• lunedì, 18 Ottobre 2021

Calcio e Borsa: «Quotare le società è assurdo, puntare subito al delisting»

«Che le società calcistiche siano quotate in Borsa è stupidaggine colossale», attacca l’analista e fondatore di Intermedia Analisi Riccardo Paoncelli. «Credo che nessuna regola possa funzionare se non vale per tutti. O c’è l’obbligo per le società professionistiche di quotarsi, oppure non deve essere permesso a nessuno perché si crea una distonia assurda nella capacità di comunicare di un’azienda rispetto a un’altra. E non vedo che vantaggio ci sia: non raccoglie soldi al mercato perché hanno preso veramente quattro “caramelle” e non c’è affidabilità…».
In che senso?
«Quotare una società in cui il flottante è il 10%… Che cosa sto dando al mercato? Soltanto una fregatura perché mi sono garantito semplicemente il fatto che io ho uno status di società quotata. Sono operazioni nate soltanto a scopo propagandistico».
Nell’ultimo periodo si parla sempre più spesso di delisting…
«Io lo farei subito. Ci sarebbe una grande convenienza, perché intanto non si dovrebbero più certificare i bilanci, perché farlo alla Consob è ben altra cosa rispetto a quella per gli altri club e si possono spalmare le perdite come si vuole. E, poi, senza quotazione è molto più facile vendere la società, senza vincoli e senza avere le formalità delle offerte pubbliche di acquisto a cifre predefinite, accordandosi sulle modalità di vendita come meglio si crede».
È anche più facile attrarre investitori?
«Sì, senza freni burocratici. Inoltre, l’investimento in Borsa non porta utili, né sul breve né sul lungo periodo. Anche ipotizzando un +25% o un -25% non si va da nessuna parte».
Quotazione complicata, momento difficile. Quali modelli?
«La soluzione può essere quella di togliersi il paraocchi e guardare ad altri modelli più funzionali».


Per esempio?
«So che è impossibile per la situazione attuale, ma credo che l’esempio vincente sia la Nba, le lega di basket Usa. Sarebbe una formula vincente a tutti gli effetti. Una lega centralizzata in grado di organizzarsi e di gestire risorse quasi uguali per tutti, con un salary cap per gli stipendi e soprattutto senza retrocessioni che permettono di investire in maniera migliore e senza ansie e con il draft, per cui la squadra peggiore può acquisire il giocatore più forte in prospettiva. Se non si arriva al punto di equilibrare i campionati non si va da nessuna parte. Basti pensare quanto siano volatili i valori dei cartellini dei giocatori e che di fatto nessuna società in Italia dispone di uno stadio di proprietà davvero funzionale che possa generare reddito durante tutta la settimana a prescindere dalla manifestazione sportiva. Non possiamo guardare al calcio con una logica che appartiene al secolo scorso. Siamo nel 2021, non ci possiamo più preoccupare del lato romantico del calcio. Il calcio è spettacolo e business, non è più uno sport da un bel pezzo».
Consiglierebbe a un investitore o a un tifoso di immettere risorse in una società di calcio?
«Assolutamente no! Basti guardare i bilanci in rosso e quanto si è vinto come calcio italiano in Europa negli ultimi anni: nulla. Se si spende tanto, almeno si deve avere un ritorno. In Italia abbiamo speso senza avere di fatto nulla in cambio. È la dimostrazione che si è sbagliato e che si continua a sbagliare a livello di gestione globale. Ma continuiamo ad andare avanti sempre..

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