via della crescita».
Cosa ne pensa del Next Generation UE?
«Oggi la priorità è ridurre l’orizzonte di incertezze sul piano economico e sanitario. Dobbiamo aprire il fronte delle nuove prospettive e seminare nella società e nell’economia italiane una serie percorsi concreti per l’uscita dall’emergenza da affiancare alla campagna vaccinale. In questa direzione, Confindustria Digitale ha consegnato al Governo la sua proposta di aree prioritarie di investimento che possono agire da leva fondamentale per la trasformazione del Paese».
Quali sono?
«Le imprese vanno messe al centro delle strategie di ripresa economica con il Piano Nazionale Transizione 4.0, che consiste in un investimento di circa 24 miliardi di euro per la digitalizzazione del sistema produttivo. Una misura che diventa strutturale, vede il potenziamento di tutte le aliquote di detrazione e un importante anticipo dei tempi di fruizione. Due gli obiettivi: stimolare gli investimenti privati nell’innovazione e dare stabilità e certezze alle imprese».Come può esserci un’industria 4.0 senza una Pubblica amministrazione 4.0?
«Non può, infatti. Se l’emergenza creata dalla pandemia ha drammaticamente esposto tutti i ritardi della macchina pubblica nella transizione digitale, non ci potrà essere una vera ripresa del Paese senza una pubblica amministrazione all’altezza delle nuove sfide. Se fossero stati rispettati i programmi originari, le piattaforme tecnologiche che offrono funzionalità fondamentali nella digitalizzazione dei processi e dei servizi della PA, avrebbero dovuto essere tutte completate e operative nel 2020. Purtroppo non è stato così».
Tutti dicono che il Covid -19 ha prodotto soltanto un’accelerazione del modello digitale che era già cominciato…
«L’emergenza ha dimostrato che le cose si possono cambiare più in fretta di quanto può apparire, basta deciderlo. Cittadini e imprese nei mesi di lockdown sono passati senza preparazione al lavoro da remoto, alla didattica a distanza, agli acquisti on line, all’uso di connessione nelle relazioni sociali. La risposta positiva al lockdown è stata una co-creazione fra pubblico e privato, una grande prova di partnership che ha offerto, nella drammaticità del momento, la visione del Paese nuovo che dobbiamo a progettare».
E le App lanciate dal Governo?
«Partiamo nello specifico da Immuni. L’App in realtà, salvo qualche inconveniente sui dispositivi Android, funziona bene. A risultare carente però è stato l’impianto organizzativo del sistema sanitario. Di conseguenza, se Immuni non funziona, il problema non sta nella tecnologia, ma nel processo di implementazione che non è mai stato messo in moto. Per quanto riguarda l’App IO, e in particolare il piano cashback, nelle ultime ore è stato risolto qualche problema tecnico che non permetteva gli aggiornamenti regolarmente. Penso che si debba lavorare ancora tanto su questo fronte».