CONFIMPRESE, RESCA: «FATTURATO GIU’ DEL 62,8%, MA PREVEDIAMO 882 NUOVE APERTURE: PIU’ DELLA META’ FRANCHISING»

Lo sguardo verso il futuro è pieno di speranza per Mario Resca. Il presidente di Confimprese è ottimista, anche se i dati non raccontano ancora di un’Italia pronta a risollevarsi dalla crisi economica dovuta alla pandemia.

La situazione racconta incertezza e preoccupazione per i prossimi mesi: come sono le stime del secondo semestre?

«Non siamo ancora in grado di tracciare un quadro specifico. Arriviamo da un anno e mezzo di pandemia che ha messo in ginocchio l’intero sistema Paese, il 30% dei negozi ha chiuso le saracinesche per sempre, negli ultimi 6 mesi, i 1300 centri commerciali sono stati chiusi nei festivi e prefestivi, giorni che valgono il 50% del fatturato dell’intera settimana, e hanno perso il 40% del fatturato annuo. I dati dell’osservatorio confimprese-ey riferiti ad aprile su aprile 2019 confermano una situazione di grave incertezza, con un calo del fatturato totale del 62,8%. Con una situazione di questo genere è difficile fare previsioni certe, l’atteso recupero per ora non c’è stato».

Chi ne fa le spese maggiori?

«La ristorazione, che è in flessione del 74,4%, seguita dall’abbigliamento -63,3%, che ha visto andare in fumo la collezione primavera-estate, e il non food -35,2%. L’italia ha stanziato per gli interventi previsti dal decreto sostegni Uno 11 miliardi di euro per circa 3 milioni di soggetti interessati: l’indennizzo medio è di 3.700 euro circa. Credo che questi numeri parlino da soli. Rileviamo comunque una voglia di ricominciare da parte dei retailer. Nel 2021 le imprese associate prevedono di chiudere 496 punti vendita in flessione di -3,8% sul 2020, ma stimano 882 aperture di nuovi esercizi commerciali (+6,7% sul 2020), di cui 320 diretti e 562 in franchising, che si conferma la formula distributiva maggiormente apprezzata dagli operatori retail. Considerando le previsioni relative al numero di punti vendita in chiusura emerge uno scenario cautamente ottimistico, in cui il saldo netto dei punti vendita italia (882 aperture vs 496 chiusure) è positivo, pari a 386. Una percentuale molto alta di imprese, pari a oltre l’85%, conferma l’apertura di nuovi punti vendita, segno che il retail ha voglia di ripartire e di intercettare il desiderio di ritorno alla normalità degli italiani».

Riguardo ai fondi europei in arrivo, ci sono preoccupazioni per riuscire a utilizzarli tutti portando a compimento i progetti proposti dalle imprese per il 2026. Quali sono gli ambiti (food, fashion etc) in cui c’è più possibilità di riuscita?

«Per le nostre aziende che operano in ambito retail è fondamentale ottenere dall’unione europea la possibilità di concedere finanziamenti con tempi di ammortamento più lunghi, passando dai 6 anni attualmente previsti ai 15 anni. Su questo ci aspettiamo il massimo impegno del governo».

Secondo i dati istat il lavoro per donne e giovani è una realtà sempre più complicata. Nel PNRR si parla esplicitamente di aiuti a queste due categorie, voi avete dati specifici e avete una fotografia di come potrebbe cambiare il mercato del lavoro dopo la fine dei blocchi ai licenziamenti?

«Donne e giovani sono sempre più centrali nel retail, soprattutto nel franchising, una formula distributiva molto apprezzata dall’universo femminile e dagli under 35, non solo quelli che ereditano il timone dai genitori, ma anche le nuove leve che hanno voglia di avviare un’attività in proprio sotto l’egida e la tutela del marchio ombrello. Le sei missioni del PNRR condividono priorità trasversali, relative alle pari opportunità generazionali, di genere e territoriali. Prevedono una strategia nazionale per la parità di genere, azioni per le nuove generazioni, anche nelle imprese. Il tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro in italia è del 53,1%, di molto inferiore rispetto al 67,4% della media europea. I giovani sono tra le categorie più colpite dalle ricadute sociali ed economiche della pandemia, il tasso di occupazione tra i 15-25enni è diminuito di 14,7 punti percentuali in un anno, i 25-34enni hanno perso complessivamente 258 mila posti di lavoro dal febbraio scorso su un totale di 945 mila. Molti punti del Recovery Plan mirano a potenziare infrastrutture tecnologiche, le offerte turistiche e culturali che ruotano intorno al mondo del retail e che potranno sviluppare nuove attività. Molto apprezzata dalle nostre imprese è anche la misura contenuta nella legge di bilancio 2021, che prevede lo sgravio contributivo del 100% per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e le stabilizzazioni effettuate nel biennio 2021-2022 riferite a giovani sotto i 36 anni di età. Del resto, le grandi crisi causano sì macerie e distruzioni, ma portano anche rinascita. Oggi è il momento di guardare avanti, di pensare alle riaperture e non alle chiusure, intercettando la voglia di tornare a vivere e a consumare degli italiani».

A che punto siamo con la possibilità di somministrare vaccini nei luoghi di lavoro. Alcune realtà hanno già cominciato e c’è addirittura chi offre incentivi per convincere i propri dipendenti…

«Molte nostre grandi aziende associate si sono attivate per vaccinare in azienda e, in alcuni casi, creare dei veri e propri hub vaccinali e sinergie con altre imprese. I ritardi nei regolamenti regionali, ora che la campagna vaccinale della popolazione italiana sta procedendo speditamente, rischiano di rendere ormai superato il tema dei vaccini in azienda».

La situazione dei centri commerciali, tra chiusure e aperture sommarie, quanto ha danneggiato il settore?

«I centri commerciali sono tra i canali di vendita maggiormente penalizzati in questo anno e mezzo, non solo per via delle misure restrittive imposte dalla pandemia, ma soprattutto per i 6 mesi di chiusura nei 1300 centri commerciali in italia, che hanno causato notevoli danni alle imprese del commercio, con perdite sul giro d’affari nell’ordine del -40% rispetto al 2019 e una conseguente diminuzione del fatturato annuo complessivo stimabile in 56 miliardi di euro. Numeri che mettono a repentaglio la tenuta delle aziende, con il rischio di forti ricadute occupazionali. Ad aggravare la situazione, va considerato che i ristori economici per le imprese sono stati quasi nulli e inadeguati a coprire le perdite già consolidate. È necessaria un’iniezione di liquidità nel sistema per le imprese di tutte le dimensioni, che potrebbe passare anche da uno spostamento temporale delle scadenze fiscali e previdenziali, da un rafforzamento degli strumenti e una semplificazione delle procedure di accesso al credito agevolato, con tempi rapidi e certi, da una nuova misura sugli affitti, con la previsione del credito di imposta anche per il 2021.

In questa complicata situazione pandemica, secondo i vostri dati quale settore ha sofferto di più?

Tutto il mondo del retail ha sofferto in modo inequivocabile. secondo l’osservatorio confimprese-ey, che monitora mensilmente l’andamento dei consumi in italia, la ristorazione è stata il settore che nell’anno e mezzo di pandemia ha riportato i danni più gravi, seguita dall’abbigliamento e in misura minore dal non food che, sulla scia delle minori restrizioni di alcune merceologie e della ritrovata voglia degli italiani per la lettura, per l’arredamento della casa e per gli oggetti di elettronica, ha registrato da gennaio a oggi perdite più ridotte rispetto agli altri comparti, nell’ordine del -30% circa».

Si possono già tirare le somme di un anno in cui l’e-commerce si è sviluppato in modo esponenziale permettendo a molte aziende di non chiudere?

«Partiamo, intanto, da una considerazione fondamentale: le abitudini di acquisto si sono rivoluzionate. L’accelerazione data dalla pandemia ha convertito in consumatori digitali anche utenti prima molto conservatori, abituati esclusivamente all’acquisto nei negozi fisici. Nel 2020 in italia si sono registrati 2 milioni di nuovi consumatori online: nel 2019 erano 700mila. L’e-commerce ha salvato molte aziende, sia della ristorazione con delivery e take away, sia del fashion e del non food, soprattutto durante il primo lockdown, toccando il +250% in aprile 2020 in confronto all’aprile 2019. Da qui l’esigenza di coniugare la trasformazione digitale con la necessità di evitare forme di desertificazione commerciale, già sperimentate con gravi conseguenze in altri paesi europei. Tuttavia, la pandemia è servita ad accelerare la costruzione di una visione per il futuro, in cui la customer experience, sia online sia offline, continuerà a essere al centro di ogni retail strategy. La capacità empatica farà la differenza per attrarre le persone nei negozi fisici. La disponibilità degli articoli sarà fondamentale così come la presenza di un servizio clienti rapido ed efficiente, magari dedicato a ritiro o reso. A fronte della diminuzione delle vendite in negozio in favore di quelle online, gli spazi degli store fisici saranno ripensati per attrarre il consumatore. Punti vendita di grandi superfici sono già in fase di riconversione. In quest’ottica, anche le soluzioni per la vendita in mobilità all’interno del negozio, con cui eliminare il concetto di coda alle casse, faranno la differenza».

Corporate businessmen working on tablet at office

Siamo pronti alla sfida digitale?

«Se pensiamo che oggi 10 milioni non hanno attivato offerte di accesso a internet su rete fissa e circa 16 milioni di famiglie (il 60% del totale) non usufruiscono di servizi internet su rete fissa o non hanno una connessione a banda ultra larga, la risposta viene da sé. E se a ciò aggiungiamo le connessioni veloci e la sanità digitale, che procedono a rilento e in maniera disomogenea tra regioni, l’identità e certificazione digitale utilizzata al massimo dal 30% della popolazione e la sicurezza digitale che necessita di più risorse e personale, abbiamo il quadro completo della strada che il nostro Paese deve ancora percorrere per arrivare alla soluzione. Si punta a quei progetti in grado di velocizzare la cablatura integrale del Paese, dalla diffusione della fibra nelle aree grigie al cablaggio da completare nelle scuole e negli ospedali, ai collegamenti con le isole minori. D’altronde con 1.200 comuni senza internet, 34mila scuole da connettere, il 33,8% delle famiglie italiane senza un computer in casa per la didattica a distanza o il lavoro agile, velocizzare con la banda ultra larga è il minimo che si possa fare. L’importante, da quanto hanno dichiarato i due ministri preposti alla transizione digitale ed ecologica, Colao e Cingolani, è superare l’impasse e riprendere i lavori di cablaggio e copertura senza più indugio. Ci sarebbe insomma una totale convergenza sulla necessità di non stare più in una situazione di attesa che rischia di condizionare i piani (e quindi i tempi) di copertura delle reti a banda ultra larga finanziati con risorse del PNRR».

In che modo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare il mondo del retail?

«L’intelligenza artificiale fa già parte della nostra vita quotidiana ed è ormai utilizzata in più della metà delle grandi aziende italiane. Tutti conoscono le auto senza guidatore o gli assistenti vocali, come Siri di Apple, Cortana di Microsoft o Alexa di Google, ma gli esempi meno noti sono molteplici. gli algoritmi intelligenti, in grado cioè di auto-apprendere, ci suggeriscono i prodotti da acquistare, i film o i brani musicali in linea con i nostri gusti, sanno rispondere a domande dei clienti via chat, possono riconoscere il volto di una persona per abilitare un accesso, smistare documenti in base al contenuto. In questo senso l’intelligenza artificiale per il retail consente di identificare progressivamente le azioni d’acquisto e di ricerca compiute, prevedendo così tecniche di comunicazione ad hoc e strategie di vendita realmente più efficaci a seconda del cliente che si ha davanti.  L’intelligenza artificiale varca la soglia del negozio, prevedendo per ogni acquirente un’offerta personalizzata su misura, monitorando la frequenza delle visite allo store e quanti e quali prodotti sono stati ricercati e acquistati, fino a consigliare pacchetti di prodotti o prodotti singoli con caratteristiche o marche analoghe a quelli abitualmente acquistati. Ma ci sono due elementi interconnessi che sfuggono all’intelligenza artificiale: I giovani, infatti, che vogliono diventare imprenditori avviando una attività in proprio, possono ottenere un’assistenza personalizzata in tutte le fasi dell’avvio di impres».

Investire sulla formazione: si fa abbastanza, ci sono progetti o siamo indietro?

«Dobbiamo investire sui giovani, perché sono loro il nostro futuro. Apprezzo molto il programma formazione giovani messo a punto da Intesa San Paolo con l’università di Pavia e altri 60 atenei tra cui l’università di Oxford, che punta all’alta formazione delle future generazioni. Anche l’unione europea ha stanziato un significativo finanziamento nell’ambito del Next Generation EU per sostenere riforme e investimenti che aiutino a riparare i danni causati dalla pandemia. Grazie al rifinanziamento di garanzia giovani, il governo italiano ha la possibilità di sostenere le attività legate al piano per contrastare la disoccupazione giovanile fino alla scadenza del ciclo di programmazione dei fondi europei. Nel programma garanzia giovani c’è un capitolo dedicato all’autoimprenditorialità che riguarda da vicino il mondo del retail e del franchising. I giovani, infatti, che vogliono diventare imprenditori avviando una attività in proprio, possono ottenere un’assistenza personalizzata in tutte le fasi dell’avvio di impresa, dallo startup all’accesso agli strumenti di credito e microcredito, alla fruizione degli incentivi. Vengono inseriti in un percorso mirato caratterizzato da una fase di formazione specialistica e di tutoraggio per la gestione amministrativa, legale e finanziaria per accedere agli strumenti finanziari disponibili».

Le nostre imprese sono attrattive per gli altri Paesi e di che cosa abbiamo bisogno per essere più competitivi?

Purtroppo il nostro paese ha iniziato a perdere competitività già prima della pandemia. A causa dell’incertezza politica, dei continui cambi di governo, della burocrazia scoraggiante e della mancanza della certezza delle norme, siano esse commerciali o fiscali, le nostre imprese sono sempre meno attrattive per gli investitori stranieri che preferiscono capitalizzare in altri Paesi. Sono fiducioso nel nuovo governo e nella capacità che avrà di sfruttare al meglio le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund. Gli investimenti stranieri sono fondamentali, purché la politica sappia governarli. La cosa più importante, è intervenire sulla produttività, anche utilizzando la leva fiscale. Dobbiamo facilitare le condizioni di intervento per le aziende straniere, senza però perdere di vista l’interesse nazionale. È in corso un rallentamento del flusso degli investimenti globali, con una sorta di ri-regionalizzazione».

Che cosa si deve fare?

«Dobbiamo fidelizzare i nostri investitori, per fare in modo che non scappino, ed essere a disposizione anche dei nuovi».                ©