In che modo il Covid-19 potrebbe cambiare il mondo per sempre

All’inizio del 2020, quando in Cina è iniziato il lockdown, si sono verificate numerose interruzioni delle catene produttive dell’elettronica, delle automobili o dei beni di consumo sanitari, come i dispositivi di protezione individuale, di cui avevamo bisogno nei nostri ospedali, dice Pauline GrangeGestore azioni globali di Columbia Threadneedle Investments. Quindi, a livello aziendale è aumentata la consapevolezza che le società non possono più fare affidamento su una sola regione o un solo paese, come la Cina. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a diversificare le loro catene produttive e a orientare alcune forniture più a livello locale. Questa dinamica è stata evidente soprattutto nel settore tecnologico.

Nel 2020 abbiamo osservato un’escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina: Washington ha imposto una serie di embarghi a società tecnologiche cinesi come Huawei, impedendo loro di accedere alla proprietà intellettuale o ai brevetti statunitensi. La Cina, a sua volta, è diventata più isolazionista negli investimenti tecnologici e ha capito di non poter più fare affidamento sulle società tecnologiche statunitensi. Quindi nel 2020, per la prima volta, ha investito più degli Stati Uniti in ricerca e sviluppo e si inizia a notare una regionalizzazione della tecnologia, in particolare per quanto riguarda le tecnologie per il clima. In quest’ambito si inizia a parlare di “guerre climatiche”, perché la Cina ha investito molto e sta iniziando a imporsi in aree come i veicoli elettrici, la tecnologia di batteria e quella solare, mentre l’Europa è diventata leader nelle energie rinnovabili.

Con l’entrata in vigore dei piani di stimolo fiscale in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, i governi torneranno a dare la priorità ai posti di lavoro e alle aziende locali. La globalizzazione dunque non scomparirà, ma sta sicuramente cambiando.

Crescono i consumi online e accelera il passaggio alle carte di pagamento

Anche in quest’ambito il ritmo della transizione dal consumo offline a quello online e dai contanti ai pagamenti digitali ha superato le aspettative di tutti. I consumatori sono stati costretti ad acquistare online a causa dei lockdown in tutto il mondo, ma anche le aziende hanno dovuto accelerare i loro investimenti nelle piattaforme digitali. Negli Stati Uniti, nel 2020 la crescita delle vendite online ha raggiunto ben il 44% su base annua, ossia tre volte l’espansione del 15% registrata nel 2019. Ora la penetrazione online negli USA supera il 21%, a fronte del 15,8% del 2019: si tratta di un incremento di 5,5 punti percentuali su base annua, il più elevato dall’inizio delle registrazioni.

Secondo molte delle società digitali con cui ho affrontato l’argomento, la pandemia di Covid-19 ha accelerato questa transizione di diversi anni. È improbabile che questa crescita si ripeta nel 2021, quindi la domanda diventa: l’importo assoluto in dollari del consumo online diminuirà? Non credo. Innanzitutto, le aziende continuano a investire in piattaforme digitali e a spostare le loro attività verso un mondo online, mentre i consumatori si sentono sempre più a loro agio a fare acquisti in rete: alcune fasce demografiche che non avevano mai usato le piattaforme digitali ora le hanno adottate. Lo vedo con i miei suoceri, che prima della pandemia non avevano mai fatto acquisti online: ora scelgono volentieri ricette proposte in rete da aziende alimentari e fanno tutta la loro spesa online, e ne apprezzano molto la comodità.

Quindi si è verificato un cambiamento culturale e in Cina dopo il lockdown il boom dell’e-commerce è proseguito, con ottime vendite e continui investimenti delle aziende in piattaforme online come Tmall ecc. La crescita potrebbe non restare tanto sostenuta, ma il consumo online è destinato a perdurare.

Il rilancio dell’agenda “green” e l’ascesa del capitalismo morale

Questi sono argomenti vasti e complessi. Il rilancio dell’agenda “green”, ad esempio, ha chiaramente assunto un ruolo di maggiore spicco e fa parte dei programmi dei governi di tutto il mondo. La globalizzazione delle politiche di “emissioni nette pari a zero” nel 2020 è stata un aspetto decisamente positivo. I governi fisseranno per un determinato anno l’obiettivo di avere emissioni nette di carbonio pari a zero in linea con l’Accordo di Parigi, il cui obiettivo è azzerare le emissioni mondiali entro il 2050.

In primo luogo, come abbiamo visto l’UE ha messo il Green deal al centro del suo programma di ripresa post-Covid, accelerando anche il suo obiettivo di decarbonizzazione per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 (dai livelli del 1990). Ma la grande sorpresa del 2020 è stata la Cina, la maggiore responsabile delle emissioni, che ha fissato l’obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2060. Ciò ha avuto un impatto significativo: prima della fine del 2020 quasi la metà del mondo aveva fissato obiettivi di neutralità climatica. Ora, con Joe Biden alla presidenza, è più probabile che gli Stati Uniti stabiliscano un obiettivo di emissioni nette pari a zero; se ciò avvenisse, quest’anno circa il 60% delle emissioni globali sarebbe coperto da accordi di questo tipo, un fattore decisamente favorevole per quanto riguarda il cambiamento climatico.

Per quanto riguarda il capitalismo morale, dobbiamo innanzitutto domandarci: cosa intendiamo per capitalismo morale o capitalismo responsabile? In precedenza, il capitalismo si concentrava notevolmente su un certo tipo di stakeholder, per esempio gli azionisti o i proprietari dell’azienda. Ora però le società sono soggette a crescenti pressioni da parte dei governi, dei consumatori e della popolazione in generale verso una maggiore attenzione a tutti i soggetti interessati. Rientrano in quest’ambito il modo in cui trattano o sostengono i loro dipendenti e/o fornitori e la creazione di valore per i consumatori.

Vi è anche la volontà di considerare i costi effettivi dell’attività aziendale, non solo in termini di dollari, ma di impatto sull’ambiente. Ciò che si è verificato durante la pandemia ha reso questi aspetti molto più importanti. Prendiamo per esempio il movimento Black Lives Matter, che si schiera contro il razzismo sistematico a livello mondiale e che ha costretto molte aziende a rivedere il loro organico, cercando di risolvere il problema della scarsa diversità del loro personale. Gli occhi sono stati puntati anche sulle catene produttive e alcuni rivenditori al dettaglio sono stati screditati pubblicamente per non aver onorato i contratti con i fornitori in Bangladesh, con un conseguente aumento dei livelli di povertà nel paese. Ora il modo in cui vengono trattati i fornitori ha conseguenze concrete.

Questi due fattori, ossia la rivisitazione del capitalismo e dell’agenda “green”, sono interconnessi? Credo proprio di sì. Le aziende hanno una responsabilità morale a livello sia sociale sia ambientale, e con la crescente importanza dell’agenda “green” dovranno anche affrontare una maggiore regolamentazione. Il loro accesso a finanziamenti a più basso costo potrebbe dipendere dal fatto che i loro prodotti aiutino a risolvere alcuni problemi ambientali a livello globale: finanziandosi attraverso social bond o green bond vedrebbero aumentare le valutazioni se rendessero i loro prodotti più responsabili dal punto di vista ambientale o sociale.

Avanzamento della comunità medica

Il ritmo e il successo con cui sono stati sviluppati diversi vaccini sono stati sorprendenti. Hanno superato le mie aspettative e dimostrano gli enormi progressi compiuti dalla tecnologia medica negli ultimi dieci anni. Per contestualizzare, prima della pandemia erano necessari in media più di 10 anni per trovare un vaccino, ma contro il Covid-19 sono stati messi a punto diversi vaccini di successo in meno di un anno.

Per esempio, Moderna, una delle aziende biotecnologiche che ne hanno prodotto uno, è riuscita a sviluppare un vaccino pronto per la sperimentazione umana in soli 42 giorni dal ricevimento della sequenza genetica del virus.[1] È riuscita nell’impresa usando una tecnologia innovativa chiamata MRNA, il che è stupefacente considerando che di solito con le tecnologie tradizionali sono necessari anni.

Sono ottimista sul fatto che, essendo riuscita a sviluppare tutti questi vaccini e terapie contro il Covid-19 in meno di un anno, la comunità medica trovi una via d’uscita dalla pandemia per tutti noi nel corso del prossimo anno.

Lo smart working è sempre più diffuso
Non credo che lavorare da casa in modo permanente sia la nuova normalità e spero che a un certo punto torneremo in ufficio. Siamo creature sociali ed è molto importante che le persone lavorino insieme.
Personalmente, i miei colleghi sono creativi e vogliono condividere idee, ma farlo online in modo naturale è abbastanza difficile. Penso però che il fatto di lavorare di più da casa rimarrà una possibilità, e questo è positivo perché è stato dimostrato che aumenta la produttività e permette una maggiore diversità sul posto di lavoro. Sono un genitore che lavora e prima della pandemia spesso era difficile conciliare tutto, per esempio se i miei figli erano ammalati o dovevo partecipare alle serate dei genitori a scuola o alle recite dei bambini. Ora posso lavorare da casa e occuparmi di alcune di queste cose. Quindi, dal punto di vista della diversità di genere, penso che un lavoro più flessibile sia fantastico. Ma in futuro la gente lavorerà al 100% da casa? Non credo.

Cos’altro ha cambiato il Covid-19?

Il Covid-19 ha messo in evidenza l’importanza dei sistemi sanitari e della salute generale delle popolazioni di tutto il mondo, due aspetti su cui ora i governi si soffermano in misura crescente. Per esempio, nel Regno Unito la popolazione ha capito l’importanza di un sistema sanitario nazionale solido e del sostegno all’investimento in quest’ambito in termini di spesa sanitaria pro capite.

Ma occorre anche un cambiamento culturale e di stile di vita, che è un altro aspetto su cui la pandemia ha influito. Per esempio, oltre a comportare problemi come il diabete, l’obesità rende le persone più vulnerabili al Covid-19. Questo è il motivo per cui nel Regno Unito, dopo aver contratto il virus, il primo ministro Boris Johnson ha fatto dietrofront riguardo all’obesità, promuovendo uno stile di vita più sano. Di conseguenza, ora il governo britannico propone misure come il divieto di pubblicità online per alimenti ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale prima delle 21.00 e il divieto di promozioni di tipo “1+1 gratis” sugli alimenti poco salutari.

È importante sottolineare anche l’ascesa dell’agricoltura sostenibile. La consapevolezza del rischio di trasmissione del virus dalla fauna selvatica all’uomo è aumentata, così come la coscienza che spesso ciò si verifica quando invadiamo in misura crescente gli spazi naturali e della fauna selvatica. Occorre dunque soffermarsi sul settore agricolo e in particolare sulla deforestazione causata dall’agricoltura, e ciò potrebbe indurre i paesi ad adottare pratiche agricole più sostenibili. A livello dei consumatori, la crescente consapevolezza dell’impatto ambientale del consumo di carne e proteine potrebbe accelerare l’adozione di diete più vegetali a livello globale.

In definitiva, però, alcune cose non cambieranno. Anche se i viaggi, il tempo libero e l’intrattenimento dal vivo sono stati alcuni dei settori più penalizzati dalla pandemia, la gente ha di nuovo voglia di divertirsi e di fare esperienze. Torneremo a farlo. La domanda non è scomparsa e alcuni paragonano la potenziale fase post-Covid ai ruggenti anni Venti dopo la Prima guerra mondiale, quando tutti morivano dalla voglia di uscire e tornare a divertirsi. Ci auguriamo di poter tornare a fare queste cose come prima.