• lunedì, 18 Ottobre 2021

Lalli, FEDERTURISMO: «1,4 milioni di contratti di lavoro in meno»

Ormai è pacifico che il settore turistico e il suo relativo indotto abbiano subito i maggiori danni dalla pandemia a livello nazionale, europeo e mondiale. Interi comparti, come l’intrattenimento, i parchi a tema, le fiere, i congressi e il business travel sono ferme ormai da quasi un anno e non si vedono all’orizzonte i minimi segnali di ripartenza. «Alcune filiere sono crollate fino al 90%: come le agenzie di viaggio e i tour operator, fino all’80% gli alberghi, per una perdita complessiva per il 2020 che si attesta mediamente sul 70%», commenta Marina Lalli, Presidente di Federturismo Confindustria. «Il protrarsi dello stato di emergenza e delle misure restrittive hanno posto una pietra tombale sulla possibilità di recuperare quanto perso nei mesi scorsi e gettato profonda inquietudine su quello che sarà il futuro delle nostre imprese. Temiamo che per le PMI turistiche il tasso di mortalità possa raggiungere il 40% dell’offerta complessiva, con punte dell’80% per settori come le Agenzie di viaggio e i Tour Operator o del 60% per quelle della cultura, della ristorazione e dell’intrattenimento».


Quante persone legate al settore hanno perso il lavoro?
«L’emergenza sanitaria ha frenato i programmi di assunzione delle imprese nel 2020, con un calo del 30% rispetto al 2019, pari a circa 1,4 milioni di contratti di lavoro in meno, inclusi stagionali e collaborazioni. La brusca frenata dei piani assunzionali delle aziende ha interessato tutti i settori, ma è stata più marcata nell’accoglienza e ristorazione (-40,7% per gli ingressi previsti). Sono stati più di 300 mila i posti andati in fumo nel turismo a cui, ovviamente, va aggiunto l’intero indotto. I lavoratori stagionali, che costituiscono la parte preponderante degli impiegati nel comparto, sono stati fortemente penalizzati anche se al momento non è ancora possibile valutare chi abbia sofferto di più tra quelli invernali ed estivi».
Che tipo di aiuti sono stati dati sino a oggi e quali servirebbero per aiutare la ripresa?
«L’industria del turismo ha perso 70 miliardi di euro e quelli che abbiamo davanti saranno mesi molto delicati. Per tenere in vita l’offerta, abbiamo chiesto da un lato di ristorare adeguatamente le imprese tenute chiuse per decreto, dall’altro di accordare finanziamenti a lungo termine a tutte le filiere coinvolte più pesantemente; l’introduzione di sgravi fiscali e contributivi significativi; l’esenzione dell’IMU e della Tari; il tax credit per le locazioni; il sostegno al lavoro mediante la proroga della cassa integrazione. Anche se apprezziamo il contributo dedicato in legge di bilancio alle misure di liquidità e ricapitalizzazione delle imprese, in particolare alla proroga delle moratorie e al rafforzamento delle garanzie SACE, con riferimento al Fondo per il sostegno alle attività produttive più colpite dalla pandemia, riteniamo che sia cruciale lavorare su progetti di lungo periodo e non soltanto in una logica emergenziale che rischia, come già accaduto, di non considerare intere filiere che non stanno lavorando».


La Francia ha predisposto un Recovery Plan con 15 miliardi destinati al settore. E noi?
«Sarebbe utile guardare alle impostazioni che stanno dando gli altri Paesi europei nell’elaborare i rispettivi Piani di ripresa, in particolare quelli simili a noi. Penso ad esempio alla Spagna, che oltre a essere un nostro diretto competitor nel mercato turistico europeo, è un Paese con fragilità macroeconomiche non troppo dissimili dalle nostre e come l’Italia è uno dei principali beneficiari delle risorse previste dal Next Generation EU. Il governo spagnolo ha proposto un piano da 140 miliardi complessivi, distribuiti fra diversi 10 capitoli di spesa in cui il turismo è affiancato alla modernizzazione e digitalizzazione delle imprese e a questa macroarea è riservato il 17,1% dei 140 miliardi complessivi, quindi circa 24 miliardi. Del nostro piano precedente preoccupava, al di là di uno stanziamento di fondi nettamente inferiore rispetto a quello degli altri Paesi, la mancanza di una visione strategica complessiva e il contenuto livello d’integrazione fra le varie iniziative proposte che, per quanto in sé interessanti e apprezzabili, rischia di avere un impatto molto limitato sul settore».
Quali sono i punti necessari da affrontare per Federturismo?
«I nodi da sciogliere sono ancora molti e devono essere superati in fretta per non rischiare ritardi nei trasferimenti europei. Il primo, e forse il più importante, riguarda il fatto che il precedente Piano non era mai stato condiviso con le categorie interessate dai progetti. Necessità improrogabile è ora quella di mettere a punto riforme strutturali su fisco, giustizia, mercato del lavoro e pubblica amministrazione, che modernizzino davvero il Paese, e soprattutto risolvere il tema della governance del Recovery Plan, il tallone d’Achille su cui peraltro già si è espressa la Commissione europea e per cui l’Italia deve dotarsi al più presto di una struttura decisionale nazionale qualificata e dedicata».


Che previsioni si sente di fare per il futuro?
«Abbiamo davanti a noi almeno altri quattro mesi di grande difficoltà, poi speriamo in un inizio di ripresa che comunque non potrà che essere debole e discontinua. La grande preoccupazione è salvaguardare la sopravvivenza delle migliaia di imprese che rischiano di scomparire, con conseguenze inimmaginabili per l’occupazione e l’economia di interi territori. Chiediamo quindi la riconferma degli ammortizzatori sociali per tutte le categorie colpite e che i ristori arrivino in tempi rapidi e siano davvero adeguati al sacrificio che si sta chiedendo a tutti».
Settore enogastronomico, culturale, balneare: chi è stato più colpito e chi ha retto meglio?
«Tra i segmenti menzionati le città d’arte con il turismo culturale sono quelle che hanno subito maggiormente il crollo del settore, per la contrazione del 70% dei turisti stranieri, che sono anche quelli alto spendenti. Mentre il comparto balneare – la scorsa estate – è stato quello che ha retto decisamente meglio alla pandemia, se si considera che sei italiani su dieci hanno scelto di trascorrere la loro vacanza in una località al mare».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *