• venerdì, 2 Dicembre 2022

La moda del futuro: che cos’è l’approccio olistico?

: il tessile è identificato come una catena dal valore chiave nel piano d’azione della UE per l’, i cui nodi sono stati affrontati nella strategia 2022 della Commissione europea per i tessili sostenibili e circolari. Addio moda usa e getta, stop al “fast ” dunque.  

«In generale, il concetto di sviluppo sostenibile si riferisce alla capacità di un sistema di soddisfare, oggi, le proprie esigenze senza compromettere quelle delle generazioni future», dice Federica Vacca, Ingegnere e Docente di Design della Moda alla Scuola del Design del Politecnico di Milano.

«In questo contesto, la moda è una delle industrie con il maggior impatto. La sua influenza si estende dalla dimensione ambientale, ripensando l’intero ciclo di vita del prodotto, a quella economica, stimolando l’adozione di nuovi modelli di business sostenibili e responsabili».

La crisi economica e sociale degli ultimi anni ha sfidato profondamente tutti i paradigmi della modernità. La ricerca di autenticità e il recupero delle radici culturali diventano un valore imprescindibile per le società contemporanee, dove la diversità si dimostra l’espressione postmoderna della globalizzazione. 

«Essendo anche un’industria creativa ad alto impatto culturale, la moda è in grado di generare una leva sociale e culturale potente attraverso la sua capacità di valorizzare giacimenti di cultura materiale e favorire la differenziazione culturale come manifestazione di territori, comunità e knowhow». 

Come interviene il design in questo senso?

«In modo costruttivo, stimolando pratiche positive con l’obiettivo della sostenibilità attraverso un approccio design-led. Questo vuol dire che l’azione progettuale influenza costantemente le dimensioni della sostenibilità, agendo sulle diverse fasi della supply chain, generando valore lungo la stessa filiera e facilitando interazioni ed esperienze tra le diverse fasi. Un esempio di ciò, può essere visto nella continua ricerca sui nuovi materiali, nei processi di manifattura sostenibile che ripensano il modo in cui vengono realizzati gli oggetti, o nella nuova distribuzione verde e nel fenomeno della digitalizzazione».

In questo contesto, la Ricerca è fondamentale nel sostenere e guidare il cambiamento per il settore moda. Lei è anche Co-Fondatore del collettivo di ricerca Fashion in Process afferente al Dipartimento di design del Politecnico di Milano. Di cosa si tratta e quali ambiti di ricerca coinvolge?

«È un laboratorio di ricerca multidisciplinare presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano. Si concentra sull’innovazione per le industrie ad alta intensità culturale, collegando tecnologie e scienze umane attraverso un approccio guidato dal Design. L’obiettivo è valorizzare il potenziale di queste industrie attraverso la ricerca sul Design, trasformando i serbatoi culturali e le risorse di conoscenza in un vero e proprio capitale di innovazione. In questo ambito il laboratorio sviluppa ricerca, progetti applicati e attività per la produzione di nuova conoscenza. L’approccio FiP si basa su strumenti e metodologie design driven, collegando tecnologie e scienze umane per immaginare e sperimentare promettenti traiettorie di innovazione, all’interno di quattro ambiti di ricerca: augmented heritage, generative anticipations, transparent processes, transmedia narratives».

Ha parlato di approccio olistico. Cultural, economic, social e environmental sustainability: come si legano questi 4 pilastri all’interno del settore moda? 

«Voglio fare una piccola premessa: finora molti approcci trasversali alla sostenibilità, in particolare nei rapporti politici e industriali, si sono concentrati su tre dimensioni: sviluppo economico, inclusione sociale ed equilibrio ambientale. Il problema di questa visione è che, pur collegando questi elementi, ha impostato un chiaro focus antropocentrico. L’assenza della componente culturale ha fatto sì che non si riconoscesse o coltivasse la diversità. Da qui la necessità di avere una visione quadripartita che ci permetta di mettere in primo piano una visione sistemica ed ecologica della moda e del mondo».

I tessili sono infatti altamente globalizzati e l’Europa è un importante importatore ed esportatore. Secondo il report 2019 della Commissione Europea, oltre il 60% dell’abbigliamento nell’UE viene prodotto altrove, spesso sulla base di pratiche sociali di sfruttamento e senza contare l’impatto in termini ambientali e culturali. Questo secondo una logica di profitto basato su costi repressi e sovrastimolazione del mercato in maniera artificiale. Nel 2020 sono state importate nell’UE 8,7 milioni di tonnellate di prodotti tessili finiti, per un valore di 125 miliardi di euro.

«Nella moda, considerata come un sistema complesso di forze interconnesse, l’approccio olistico alla sostenibilità non solo coinvolge gli aspetti ambientali ed economici propri della crescita aziendale, la gestione della supply chain, l’uso responsabile delle risorse e il ciclo di vita del prodotto. Ma dimostra di avere un forte impatto anche sulla sfera sociale attraverso la promozione di un nuovo approccio alla sostenibilità che permea l’agire, sia da parte degli addetti ai lavori sia dei consumatori, e che può portare a una maggiore consapevolezza del sistema nel suo complesso. E infine, nutre la dimensione culturale attraverso la riscoperta, valorizzazione e protezione del know-how e delle competenze connaturate nei territori in cui si insedia e opera». ©

Arianna Francesca Brasca

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