• sabato, 2 Luglio 2022

Gas russo: quale stop? Quello dall’Ucraina verso l’Europa è in aumento

In crescita le esportazioni del gas di Mosca verso l’Europa e l’Italia, attraverso la rotta ucraina. È quanto emerge dai dati dei sistemi di trasporto (fonte gestore di rete ucraina UaTso), che confermano che, mentre impazza la discussione sull’embargo energetico, i flussi continuano a seguire pienamente logiche di tipo commerciale. «Dieci anni fa in Italia si producevano 17 miliardi di metri cubi di gas. Vi abbiamo rinunciato in favore delle importazioni, facendo a meno anche della politica industriale che ne sarebbe derivata», dice Giovanni Lozza, Head del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano.

Più gas da Mosca

In Italia, nei primi giorni del mese, sono transitati circa il doppio di metri cubi di gas naturale rispetto all’ultima settimana di aprile. La ragione di questo brusco incremento deve essere ricercata nell’andamento dei prezzi sul mercato Ttf olandese (Title transfer facility, funzione di trasferimento del titolo, un punto di scambio virtuale per il gas naturale nei Paesi Bassi). Questo punto di negoziazione permette ai trader olandesi di contrattare soluzioni di scambio che di mese in mese si riflettono su quelli ai quali Eni e gli altri importatori ritirano il gas russo in base ai contratti, aumentando o riducendo la loro convenienza a importare.

Mentre in aprile il prezzo di contratto rifletteva i valori Ttf di marzo, i più alti mai registrati fino ad ora come conseguenza dello scoppio della guerra, disincentivando i ritiri di gas moscovita a favore degli acquisti spot, in maggio le richieste di gas russo godono all’opposto dei più stringenti valori del Ttf del mese di aprile, sgonfiati dall’arrivo della primavera e dai consistenti apporti dell’alternativa di gas liquefatto. A rendere più conveniente l’acquisto del gas del Cremlino negli ultimi giorni si sono aggiunti anche i movimenti al rialzo del prezzo spot dopo la notizia dell’interruzione delle forniture a Polonia e Bulgaria per via della diatriba sul pagamento in rubli.

Un contorcimento che ha del paradossale, che mostra come la Russia benefici economicamente delle conseguenze dell’aggressione all’Ucraina non solo sotto il profilo del listino prezzi, ma anche nei termini dei volumi. 

Nella frenesia della ricerca del miglior offerente, alternativo al fornitore russo, si pone in chiara evidenza la netta dipendenza che continuiamo ad avere rispetto ai combustibili fossili. In cima all’agenda per l’energia, ora, non sembra esserci un tentativo di svincolarsi dal giogo di Mosca puntando sulle rinnovabili. Stiamo semplicemente cercando combustibili altrove, ad esempio in Africa.

Giovanni Lozza, Head del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano, sottolinea come questo non debba essere fonte di allarmismo, bensì un sano motivo di realismo: «Il nostro Paese ha un consumo di 70-80 miliardi di metri cubi di gas all’anno e 18 miliardi di metri cubi di stoccaggio. Circa il 45% di questo gas è fornito proprio dalle imprese russe controllate da Putin».

Facciamo un passo indietro. L’Italia dell’era industriale ha sempre avuto la necessità di importare dall’estero la maggior parte dell’energia di cui si serve.

Nel 1990, solo il 16% del nostro fabbisogno energetico era soddisfatto dalla produzione nazionale, trent’anni dopo, nel 2021, grazie alle fonti rinnovabili siamo arrivati al 23%. Secondo Eurostat, tuttavia, l’Italia resta tra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: secondo Italy for Climate, ben il 77% del fabbisogno nazionale di energia è soddisfatto dalle importazioni, che riguardano appunto essenzialmente petrolio, gas e carbone. 

Sono 10 i Paesi da cui l’Italia importa la quasi totalità delle fonti fossili, e il primo fra tutti è proprio la Russia: il 25% del nostro fabbisogno viene proprio da questo Paese, e non solo per il gas. 

Per quanto riguarda il petrolio, la dipendenza è più diversificata, con 5 Paesi a soddisfare i due terzi del nostro import: Azerbaijan, Libia, Russia (appunto) Iraq e Arabia Saudita. Il greggio estratto in Italia nel 2021 è stato pari al 7% del consumo nazionale di prodotti petroliferi. 

Per quanto riguarda invece il carbone, l’Italia è totalmente dipendente dall’estero per soddisfare il suo fabbisogno. Quasi tre quarti di quello consumato nel 2021 proviene da due soli Paesi: Russia  (di nuovo) e Usa. Le rinnovabili sono ferme da anni ferme al solo 20% circa del fabbisogno interno. 

Si è però parlato dopo il 24 febbraio di come il pronto soccorso energetico possa passare dal carbone, da quelle centrali che dovranno essere dismesse o convertite entro la fine del 2025, secondo il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) del ministero dello Sviluppo Economico. Sarebbero sette le centrali a carbone in Italia, impianti distribuiti tra Sardegna, Lazio, Puglia, Liguria,  Friuli Venezia Giulia e Veneto. «Questa guerra ci obbliga a fare i conti con la realtà. Per questo si sta parlando così tanto di autonomia energetica del Paese». Da qui la soluzione, «È chiaro che nell’immediato si debba passare per uno logorìo dei nostri giacimenti di gas e di carbone. L’attenzione per “net-zero” non diminuirà e gli impegni non scemeranno».

Nel 2021 l’Italia ha installato 1,4 milioni di kW (GW) di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, in netto deficit rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei. Dal report Italy for Climate “I 10 key trend sul clima per l’Italia” emerge come, ancora nel 2021, non si sia sbloccato lo stallo delle fonti rinnovabili del settore elettrico, che invece si vorrebbe fossero traino della transizione energetica. Soprattutto per un Paese come il nostro, che dispone di grande abbondanza sia di sole sia di zone ventose. 

Tra l’altro, si sa già cosa ostacola la crescita delle rinnovabili: a tenere in stallo il settore è la burocrazia, con iter autorizzativi lunghissimi e forti resistenze da parte delle amministrazioni regionali e del Ministero della cultura, per il pericolo di deturpare il patrimonio paesaggistico e sociale del Paese. Tutti vogliono sì un mondo più ecologico, ma non sotto casa. Nonostante queste problematiche siano ormai note da tempo, gli interventi messi in campo finora non sono riusciti a sbloccare la situazione.

A tal proposito Lozza aggiunge: «Questo fatto ci consegna in responsabilità una certezza: che l’utopia di chi sostiene che bisogna investire solo nelle rinnovabili si è dimostrata fallimentare alla prima crisi. Questa esperienza insegna che è fondamentale diversificare le fonti energetiche, proprio per evitare di trovarsi a fare giochi di prestigio per far fronte all’emergenza. La volontà di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, che passerebbe per la riduzione del 55% delle emissioni nette (rispetto ai livelli del 1990) nel 2030, non verrà persa, ma non ci si poteva aspettare che da qui a 30 anni non si ponessero degli ostacoli su questo ambizioso cammino».

Va bene, insomma, che soluzioni ambiziose a problemi ambiziosi non arrivino oggi, nel bel mezzo di una crisi su molti fronti.

Indipendenza energetica, sì. Se però ci si sta chiedendo se l’Occidente possa vivere senza la Russia, la risposta è: non è così facile. Dalle armi sempre più micidiali inviate a Kiev una cosa è certa: Stati Uniti e Europa ci stanno provando, per la seconda volta dopo la fine della Guerra fredda. Vivere senza o vivere contro vuol dire anche vivere senza forme di partnership potenzialmente davvero distensive. In questa guerra, insomma, c’è in gioco tantissimo.   

Arianna Francesca Brasca

LinkedIn: @AriannaFrancescaBrasca

                           

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