• martedì, 25 Gennaio 2022

RECOVERY PLAN «Come usare i 70 mld a disposizione»

L’attuazione della transizione ecologica passa innanzitutto per il mercato. «È necessario fare valutazioni costi-benefici, perché non sprecare le risorse è essenziale», dice Francesco Ramella, research fellow dell’Istituto Bruno Leoni e docente del Politecnico di Torino. Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che l’Italia dovrà presentare all’Europa entro il 30 aprile, i fondi resi disponibili per l’ambiente ammontano a settanta miliardi di euro, ovvero circa il 37% del totale, la voce di spesa più consistente del piano. È quindi chiaro come il Recovery Plan dovrà avere al suo centro una politica ambientale quanto più efficace possibile: conciliare le esigenze di ripresa a un progetto a lungo termine che punti sull’innovazione, perno del Next Generation EU, è probabilmente la sfida più grande che l’esecutivo deve fronteggiare. Nonostante l’Italia abbia fatto notevoli passi avanti – secondo l’ultimo rapporto del Gestore dei servizi energetici, siamo il secondo Paese europeo per produzione di energia da fonti rinnovabili -, il passaggio generale verso un vero e proprio Green New Deal è ancora da compiersi e, come ha sottolineato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, nello State and Outlook of the Environment Report pubblicato nel 2020, «l’ambiente in Europa si trova in un punto di svolta» e bisognerà lavorare sodo in questo decennio per evitare il peggio. La prima versione del piano presentata a gennaio dal governo Conte non ha convinto e ora le attese si rivolgono al nuovo governo. «La vecchia bozza è carente su due aspetti, apparentemente opposti», dice Carlo Stagnaro, senior fellow e direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni. «Il primo è che gran parte delle risorse sono date alla riproposizione o, al massimo, al potenziamento di strutture precedenti, quindi non c’è un tentativo di usare questa opportunità per mettere in moto un cambio di passo, ma semplicemente un riproporre modalità di intervento già note. Il secondo aspetto è che si tratta di un proliferare di micro-interventi che riflettono le convinzioni delle singole persone che ci hanno messo le mani, ma senza una vera coerenza tra gli interventi e senza un criterio». Riguardo all’attesa nuova versione «quello che è lecito aspettarsi dal governo è, anzitutto, una logica di fondo negli interventi, che cerchi aspetti come l’efficienza dal punto di vista dei costi».

«La questione – incalza Ramella – è in questi termini: troppo spesso si pensa a investire, impiegare maggiori risorse in quegli ambiti che comportano meno emissioni, ma questa impostazione è del tutto sbagliata perché, per quanto possano essere grandi le risorse stanziate in questo modo, la quota di bisogni soddisfatta rimane minoritaria, poiché alcuni mercati sono, in larga scala, non sovrapponibili. Si pensi ai trasporti: oggi, su 100 km che gli italiani percorrono, ne fanno 80-85 in auto e 7-8 in treno o metropolitana, nonostante la pressione fiscale sia molto forte sul carburante e sull’auto e ci siano numerosi sussidi al trasporto pubblico».

Quale approccio adottare?

«Bisogna prima di tutto cercare di costruire un progetto tecnologicamente neutrale, dove si assegnino incentivi proporzionali al beneficio ambientale, in modo tale da lasciare che sia il mercato a decidere la tecnologia migliore, o meglio il mix di tecnologie migliori», sostiene Stagnaro. «In secondo luogo, è essenziale cogliere il fatto che il tema della transizione ecologica non riguarda un solo settore dell’economia, ma passa per un ripensamento dei processi produttivi in tutti i settori, e si interseca strettamente con innovazioni di altro tipo, come il digitale, che spesso è strumento di sostenibilità. Infine, come più volte la Commissione europea ci ha fatto notare, noi siamo bravi a spendere i sussidi, ma non a cambiare le regole del mercato favorendo la concorrenza e promuovendo le liberalizzazioni. Credo, invece, che questa sia la gamba su cui si reggono tutte le riforme strutturali e che mi sembra manchi in questa bozza di PNRR: le tecnologie sostenibili non si possono affermare soltanto distribuendo sussidi, ma serve anche valorizzare la libertà di scelta delle persone, altrimenti si torna al punto di partenza, a un mondo in cui la politica determina nei minimi dettagli l’allocazione delle risorse, senza lasciare il minimo spazio alla creatività imprenditoriale e all’innovazione, che invece andrebbe sostenuta e promossa il più possibile».

«Ci sono due strade per affrontare il cambiamento climatico», aggiunge Ramella. «Una è quella di impoverirci e, quindi, di consumare meno ed emettere meno, che è quello che è avvenuto l’anno scorso col lockdown, ma dal punto di vista economico e sociale è un disastro. Se uno esclude questa strada, quella della presunta “decrescita felice”, l’unico modo serio per intervenire è quello di allocare le risorse in ricerca e innovazione, con l’obiettivo di riuscire ad arrivare a sviluppare processi e produrre dispositivi che abbattano o catturino le emissioni e che abbiano un mercato mondiale».

E, riguardo all’importanza del mercato?

«L’approccio migliore non è quello del sussidio, ma dell’internalizzazione dei costi esterni, come con la Carbon Tax: se emetti una tonnellata di CO2, paghi il costo esterno prodotto. Questa modalità è efficiente perché ci consente di fare le cose che hanno senso, in termini di costi e benefici: se la rinnovabile è meno inquinante e la differenza di costo rispetto al fossile è più piccola del vantaggio ambientale, si passa alla rinnovabile, ma se il divario è troppo grande, si continua a rimanere sul fossile. Penso che questo sia meglio anche in termini di equità: chi inquina deve pagare, mentre è assai più problematico sostenere che chi inquina meno debba ricevere soldi pubblici».

A quale costo?

«Dobbiamo produrre energia a un prezzo più alto: se così non fosse, le rinnovabili sarebbero in grado di vincere da sole sul mercato. Visto che così non è, credo che un impoverimento nel breve periodo sia inevitabile, ma proprio per questo è bene adottare un approccio di internalizzazione dei costi e finanziare la ricerca per rendere energia e auto “pulite” competitive nel mercato con quelle tradizionali». «Questi costi che colpiscono soprattutto le imprese più “energ  ivore” e le famiglie con redditi medio-bassi. A maggior ragione, diventa importante focalizzarsi sullo spendere il meno possibile per raggiungere gli obiettivi e, per fare questo, è vitale privilegiare modalità di intervento tecnologicamente neutrali: una Carbon Tax è meglio di un sistema a Cap and Trade, come l’Emission Trade Scheme adottato dall’Europa, che è a sua volta meglio di un sistema a sussidi», conclude Stagnaro.

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