• venerdì, 1 Luglio 2022

Investimenti europei offshore: la sfida delle economie MENA

Messi alle strette dalla geopolitica ucraina, i governi dei Paesi MENA (Medio Oriente e Nordafrica) navigano nella difficoltà della scelta tra il coro sanzionatorio dei Paesi occidentali e l’omertà verso Mosca.

La volatilità delle alleanze mina la stabilità dei contesti locali e dunque gli interessi dell’Occidente, prima di tutto quelli dell’immediato vicinato europeo.

La bilancia commerciale dei Paesi MENA

Il valore del commercio intermedio complessivo dei MENA è molto eterogeneo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran e Israele sono i top trader, con un valore di oltre 100 miliardi di dollari annui. I commercianti più piccoli rappresentano una frazione irrisoria di quel valore, con Paesi come lo Yemen e il Bahrain che scambiano meno di 10 miliardi di dollari. 

Tra i top marketer, solo l’Iran è un esportatore netto di beni intermedi. Anche Kuwait, Qatar e Libia sono Paesi esportatori, con una bilancia commerciale intermedia normalizzata superiore al 50%. Libano, Giordania e Tunisia sono importatori, tutti con un saldo negativo superiore al 18%. Osservando la composizione del commercio intermedio, i principali trader intra-MENA sono Giordania, Oman e Libano, per i quali gli scambi con i partner regionali rappresentano oltre il 20% di tutti i beni intermedi. I Paesi più orientati verso l’esterno, invece, sono Israele, Algeria e Marocco, per i quali oltre il 98% del commercio intermedio coinvolge paesi non MENA.

Fonte: IEMed

Gli Stati Uniti si confermano alleati imprescindibili: dalla presidenza Obama, Washington è garante per la sicurezza e continua a essere presente con importanti investimenti in campo militare e infrastrutturale. 

Nell’ultimo ventennio la maggior parte dei Paesi della Regione si è avvicinata a Mosca per relazioni militari e commerciali. Putin ha chiarito l’obiettivo di far riemergere la Russia post-sovietica dall’isolamento internazionale iniziato negli anni Novanta, cominciando proprio da un rilancio delle relazioni economiche strategiche nell’area MENA, ponte tra l’Europa e l’Oriente. 

Nuovi e vecchi attori nella competizione geopolitica

Sulla bilancia commerciale pesa anche la caldissima triangolazione con la Cina, partner di prim’ordine per investimenti di carattere logistico, complice l’iniziativa della Belt and Road Initiative eurasiatica. Per il peso di questa mano longa nelle loro economie, in prospettiva di un conflitto globale sarebbe ancora più difficile per i governi mediorientali condannare apertamente le azioni russe.

I Paesi MENA (Fonte: Wikipedia)

Una conferma di questa ambiguità è arrivata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2 marzo, quando 141 dei 193 Stati della tavola rotonda, hanno votato in favore della condanna di Mosca. Fra questi, Israele, Turchia e la maggior parte degli stati arabi. Algeria, Iraq, Iran e Sudan, invece, si sono astenuti. Le ragioni di questa scelta sono riconducibili alla necessità di non compromettere apertamente le relazioni bilaterali con il Cremlino.

Algeri, tra gli altri, conserva un rapporto strettissimo con Mosca, basato su una cooperazione militare ed energetica. L’Algeria è, d’altra parte, proprio uno dei Paesi su cui Putin ha puntato, a partire dal 2000, per rilanciare la politica estera nordafricana della Federazione, strategia che passa anche per la liquidazione del debito algerino accumulato in epoca sovietica, che si stima ammonti a 4,7 miliardi di dollari. Le rigide sanzioni occidentali alla Russia non mancano di complicare anche gli investimenti energetici russi e le forniture di armi in Iraq, secondo grande astenuto in casa ONU.

È per paura di ritorsioni sul nucleare, invece, che si è astenuto l’Iran. Mosca è infatti mediatore fra Teheran e Washington delle negoziazioni per la ripresa dell’accordo. Dopo l’invasione dell’Ucraina e in seguito alla durissima reazione internazionale, Mosca ha ricalibrato il proprio ruolo da intermediario, implicitamente minacciando di mettere in pericolo l’accordo stesso, fondamentale per lo crescita della “Grande Persia”. 

Mosca è “conflict manager” di Sudan e del Cairo, con il primo che si intende affermare importante hub marittimo strategico per lo Zar e con l’Egitto che ha dato nuovo slancio alla relazione economico-militare storica con la Russia: oltre a un aumento di legami economici e commerciali, l’Egitto ha rinvigorito la strategia mediorientale di Putin, dando un tacito endorsement tanto all’intervento in Siria quanto alle operazioni di Wagner in Libia.

Le conseguenze della guerra in Ucraina per i Paesi MENA

A preoccupare sono le implicazioni economiche che la guerra di Putin in Ucraina esercita sui MENA, che si giocano a livello della sicurezza alimentare, dei prezzi del petrolio, del mercato del lavoro.

Quello della “food security”, è un problema che non inizia con Mosca. Secondo stime della Food and Agriculture Organization (FAO), già prima della pandemia da Covid-19, 55 milioni di persone su una popolazione stimata di circa 456 milioni erano a rischio insufficienza alimentare. I numeri sono drammatici in Siria e Yemen: rispettivamente 12 e 24 milioni. Nel caso dello Yemen, la stima riguarda l’83% della popolazione.

Grava il peso delle forniture alimentari che arrivano proprio da Ucraina e Russia, primi esportatori nei Paesi della Regione. Fra il 2019 e il 2021 l’Egitto ha importato l’85% del grano; Israele fra il 60% e il 70%; il Marocco circa il 35%; la Somalia addirittura il 100%; il Sudan il 75%; Tunisia, Libano ed Emirati Arabi Uniti circa la metà dell’approvvigionamento complessivo; la Turchia circa il 78%.
A rischio la supply chain globale: molte aziende ucraine, russe ed europee devono ripensare la catena produttiva, in particolare quella che si collega al continente asiatico e africano.

Fonte: ISPI

Da questo punto di vista, il settore più esposto agli scossoni speculativi è quello dell’energia: di fronte alla crisi, i membri della Organization of the Petroleum Exporting Countries hanno deciso di non aumentare significativamente la produzione petrolifera per calmierare i prezzi. Da una parte, i protagonisti OPEC come l’Arabia Saudita non vogliono favorire indirettamente gli Stati Uniti, che proprio a Riyadh chiedono di aumentare la produzione di greggio. Dall’altra, più semplicemente, se è vero che la guerra di Putin ha riportato l’attenzione sulla più ampia regione MENA come importante fonte di energia per l’Europa alternativa a Mosca, è anche vero che è difficile pensare che i Paesi della Regione si convertano a maggiore produzione solo per accontentare i desideri europei. Si tratta infatti di un problema infrastrutturale oltre che politico.

Come durante la Guerra fredda, i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa sono teatri di competizione fra Occidente e Oriente. Fra questi, il Sahel è di primaria importanza strategica per Mosca, in quanto fascia di collegamento fra il Nord Africa, il Corno d’Africa e il Golfo di Aden e l’Africa Centrale, aree ricchissime di risorse naturali e vere e proprie polveriere di instabilità politica, dove il Cremlino vede dunque enormi opportunità militari ed economiche. 

Nella competizione per guadagnarsi il podio del multipolarismo, dove Mosca tutela i propri interessi attaccando Kiev, Bruxelles deve rispondere fortificando gli assets nei suoi vicini mediterranei. Lo sviluppo della Regione creerebbe un entroterra economico propizio per l’UE, aumentando le possibilità di produzioni offshore e di investimenti in aree che potrebbero soddisfare i futuri bisogni europei, come quello di energie rinnovabili.©

Arianna Francesca Brasca

Credits: ©gagliardiphotography su Canva

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