Male engineer and female factory employees in hardhats walking on plant floor and talking, man pointing at equipment and instructing women. Back view. Industrial occupation concept

Stipendi più bassi, minori opportunità, molti più ostacoli nel percorso di carriera: le discriminazioni da superare nel mondo del lavoro tengono banco nella discussione sui soldi proposti sul tema dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Differenze territoriali, tra Nord e Sud, e anagrafiche, tra anziani e giovani, non sono solo formali ma del tutto sostanziali. «Credo che il PNRR purtroppo non aiuterà, servirebbe una rivoluzione culturale», ammette Carlo Amenta, direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni e professore associato in Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Palermo. 

Al Sud Italia sarà destinato il 40% delle risorse delle risorse del PNRR, pari a circa 82 miliardi di euro. L’occasione è ghiotta…

«Il problema non è quanto si spende ma come si spende. Finora non corrisponde al vero il fatto che la spesa pubblica al Sud sia stata tanto minore nel corso degli anni. Sicuramente si è ridotta non ci sono stati afflussi di risorse da parte dello Stato centrale come negli anni del dopoguerra, ma considerando anche l’arrivo dei fondi europei, di fatto il Mezzogiorno non ha sofferto una carenza di risorse. Quello che manca è la capacità di spendere bene le risorse, e allora il PNRR può essere una risorsa se e solo se le riforme faranno sì che le somme che arriveranno saranno spese in maniera produttiva. Anche perché maggiore è la quota di spesa che viene intermediata dal soggetto pubblico, maggiore è il rischio che le clientele politiche o il malaffare possano riuscire ad accaparrarsi queste risorse».

Perché il Mezzogiorno è indietro rispetto al resto dell’Italia? 

«Il Sud è indietro in termini economici con un Pil pro capite che è tornato praticamente ai livelli di inizio anno 2000, siamo al 55% circa del Pil pro capite nel Nord. C’è una situazione di livelli di istruzione che è spaventosa, si registrano punteggi di performance in termini di test che sono di gran lunga al di sotto della media nazionale. C’è certamente un fenomeno di criminalità organizzata che, seppure non abbia più qui la base economica, continua ad avere grossa parte del suo potere “militare” e trova livelli di disoccupazione tali da consentire più facilmente la ricerca di manodopera. Ma questa volta mi preoccupo molto meno dei fenomeni di criminalità organizzata rispetto a queste somme perché gli strumenti di contrasto sono più efficaci prima. Il territorio meridionale è arretrato perché lo dicono i numeri e lo dice purtroppo il modo in cui la società reagisce ai problemi. Lo abbiamo visto anche con la vicenda dei vaccini: per esempio nella mia Sicilia si sono registrati dati di rifiuto molto più elevati anche perché la sola idea di accedere alla vaccinazione attraverso portali per larga parte della popolazione è pressoché impossibile a causa di livelli culturali complessivi più bassi. Questo lo dicono le statistiche non la mia impressione. E purtroppo questi numeri sono impietosi». 

Uomo del Sud e giovane, classe ’75. Sulla carta una doppia difficoltà di carriera… Si è mai sentito discriminato?

«Francamente no. Devo dire che mi sento discriminato nel momento in cui sento dire che per ragioni legate alla criminalità organizzata e alla mafia non si vorrebbe investire al Sud. Ecco, solo in questo caso mi sento discriminato perché sono convinto che le popolazioni del Sud, in particolare i siciliani, grazie all’esempio della magistratura, di Falcone, di Borsellino e delle forze di polizia, abbiano saputo reagire in maniera tale da dare un esempio agli altri. In questo vedo un’ignoranza e un’incapacità di conoscere davvero la realtà che è fatta di una reazione forte da parte dello Stato e di uomini coraggiosi. E anche di una forte reazione della società. Questo vorrei che si conoscesse meglio, perché credo che si possa investire e fare impresa al Sud così come al Nord».

Ma questa pseudo lotta territoriale tra Nord e Sud sembra essere atavica…

«Che il Sud possa essere una risorsa del Paese deve essere una convinzione per prima cosa delle classi dirigenti del Sud, che devono abbandonare questo piagnisteo continuo dell’essere abbandonati o dell’avere meno risorse o di essere i parenti poveri del Nord, senza capire che questo è frutto principalmente di quello che noi stessi abbiamo costruito. Non c’è stato un disegno complessivo di qualcuno che ci ha messo in questa posizione. Dopodiché il Nord deve capire veramente che senza il Sud non si va da nessuna parte, è una larghissima parte del Paese in termini di popolazione e in termini territorio e ha potenzialità inespresse. Io credo che questo cambiamento culturale non ci sia ancora e purtroppo non penso che sarà il PNRR a poterlo creare ma può nascere soltanto nelle dinamiche in cui il Meridione possa imparare a crescere camminando sulle proprie gambe e quindi possa fare vedere con l’esempio che cosa significa crescere veramente».

Se dovesse scegliere simbolo di ciò che non va al Meridione?

«Senza dubbio le tante infrastrutture cadenti e incompiute che rappresentano sprechi e incapacità di curare il proprio territorio. Pensate che nel PNRR è prevista l’alta velocità per la Sicilia. Sull’asse Palermo-Messina-Catania dovrebbe portare da Palermo a Catania in due ore invece che in tre. Per carità, è un grande risparmio ma resta abbastanza ridicolo che per fare 250 km ci si mettano due ore, tanto quanto con l’automobile. Di fatto non c’è nessun vantaggio.  La situazione delle infrastrutture è un simbolo che secondo me racchiude bene l’incapacità della classe dirigente, la corruzione e la poca volontà di farsi sentire rispetto ai propri bisogni dei siciliani, dei campani, dei pugliesi». 

Ma è più difficile affermarsi partendo dal Sud?

«No, non lo penso assolutamente. In un Paese in cui c’è scarsa mobilità sociale come il nostro, la differenza non è l’origine ma nascere da famiglie benestanti o meno. Non vedo una discriminazione rispetto al luogo dove sono nato bensì rispetto ne vedo riguardo alla condizione sociale di partenza. Certo, sono di più nel Meridione le persone che avrebbero necessità della mobilità sociale»

E lo è invece affacciandosi al mondo del lavoro essendo giovani? 

«Si questo certamente. Secondo me la vera frattura in Italia è quella fra anziani e giovani. Le scelte di questo Paese sono scelte politiche sempre a vantaggio degli anziani e lo sono nella misura in cui c’è anche un problema elettorale, in cui i giovani sono – per così dire – meno interessanti». 

Un gap superabile?

«Non è facile. C’è una struttura di potere anziana che finisce con il fare discriminazioni rispetto ai giovani. Basti guardare il sistema delle pensioni, prima quota 100 e ora la proposta di quota 102. Sono tutti esempi di quali ragionamenti si facciano rispetto ai giovani, che risultano sempre penalizzati. Si parla di un presunto risparmio di un miliardo dell’Inps nell’ultimo anno. Che cosa farci? Beh, per esempio abbassare le imposte per tutti piuttosto che pensare a dove buttarli…».

C’è chi parla apertamente di Paese gerontocratico…

«Effettivamente è spesso così. Tutte le riforme degli ultimi anni hanno finito per penalizzare i giovani anziché aiutarli, per esempio a fare impresa».

Quale sarebbe la giusta misura per favorire l’occupazione giovanile? 

«Io punterei alla massima liberalizzazione di processi autorizzativi amministrati, si dovrebbe consentire a chi vuole aprire un’attività di poterla aprire nel minor tempo possibile e con meno vincoli possibili. Assolutamente necessario sburocratizzare il sistema, solo in questo modo si può dare la possibilità ai giovani di provare a fare qualcosa e a seguire la propria strada con meno difficoltà di quelle attuali».

Nel suo complesso, cosa la convince di più e cosa invece la delude del PNRR?

«La cosa che mi convince di più è il tentativo di fare le riforme. La cosa che più mi delude è il tentativo di indirizzare la spesa, cioè di dire in cosa vanno spesi i soldi. Io avrei preferito da questo punto di vista un modello tipo fondo monetario, in cui l’Europa avrebbe potuto dire: ci indebitiamo noi al posto vostro, vi diamo i soldi perché costano meno, voi sostituite il vostro debito con quello che facciamo noi e poi con i soldi ci fate quello che ritenete più opportuno, anche abbassare le imposte, per esempio riducendo il debito pubblico. Questi vincoli e questa politica industriale europea mi convincono poco».

In conclusione, nessun dubbio che l’occasione sia irripetibile ma… Sarà vera gloria?

«Io temo di no perché ci sono troppi soldi da spendere e troppo poco tempo per fare le riforme. Però visto che sono un inguaribile ottimista… Spero di sbagliarmi. Il fatto è che a forza di ripetere ogni volta che è l’ultimo treno… Non è detto che questa volta il treno parta veramente».