• lunedì, 15 Agosto 2022

La CO2 che non vogliamo ora mette in ginocchio il settore bevande

Non abbiamo più CO2: non c’è fine alle difficoltà di questo 2022. A lanciare l’ennesimo allarme ora, arriva il mercato dell’acqua. Ma non per la siccità, che sta già mettendo in ginocchio agricoltura e industria. Oggi è la volta dell’industria delle bevande gassate, ferma per mancanza di anidride carbonica. 

ASSOBIBE, braccio di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche in Italia, conferma la difficoltà di reperimento di CO2 sul mercato da parte di numerose aziende del settore, in particolare per le PMI. La scarsa disponibilità di questa fondamentale materia prima è ancora un effetto dell’aumento dei costi dell’energia e delle catene della logistica, che rendono più complessa la sua estrazione e produzione industriale.

La crisi della disponibilità e del prezzo dell’anidride carbonica si aggiunge all’impennata dei costi di altre materie prime come plastica, alluminio, cartone e vetro, fatto che mette a rischio la stagione estiva per molti operatori.

Troppa CO2 nell’atmosfera ma non ne abbiamo abbastanza per il settore alimentare

La CO2 è da tempo sulla bocca di tutti come il gas principale responsabile delle alterazioni del clima. C’è troppa anidride carbonica in atmosfera e non ne abbiamo abbastanza per gli usi industriali e alimentari.

Il biossido di carbonio, infatti, oltre alla produzione di bevande frizzanti, viene utilizzato anche per altro. Per esempio nell’industria dolciaria e per allungare la vita dei prodotti alimentari a scadenza giornaliera presenti nei supermercati. E serve a termoregolare e raffreddare gli alimenti, a surgelarli e a confezionarli in atmosfera protettiva. Quindi l’allarme non riguarda solo il beveraggio.

Il biossido di carbonio ha molte applicazioni anche in ambito industriale: serve per il trasporto di energia, principalmente come refrigerante o liquido di raffreddamento.

La crisi della supply chain di CO2

Quando si parla di produzione di anidride carbonica si pensa subito alle emissioni nocive, ma in realtà c’è un comparto industriale che la produce e la immagazzina per venderla. Si tratta di grandi aziende come Basf, Air Liquide, Linde, Praxair e Messer, che producono appunto gas utilizzati negli impianti industriali e nei laboratori chimici.

In via di sviluppo, prima dello shock della supply chain per la guerra in Ucraina, anche il sistema di riutilizzo della CO2 emessa in altri processi di lavorazione, così come è tra i settori di ricerca principali quello di una tecnologia capace di catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera. Il problema della sua produzione, tuttavia, sta oggi nel suo prezzo di mercato, troppo basso per invogliare investimenti in stabilimenti dedicati. Così, circa la metà dell’anidride carbonica per usi alimentari in Europa proviene da impianti di fertilizzanti, che la ottengono come sottoprodotto dell’ammoniaca, oppure delle fabbriche di bioetanolo.

A pesare sull’intera filiera è, in questo particolare frangente storico, un importante problema di traporto, perché questa materia va stoccata in cisterne refrigerate a -80°C, con il grosso rischio che il carico evapori prima di arrivare a destinazione, limite che rende del tutto ingestibile l’import-export su larga scala.©

Arianna Francesca Brasca

LinkedIn: @AriannaFrancescaBrasca

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