• lunedì, 3 Ottobre 2022

Giovani e innovazione sono i motori per il futuro del Paese. Russo, ANGI: «In una visione smart nation dell’Italia, tecnologica e digitale diventano fondamentali»

Piccole e medie imprese, ricercatori con idee brillanti e rivoluzionarie: le start up hanno bisogno dei fondi europei. Se la pandemia non ha fermato l’innovazione e nuove realtà sono venute alla luce le stesse ora necessitano di un’opportunità per crescere ed espandersi velocemente. «Il Recovery fund è una grande occasione, le risorse sono più di quanto previsto mesi fa», dice Francesco Paolo Russo, direttore generale di ANGI, Associazione Nazionale Giovani Innovatori, nonché fondatore e Ceo di To Be, pioniera nella tecnologia Li-Fi per la connessione via led. Secondo ANGI, la parte del piano dedicata agli investimenti è salita fino al 70% delle risorse chieste a Bruxelles, e ciò consentirà un impatto maggiore sulla crescita del Pil. 

Come valuta le risorse per l’innovazione nel Recovery plan?

«È stata data grande importanza all’assistenza di prossimità e alla telemedicina, che avrà tre miliardi in più rispetto a quanto predisposto all’inizio. Sono nove invece quelli in più per innovazione, ricerca e digitalizzazione, dove si arriverà quindi a 12,8 miliardi. Ulteriori 5 miliardi vanno anche a cultura e turismo».

Sono cifre soddisfacenti?

«Mediamente. Ci auguriamo che le risorse vengano spese a favore di tutte le misure che insistono sul nostro target di riferimento: giovani, formazione, opportunità di lavoro. Coerentemente con il quadro del nuovo settennale dei Fondi europei di sviluppo, che allo stesso modo investe molto sulla sostenibilità a 360 gradi, trovo importante che lo stesso avvenga con il PNRR. Valorizzazione del territorio ed efficientamento energetico sono i punti base da cui ripartire».

Per il rilancio economico e sociale dell’Italia dove bisognerebbe investire?

«Nei giovani e nell’innovazione, perché sono i motori trainanti per il futuro del Paese. In una visione smart nation dell’Italia, tecnologica e digitale diventano fondamentali».

Cosa propone ANGI in questa fase?

«Innanzitutto un dialogo sempre più produttivo e costante per intercettare esigenze, anche con la pubblica amministrazione. Vorremmo riprendere i tavoli operativi realizzati alla Camera prima della pandemia: l’innovazione legislativa spesso non va di pari passo con quella del prodotto. Faccio l’esempio di Uber, il servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione mobile che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti: è stata vietata in Italia quando era già partita. Questo per dire che spesso le start up propongono qualcosa di innovativo, sono in essere, ma poi una legge le blocca e l’investimento va perso».

Che fase vivono oggi le nuove start up?

«Nonostante il periodo i dati sono incoraggianti: il numero è risultato in crescita anche nel 2020 e quello degli occupati è sempre più alto. Arrivano notizie positive inoltre dalle istituzioni, in particolare con le manovre attraverso CDP Venture Capital SGR – Fondo Nazionale Innovazione, che lo scorso anno ha investito quasi 250 milioni di euro. Cifre che dimostrano la tenuta dell’ecosistema e la possibilità reale di farlo evolvere. Oggi CDP Venture ha 7 team attivi per gestire un mix di investimenti diretti e indiretti e diventeranno 10 entro il 2021».

Perché le start up riescono a crescere anche in un momento difficile come questo?

«Perché sono di per sé inclini alla resilienza e al digitale. Una delle poche note positive legate alla pandemia è che l’intero Paese è stato costretto ad un’accelerazione tecnologica. Come ANGI abbiamo ravvisato che le aziende che avevano già avviato un processo di digitalizzazione non hanno improvvisato, cosa che invece altri, sia tra le Pmi che le PA, si sono trovati a fare».

Quali sono i loro ostacoli?

«Uno dei problemi principali, non solo in questo momento, è l’accesso al credito, essendo le start up composte per lo più da giovani. Le difficoltà sono sia burocratiche sia dovute all’assenza di strumenti snelli pensati per le realtà emergenti, soprattutto in termini di finanza agevolata. In questo senso Invitalia sta facendo un buon lavoro nei finanziamenti Smart & Start ma non basta: i mezzi a disposizione delle imprese in questo senso non sono sufficienti e, statisticamente, quelle che riescono hanno un tasso molto basso. Di fondo esiste un problema di cultura finanziaria, sia per l’imprenditore che non riesce ad intercettare le misure per mancanza di formazione, che da parte di chi le mette a disposizione, in quanto spesso pecca di divulgazione».

Qual è la percentuale di sopravvivenza di una start up?

«Nei primi cinque anni è vicina al 50 per cento. Spesso le ragioni per le quali falliscono riguardano il team: nelle prime fasi gli investitori guardano ad esempio se il gruppo è solido e allineato. A volte, infatti, si fallisce per questioni irrisolte tra i fondatori. Un secondo motivo di insuccesso è il fatto di non soddisfare alcun bisogno, di non risolvere alcun problema percepito dal pubblico».

Non è il caso della sua impresa, To Be, che ha reso Pompei il primo sito archeologico al mondo dotato di un sistema di connessione Li-Fi…

«Siamo pionieri nello sviluppo di questa tecnologia che offre vantaggi in termini di performance e nella velocità. È inoltre più sicura e difficile da hackerare, ed è green. Infratel Italia ha deciso di realizzare una collaborazione con la nostra startup e abbiamo portato a termine una sperimentazione importante, oltre che a Pompei, anche al MArTA di Taranto dove abbiamo illuminato 25 opere associando ad esse contenuti multimediali tramite tecnologia Li-Fi. Stiamo lavorando anche per connettere via luce scuole, uffici, i trasporti, il mondo retail e altri settori. Le potenzialità e i campi di applicazione del Li-Fi sono molteplici».

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