• lunedì, 18 Ottobre 2021

L’attore Antonio Ornano: «Mi manca vedere il sorriso del pubblico»

Se dal vivo non si può, che allora lo spettacolo vada avanti via streaming. «Tra i due palcoscenici c’è una differenza sostanziale, ma lo show virtuale ha una sua attività e crea un richiamo indiscutibile al quale mi sono appassionato», spiega Antonio Ornano, stand up comedian genovese che, costretto come tutti i suoi colleghi a rinunciare al pubblico dal vivo, ha pensato di dare appuntamento ai suoi spettatori su Zoom. Per due mesi ha convertito i monologhi live in spettacoli on line, conquistando fino a 600 spettatori per serata, collegati da tutta Italia e anche dalla Svizzera. «Fino ad allora questo era un territorio che non conoscevo minimamente, che ha bisogno di un linguaggio diverso da quello della tv e mi ha affascinato. Andare in scena in questo modo è un po’ un ibrido fra ritmo televisivo e radiofonico ma ha anche degli aspetti molto divertenti. Ci vuole esperienza e uno studio specifico dei testi. Basilare il lavoro di squadra e di regia».

Perché quest’idea?

«Dovevo debuttare al Politeama di Genova con il mio nuovo spettacolo, per il quale erano già stati venduti oltre 2mila biglietti. Con il primo lockdown lo show è stato “ricoverato” in sala d’attesa per poi essere “dimesso” a fine ottobre del 2020. Ma delle cinque date previste ne ho fatte solo due. Da lì ho costruito delle puntate ripescando anche la satira e ho scelto di raccontare quello che succedeva in tempo reale con il supporto di immagini… cosa che normalmente non faccio».

Quindi ha stravolto i testi?

«Ho scritto delle cose ad hoc. Non ho voluto fare lo spettacolo da casa e ho potuto usufruire di un piccolo studio televisivo. Ma c’è voluto un grande lavoro: due persone in regia, altre due che mi mettevano in collegamento con i miei interlocutori, Simone Repetto, il mio autore, a farmi da spalla, e in più il booking».

Se lei è riuscito a calcare l’onda della tecnologia, il pubblico come si è presentato all’appello: uno spettatore preparato o da istruire?

«Devo riconoscere che gli inconvenienti sono stati marginali. Interloquire via web con il pubblico non è una cosa facile: mi riferisco ai microfoni accesi di tutti che abbiamo dovuto spegnere e a quella fase di warm up in cui mi piace misurare la platea stuzzicandola singolarmente, in questo caso virtualmente. Per il resto li ho trovati tecnologicamente pronti». 

Continuerà a fare spettacoli così?

«No basta, la gente non ne può più di online. Già passa troppo tempo al computer, è stanca. La mia idea di radunare la famiglia in salotto è stato un bell’esperimento che non andrà avanti». 

Quindi quando i teatri riapriranno abbandonerà il mezzo?

«Sono sempre stato un fautore del doppio binario, professionalmente parlando. Il fatto che domani il mondo del web avrà uno spazio autonomo nel quale esprimersi è molto interessante. Devo studiare meglio il mezzo perché, come ho già detto, necessita di un linguaggio suo, diverso. Altrove lo fanno già da tempo, quindi voglio pensarci. Avere un canale televisivo mio mi interessa. Lo streaming mi ha aiutato a non atrofizzare il cervello, le opportunità di lavoro del mio settore sono drasticamente ridotte. Ho fatto bene a farlo».

Quando si tornerà a teatro?

«Il problema non è il teatro chiuso ma che molte dispozioni sono illogiche. Se la salute è la cosa primaria deve esserlo per tutti i settori e su tutto il mercato del lavoro senza distinzioni di sorta. Non mi sono arrabbiato quando mi hanno sospeso le date, mi arrabbio oggi perché su di noi pesa un piano vaccinale fatto male. Detto questo, non credo si tornerà a teatro prima del 2022, se intendiamo senza distanziamento…perché il futuro, a teatro, non può essere contingentato. Così si perde il discorso dell’aggregazione, del rito collettivo che è salvifico per l’arte. Abbiamo bisogno di vedere le risate e non solo sentirle».                                ©

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