• lunedì, 3 Ottobre 2022

Duregon, Anif: «Palestre e piscine, il 15-20% non riaprirà. Persi 200mila posti di lavoro»

Palestre, piscine e centri sportivi: primi a chiudere e, probabilmente, ultimi a riaprire. Nella triste gara a chi sta peggio in questo annus horribilis segnato dalla pandemia, l’intero settore è finito in ginocchio. E farà molta, molta fatica a rialzarsi. Un disastro socio-economico senza precedenti per un settore che conta in Italia 100mila strutture dedicate, con un giro economico da 12 miliardi di euro ogni anno e che occupa un milione di persone. «Tra chiusure e contingentamento, nell’ultimo anno sono mancati 10 miliardi e mezzo di euro, circa il 90% del totale. A causa di ciò il 15-20% delle attività non riaprirà portandosi via fino a 200mila posti di lavoro. Un’ecatombe, cui occorre sommare i circa 13 miliardi di fatturato di indotto persi dalle aziende che producono articoli sportivi, che occupano 50 mila addetti ed esportano beni per circa 6 miliardi di euro all’anno», dice Giampaolo Duregon, presidente di Anif Eurowellness, l’associazione nazionale che rappresenta gestori e proprietari di centri sportivi.
Un bilancio drammatico per un settore allo stremo dopo oltre un anno di pandemia.
«Prima tre mesi di lockdown della primavera scorsa, poi cinque mesi di parziale apertura contingentata in cui abbiamo investito tanto per poterci adeguare alle varie misure anticovid, dalla misurazione della temperatura all’ingresso, alla distanza di sicurezza all’utilizzo della mascherina fino ad altre iniziative che limitavano gli ingressi. Poi la nuova chiusura e il colpo di grazia finale da cui sarà complicato riprendersi».


Molti investimenti e nessuna entrata. Peggio di così…
«I famosi ristori che dovevano compensare i mancati incassi sono stati estremamente esigui, pari a circa il 2% di quelle che sarebbero state mediamente le entrate. Mentre dai nostri calcoli abbiamo perso il 90% degli introiti con i costi di gestione che invece sono rimasti quasi invariati. Senza contare poi le sanificazioni che hanno un costo importante e che venivano effettuate quotidianamente».
Altrove è andata diversamente.
«Le misure adottate sono state utili soprattutto per allentare un po’ la morsa della tassazione e per recuperare qualcosa con il credito d’imposta, ma i sussidi sono stati insufficienti. In Germania il governo ha elargito il 75% dei mancati introiti. Non dico che il nostro avrebbe dovuto fare lo stesso, ma capite bene che con il 2% dei ristori non si va da nessuna parte. Con un bilancio tipo da un milione di euro l’anno per ogni attività, riceverne poche migliaia è nulla. Significa pagare forse una bolletta…».
Un costo enorme a livello economico, ma anche sociale…
«I nostri centri sono 100mila fortini, perché di fatto parliamo dell’avviamento allo sport di milioni di ragazzi e dell’attività attività fisica fatta dagli adulti. Non si tratta solo di atleti che fanno agonismo e che magari vanno alle Olimpiadi, perché senza questo movimento e la promozione di base anche l’attività di vertice non esisterebbe. I frequentatori dei centri sportivi in Italia sono almeno 20 milioni, è evidente l’importanza del ruolo che ricopriamo».

Con conseguenze anche per quanto riguarda la salute?
«In questo momento ancora di più! Basti pensare agli stati depressionari che questa pandemia ha creato e che lo sport cura in maniera naturale evitando di stare chiusi in casa. E non dimentichiamo che nelle nostre strutture già si faceva prevenzione – grazie al movimento – per molte patologie come cardiopatie, malattie respiratorie e diabete. Queste tre malattie causano circa 350 mila morti l’anno, ora pare che siano inevitabilmente aumentate anche a causa dell’assenza di attività fisica. I centri sportivi potrebbero essere isole di protezioni e non di trasmissione del virus. È quello che stiamo cercando di fare capire».
Quali sono le vostre richieste in concreto?
«Vogliamo aprire ovviamente rispettando tutte le misure di sicurezza in modo diligente. Abbiamo testimonianze di scienziati e biologi che dimostrano come il contagio da Covid-19 nei centri sportivi sia estremamente basso, molto vicino allo zero, inferiore all’1 per mille nei frequentatori, come comunicato ufficialmente nell’ottobre scorso dal Dipartimento dello Sport al CTS. Anche perché chi fa attività fisica è più propenso a una vita sana, si protegge molto di più e con tutte le misure che sono state approntate all’interno dei centri il virus non circola».
Avete inviato anche una lettera aperta al premier Mario Draghi…
«Abbiamo chiesto di essere considerati non pericolosi e di poter riaprire il prima possibile. Avere ristori adeguati, oltre a sbloccare i sussidi dati agli istruttori che sono fermi da dicembre, tutte persone che sono senza entrate da quasi quattro mesi. E poi abbiamo bisogno di un fondo perduto che ci permetta di ripartire perché abbiamo un’ulteriore particolarità: i nostri centri incassano le quote in anticipo e quelle già riscosse sono state interamente spese ma chiaramente dobbiamo restituire il periodo di non frequenza quando si riaprirà. Quindi avremo mesi e mesi in cui non incasseremo nulla, ma dovremo dare comunque un servizio e le nuove entrate non basteranno nemmeno a coprire le spese, anche perché i costi di gestione degli impianti sono rimasti gli stessi».
E in tanti non riusciranno a riaprire
«Anche questa è un’emergenza di cui bisognerà tenere conto».
La nomina dell’olimpionica Valentina Vezzali a sottosegretario allo Sport rappresenta per voi una speranza in più?
«La persona e l’atleta non si discutono, si tratta di un’eccellenza assoluta. Mi auguro che oltre alla grande esperienza lei conosca bene i sistemi specifici di gestione per poter prendere i giusti provvedimenti, rapidi e adeguati. Noi come associazione ci siamo subito messi in contatto e le abbiamo offerto le nostre competenze per collaborare al meglio».


Vi siete anche offerti per mettere a disposizione i vostri centri come hub vaccinali.
«Non è solo un gesto simbolico. Aderiranno in tanti, abbiamo locali grandi e al momento vuoti che possono essere utili. Lo abbiamo fatto perché eticamente vogliamo dare il nostro contributo per uscire da questa pandemia e dimostrare che i nostri sono luoghi di sicurezza».
Dopo un anno disastroso, c’è almeno qualcosa che la fa essere ancora ottimista?
«Due aspetti in particolare. Mai come in questo periodo tutti si sono resi conto di quanto il movimento fisico sia fondamentale. Le persone si sono accorte che per stare bene è necessario muoversi e questo bagaglio di consapevolezza rimarrà anche in futuro. Inoltre, lo sviluppo dell’insegnamento a distanza, obbligato dalla pandemia, porterà un’ulteriore modalità che arricchirà le possibilità di fare attività fisica».

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