GLI STATI UNITI TENGONO D’OCCHIO LA RIPARTENZA. ROBERT F. WESCOTT: «PER RISOLLEVARE L’ECONOMIA DRAGHI SEGUA L’ESEMPIO DI BIDEN, PUNTI SUI VACCINI E RIPRISTINI LA FIDUCIA DEI MERCATI»

Da osservatori speciali della nostra economia, gli Stati Uniti tengono d’occhio la ripartenza. «Il premier Mario Draghi sa che in questo percorso di rilancio non si parla solo di soldi, ma c’è bisogno anche di organizzazione e di una leadership efficace», dice l’economista Robert F. Wescott, Presidente e fondatore del Keybridge Research, ufficio studi indipendente di public policy & economics a Washington. «Il calo del Pil nel 2020 in Italia è stato uno dei maggiori tra le economie avanzate: con il lockdown il Paese ha dimostrato di dipendere molto dai viaggi e dal turismo, due settori bloccati dall’emergenza sanitaria. E una guida governativa efficace è sempre apprezzata dai mercati: la scelta come primo ministro di Mario Draghi ha dato un impulso di fiducia ma la sfida qui ora, proprio come quella di Joe Biden negli Stati Uniti, è di aumentare drasticamente le vaccinazioni e di ripristinare così la fiducia, in modo che i consumatori tornino a fare acquisti, viaggiare e a impegnarsi negli affari».

I primi cento giorni di Biden hanno portato solide performance in Borsa: questo andamento si manterrà?

«La vittoria del Presidente alle elezioni è stata dichiarata il 7 novembre 2020 e, da allora, i mercati americani sono cresciuti di circa il 20 %: un ottimo periodo».

Joe Biden, presidente degli Stati Uniti d’America

Pare però che gli investitori abbiano trascurato la notizia del potenziale raddoppiamento delle tasse sul capital gain sui più abbienti. Un aumento del genere danneggerà la crescita economica sul lungo termine?

«Si tratta di un problema complesso. È vero che un aumento nelle aliquote sul capital gain può far perdere ai titoli parte della loro attrattiva. Ciononostante, alcuni potrebbero anche rispondere scegliendo di tenere aperte le loro posizioni più a lungo (se credono che le tasse sul capital gain saranno più basse in futuro). È anche importante ricordare che molto del denaro che scorre nei mercati azionari americani è in pilota automatico, perché gli acquisti riflettono i piani automatici di risparmio pensionistico di 401mila impiegati. Perciò, con ogni busta paga milioni di americani aumentano automaticamente i loro acquisti di titoli azionari per i piani pensionistici. Molti lavoratori non dovranno pagare alcuna tassa sui profitti di mercato dei loro fondi pensione per decenni, per cui un cambio nella tassazione del capital gain non ha alcun effetto su questa domanda. Negli ultimi quarant’anni, l’aliquota ha avuto ampie variazioni – da praticamente zero a una percentuale pari a quella più alta imposta sul reddito normale (più o meno 40%). E ci sono poche prove di una chiara relazione inversa tra tasso di imposizione sul capital gain e performance del mercato azionistico. Negli anni ’90, per esempio, aumenti dei tassi furono seguiti da diminuzioni della valutazione dei titoli, con lo scoppio della cosiddetta “bolla delle punto com” negli anni 2000-2001, ma il calo del mercato avvenne anni dopo l’aumento. Malgrado molti investitori desumano istintivamente una forte correlazione negativa, i dati che ho visto non mostrano niente di così evidente».

Quali fattori possono aver spinto i titoli?

«Ci sono stati tre sviluppi fondamentali che hanno contribuito. Innanzitutto, la distribuzione dei vaccini negli Stati Uniti è stata più veloce di quanto ci si aspettasse, il che ha aumentato la fiducia dei consumatori e l’attività economica complessiva. In secondo luogo, ci sono stati parecchi aiuti sul fronte della politica fiscale: sotto Natale è stato fatto passare un piano di stimolo da 900 miliardi, il che ha aiutato. In più, il Congresso ha fatto passare a marzo l’American Rescue Plan, un intervento da 1.9 triliardi che ha provocato un notevole aumento degli stipendi. Da ultimo, la Federal Reserve ha mantenuto la sua politica monetaria a tasso zero e ha continuato ad acquistare ogni mese bond per più di 100 miliardi di dollari – parte del suo piano di espansione del bilancio. Insomma, sia la politica fiscale sia quella monetaria hanno supportato la crescita economica, causando effetti positivi sul mercato».

Il Dow Jones ha superato per la prima volta nella storia il traguardo di 34.000…

«Sono piuttosto preoccupato. L’inflazione potrebbe cominciare a superare le cifre previste e questo potrebbe indurre la Fed ad aumentare i tassi d’interesse più velocemente delle attese del mercato».

Quanto ci si dovrebbe preoccupare?

«Tra gli economisti si sta aprendo un importante dibattito sui rischi di un aumento dell’inflazione. Larry Summers ne è allarmato. Janet Yellen, segretario del Tesoro, e Jerome Powell, presidente della Fed, molto meno. Summers crede che l’inflazione sarà innalzata dagli enormi provvedimenti di stimolo fiscale combinati a una domanda contratta. La nostra società, Keybridge Reserch, ha stimato che i nuclei familiari americani detengono oggi più di 2 triliardi in risparmi cosiddetti “dry powder”, che possono essere spesi non appena le famiglie si sentiranno abbastanza sicure per viaggiare e fare acquisti dopo il Covid-19. Yellen e Powell credono invece che l’inflazione sarà mantenuta bassa mediante forti misure di fissazione delle aspettative e da una persistente debolezza del mercato del lavoro. Credono anche che la Fed abbia gli strumenti necessari per contrastare l’inflazione, se ce ne fosse bisogno».

Però, appena pochi giorni fa il segretario del Tesoro, Janet Yellen, ha accennato a questa possibilità

«Sì e i più non hanno apprezzato questo messaggio. In aggiunta a questo, il rapporto tra prezzo e profitto per alcuni titoli high tech americani è molto alto, ed esiste il rischio che le aspettative si siano fatte troppo elevate. In alcuni settori, la capitalizzazione di mercato di una sola compagnia è maggiore della somma di quelle del resto del settore, e questo sembra uno squilibrio. Molti brand americani si basano su proiezioni di guadagno globali, ma con le relazioni tra Stati Uniti e Cina che diventano sempre più fredde, alcuni di questi guadagni proiettati potrebbero rivelarsi troppo ottimistici, specialmente se dalla Cina verranno più bassi di quanto si spera…».

Janet Yellen, Segretario del Tesoro americano

Qual è la sua posizione?

«Temo che l’inflazione aumenti. Il più grande cambio di politica uscendo dal Covid-19 è probabilmente il forte aumento della spesa pubblica. 6 triliardi di dollari di stimolo fiscale ricorda l’episodio analogo del “armi e burro” degli anni ’60. In quel periodo il presidente Lyndon Johnson si sobbarcò pesanti spese sia nella guerra del Vietnam (“le armi”) sia nel lancio di programmi di sostegno sociale come Medicare e Medicaid (“il burro”), che migliorarono considerevolmente gli standard di vita dei nuclei familiari più anziani. Dal 1967 al 1971, l’inflazione subì un’impennata dallo 1-1,5 % al 5/6, mostrando come una massiccia spesa pubblica possa essere inflazionaria. Sappiamo che i prezzi delle materie prime stanno salendo piuttosto rapidamente. Ciononostante, io mi terrei particolarmente cauto su previsioni di inflazione nel settore dei servizi. Se l’inflazione sul prezzo delle materie prime si trasmetterà anche lì, sarà la dimostrazione che si potrebbe essere su una via simile a quella della seconda metà degli anni ’60».

E sui difficili rapporti tra USA e Cina?

«Temo che il Covid-19 abbia accelerato il ritmo della separazione economica e tecnologica tra i due Paesi».

Il virus ha dato anche una notevole spinta in avanti all’economia cinese, basata sulla manifattura…

«Con la bilancia commerciale sempre più pendente a suo favore, il presidente Xi Jinping si è sentito in una posizione abbastanza forte per sfidare l’Occidente. In Cina si è inoltre avuta la sensazione che l’Occidente sia stato distratto dal Covid-19, e potrebbero averne concluso che fosse il momento opportuno per imporre provvedimenti interni più autoritari. Di certo si ha l’impressione che USA e Cina diventino sempre di più competitor strategici e il fatto che tecnologie – come i chip a semiconduttori veloci, ma anche i supercomputer e l’AI – abbiano usi sia civili sia militari è causa di ulteriori divisioni».

Molto dipenderà dal comportamento della Cina nei confronti di Taiwan: i suoi allenamenti di tipo militare sono solo per mettersi in mostra o segnalano intenzioni più serie?

«Giappone, Corea, Australia, India e diversi altri Paesi stanno facendo molta attenzione all’atteggiamento cinese in ambito militare. Mi aspetto che gli Stati Uniti e le grandi multinazionali continueranno a fare affari con la Cina, ma anche che i termini saranno meno favorevoli, le restrizioni più dure, e gli ostacoli legali e amministrativi più difficili da superare. Credo anche che ci saranno maggiori limitazioni ai flussi di investimento diretti tra i due Paesi, più controlli sulle esportazioni, meno scambi tra ricercatori e, in generale, più circospezione».

Chi vince e chi perde in uno scenario di separazione dei destini tecnologici cinesi e americani?

«Un nuovo studio dell’IMF (International Monetary Fund) rileva che in questo caso la crescita in quasi tutti i Paesi del mondo rallenterebbe, ma che sarebbe l’economia cinese a perderci più di tutti, per via del suo forte orientamento a esportare. Le compagnie occidentali devono aspettarsi un potenziale di crescita in Cina minore delle attese».

La risposta europea alla pandemia è stata piuttosto differente da quella americana: è possibile che ci sia qualche conseguenza per questo?

«Sia l’UE sia gli Stati Uniti sono stati colpiti duramente dal Covid-19. Entrambi hanno sofferto molteplici ondate di contagi, impennate dei casi, e hanno affrontato fasi di lockdown. Una differenza è che gli USA hanno investito maggiormente in interventi di stimolo per tentare di aiutare le famiglie, compresi i 2 triliardi del Cares Act a maggio, una legislazione di supporto da 900 miliardi a dicembre e gli 1.9 triliardi dell’American Rescue Plan di marzo. Questo ha generato molto supporto ai redditi familiari negli Stati Uniti. Nel frattempo, l’Europa si è concentrata maggiormente sul supporto ai redditi dei lavoratori temporaneamente senza impiego. Gli Stati Uniti hanno anche fatto largo uso di risorse per lo sviluppo dei vaccini, compresi investimenti nelle nuove tecnologie basate sull’mRNA (RNA messaggero). Quello sforzo è stato ripagato piuttosto bene e Moderna e Pfizer/ Bio-N-Tech sembrano essere i vincitori di questa corsa a livello globale. In ogni caso, la differenza più grande, a oggi, è probabilmente che gli USA hanno tenuto un ritmo più sostenuto con le vaccinazioni. Ai primi di maggio, più della metà degli adulti americani è stata vaccinata e si ha l’impressione che l’economia sia a un giro di boa. Parti dell’attività economica sembrano tornare a livelli più normali. Chi lavora negli uffici nella città dove vivo, Washington DC, sta tornando agli orari di lavoro consueti. Mi auguro che l’Europa non sia tanto indietro rispetto a noi e che nei prossimi mesi le vaccinazioni siano sempre più diffuse, con un conseguente ritorno alla normalità per le attività economiche».