• martedì, 4 Ottobre 2022

Crisi USA-IRAN: «Teheran non vuole l’atomica», dice Margelletti, pres. CESI

«L’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran è semplicemente un’azione di pressione politica, ma Donald Trump ha messo l’Occidente in una posizione molto scomoda». Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali, spiega così la crescente tensione tra Washington e Teheran. Il fulcro della questione è il Joint Comprehensive Plan of Action, cioè l’accordo sul nucleare iraniano stipulato nel 2015 tra Iran, Stati Uniti, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Germania e Unione Europea. Con l’uscita dell’America, voluta nel 2018 dall’allora Presidente Trump, e il ripristino delle pesanti sanzioni verso la Repubblica Iraniana, i rapporti tra i due Paesi si sono sempre più deteriorati, fino a sfociare in azioni belliche. Da ultimo il bombardamento statunitense su basi filo-iraniane il 25 febbraio in Siria, la prima azione militare del neo-eletto Presidente Biden.

L’Iran rifiuta di riaprire le trattative sul patto nucleare se gli Stati Uniti prima non rimuovono le sanzioni economiche. Quando e come si uscirà da questo stallo?

«È difficile a dirsi. Gli Stati Uniti, insieme alla comunità internazionale, hanno stipulato un accordo con l’Iran. Ad un tratto hanno deciso di ritirarsi, anche se Teheran stava effettivamente rispettando i patti. Ora l’America vuole inserire all’interno dell’intesa anche la limitazione al programma missilistico a lungo raggio. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di un Medio Oriente privo di armi di distruzione di massa, ma queste decisioni vanno prese in sede negoziale, non dopo aver firmato. Nella sostanza capisco le intenzioni degli Stati Uniti, ma nella forma, e la forma in politica estera è sostanza, hanno ragione gli iraniani».

Il problema, infatti, è che nessuno dei due vuole fare il primo passo.

«L’Iran ha firmato un’intesa e si aspetta che venga rispettata. Formalmente sono inattaccabili, in tribunale vincerebbero a mani basse».

Le sanzioni imposte da Washington in che modo stanno danneggiando l’economia di Teheran?

«La sanzione più grande è quella che esclude l’Iran dai circuiti commerciali e finanziari globali. Gli americani hanno imposto ai Paesi europei di non intrattenere scambi con la Repubblica Islamica, pena il divieto di stipulare rapporti commerciali con gli Stati Uniti stessi».

Secondo l’Iran stiamo parlando di un danno di tre trilioni di dollari.

«È difficile quantificarlo, ma basta camminare in un bazar per accorgersi di quanto le sanzioni siano pesanti e sentite dalla popolazione. L’Iran è una società assolutamente occidentale, ma al mercato ci si accorge della scarsità dei beni primari, si percepisce la povertà. Vedo una società oggettivamente in sofferenza, il tutto poi ovviamente si rigetta sulla macroeconomia. Se non arrivano i pezzi di ricambio per gli aerei, la compagnia di bandiera non può volare, e questo non dipende da una cattiva gestione come avviene in alcuni Paesi occidentali. La flotta è ridotta per questioni legate alla manutenzione e questo impatta sul commercio, sul trasporto, è un circolo vizioso. Teheran è fuori dai circuiti bancari, è uno Stato che rimane ai margini dell’economia mondiale».

Questo si riflette ovviamente sulla politica interna.

«Partiamo da una premessa: l’Iran è un ex Impero. Provate a immaginare l’orgoglio di una nazione che è stata così potente. Teheran, con l’accordo sul nucleare aveva fatto una rinuncia. Avrebbero fatto a meno di un programma bellico di grande prestigio in cambio della crescita economica. Il governo moderato ha assicurato al popolo che avrebbe portato il Paese alla modernità. I cittadini hanno così digerito una limitazione alla sovranità, ma alla fine non è arrivato nulla. Per questo i temi del nucleare, delle sanzioni, degli Stati Uniti sono così sentiti».

L’Iran ha annunciato la ripresa dell’arricchimento dell’uranio al 20%. L’accordo del 2015 lo limitava al 3,6%, mentre per fabbricare la bomba atomica serve arrivare al 90%. Teheran ha le capacità economiche e infrastrutturali per creare l’arma atomica?

«L’Iran non vuole sviluppare l’arma, vuole tornare dentro l’accordo. Questo è il vero obiettivo, si tratta di un’operazione politica, perché hanno molto di più da guadagnare dal rispettare il patto che dal sottrarsi da esso. Questa è la ragione per cui sventolano l’aumento o meno dell’arricchimento dell’uranio. Il loro interesse è quello di stare nel mercato finanziario e di poter competere con l’Arabia Saudita, e con altre nazioni, sul progetto del welfare».

Intanto gli Stati Uniti hanno bombardato alcune basi riconducibili all’Iran con la prima azione bellica di Biden. Possiamo parlare di continuità nella politica mediorientale tra l’amministrazione Trump e quella odierna?

«Solo in minima parte. A prescindere da Trump o Biden, gli interessi sono quelli degli Stati Uniti d’America, cambiano le modalità con le quali si difendono e si perseguono. I modi con cui Biden si sta destreggiando in politica estera sono profondamente diversi da quelli del suo predecessore».

A giugno sono previste le elezioni in Iran. Come influenzeranno il quadro politico internazionale?

«Anche in questo caso sarà cruciale l’accordo o il disaccordo sul nucleare. Se il governo iraniano riuscirà a rientrare nel patto a condizioni economiche favorevoli, potrà sventolarlo come vittoria politica e il popolo si sposterà sempre di più verso i moderati. In caso contrario i “falchi” potranno dire: “Vedete, a fidarvi dell’Occidente si ottengono solo umiliazioni”».

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