• venerdì, 2 Dicembre 2022

I prezzi del petrolio hanno già raggiunto il picco?

DiRedazione

4 Ottobre 2022 , ,
petrolio

Alla fine dello scorso giugno un di greggio Wti1 costava oltre 112 dollari, mentre il Brent superava i 117 dollari. Da luglio i hanno iniziato a calare per assestarsi al 30 settembre rispettivamente a 80 dollari (Wti) e 88 dollari (Brent): Questo trend al ribasso, è destinato a proseguire? A nostro avviso, no. Riteniamo che i valori di Wti e Brent si manterranno elevati ancora per diversi anni e che potremmo tornare a rivedere i livelli dei prezzi toccati a giugno scorso ed eventualmente anche superarli qualora si verifichino alcune condizioni descritte nel presente documento. E’ bene tuttavia precisare che, a nostro avviso, difficilmente vedremo valori superiori ai 120/130 $ al barile, prezzo oltre il quale la domanda inizierebbe a ridursi con effetti al ribasso sui prezzi. A supporto della nostra tesi sul trend del prezzo del vi sono tre fattori:

  1. Domanda attesa in crescita;
  2. Offerta molto limitata;
  3. Inefficacia di misure straordinarie.
  • Domanda attesa in crescita. I dati più recenti dell’International Energy Agency (IEA) suggeriscono che la domanda di petrolio sta reggendo e continua a crescere, anche se a un ritmo leggermente inferiore rispetto a quanto stimato precedentemente all’avvio del conflitto in Ucraina e alle nuove politiche monetarie restrittive nell’Eurozona e negli USA. Nel dettaglio, l’IEA continua a prevedere che la domanda globale di petrolio aumenterà di 1,8 milioni di barili al giorno (Mbd) arrivando in media a 99,5 Mbd nel 2022 e a 101,6 Mbd il prossimo anno: tale trend riporterebbe la domanda di petrolio ai livelli pre-Covid già nel primo trimestre del 2023. La domanda non sembra, quindi, destinata a diminuire né a fronte della volatilità dei prezzi del petrolio né a fronte di possibili recessioni. La volatilità dei prezzi registrata nel 2022 sembra, infatti, non aver influenzato in modo sostanziale la domanda. Un fenomeno che si era peraltro già verificato tra il 2011 e il 2014, quando i prezzi rimasero sopra i 100 dollari al barile e la domanda nei paesi non OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) continuò a crescere, sebbene a un ritmo più contenuto rispetto a periodi di prezzi più bassi. Anche i nuovi scenari di rallentamento economico non saranno, a nostro avviso, sufficienti a frenare la crescita della domanda di petrolio. Questa, infatti, è diminuita raramente e solo in anni di gravi shock quali la Grande Crisi Finanziaria (-1% nel 2009) o l’avvio della pandemia (-8% nel 2020).
  • Offerta molto limitata. Nonostante la crescita della domanda globale di petrolio sia potenzialmente più lenta rispetto alle aspettative precedenti, prevediamo ancora che la produzione sarà in ritardo rispetto alla domanda nel breve termine a causa di interruzioni dell’offerta e investimenti limitati da parte dei produttori che appaiono, in termini di valore, oggi in crescita solo per l’effetto inflattivo: basti pensare che il numero delle piattaforme petrolifere, per quanto in aumento, è oggi inferiore del 33% rispetto al 2018. Guardando nel dettaglio ai principali produttori: Organization of the Petroleum Exporting Countries – OPEC. A inizio giugno scorso, i partner dell’OPEC hanno concordato di anticipare l’aggiustamento complessivo della produzione previsto per settembre. A settembre si è deciso un ulteriore aumento. L’effettivo aumento della produzione dell’OPEC è stato tuttavia inferiore ai livelli attesi e la prospettiva di ulteriori aumenti della produzione di petrolio da parte dei grandi Stati del Golfo non è, a nostro avviso, estremamente significativa. Nel dettaglio, gli Emirati Arabi sono stati l’unico paese ad aumentare la produzione al di sopra della quota di maggio scorso, mentre Arabia Saudita, Iraq e Kuwait non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi. Prevediamo, inoltre, che la capacità inutilizzata dell’OPEC (esclusi Iran, Libia e Venezuela) diminuirà a circa 2,37 Mbd nel 4Q22. Non ci aspettiamo quindi un aumento significativo della capacità produttiva prima del 2025, quando la Compagnia nazionale saudita Aramco inizierà ad aumentare la sua capacità. In conclusione, l’OPEC non sarà, a nostro avviso, in grado di aumentare abbastanza velocemente la propria produzione per compensare completamente l’offerta russa di petrolio ad oggi pari a 11 Mbd.
  • Extra OPEC
    Gli USA rappresentano il maggior produttore extra OPEC. L’IEA prevede una crescita della produzione statunitense dello shale – ovvero il petrolio estratto dalle rocce di scisto – per il 2022 di 0,9 Mbd, aumento che porterebbe la produzione del settore al di sopra dei livelli del 2019. Tuttavia, resterebbe un margine limitato per un’ulteriore crescita nel brevissimo termine. Si registra, infatti, carenza di manodopera oltre che di attrezzature a causa dell’interruzione della catena di approvvigionamento e il numero di piattaforme petrolifere, come sopra accennato, sta aumentando, ma non a un ritmo sufficiente: il loro numero è cresciuto di circa il 245% dal minimo del 14 agosto 2020, ma è ancora in calo di circa il 33% rispetto al recente picco di 888 di metà novembre 2018. In alcuni ambiti del settore dello shale, come il fracking, ovvero l’estrazione di petrolio per fratturazione idraulica, i tassi di utilizzo delle piattaforme sono, peraltro, già del 97%, il che limita la possibilità di aumentare la produzione nei prossimi 18 mesi. Non ci aspettiamo che prezzi elevati del petrolio si traducano in un aumento della produzione di questi operatori: dopo un periodo di ingenti investimenti – finanziati da emissioni di debito dal 2016 al 2019 – che non si sono mai tradotti in profitti, oggi i produttori sono concentrati sulla redditività e sulla restituzione di liquidità agli azionisti, fattore che stimiamo abbia ridotto l’elasticità del settore ai prezzi di circa un quarto rispetto a cinque anni fa.
  1. Inefficacia di misure straordinarie. Se i produttori non saranno in grado di rispondere con una maggiore produzione alla crescente domanda, potranno favorire la stabilità del mercato misure quali un ulteriore rilascio di riserve strategiche degli USA, un accordo sul nucleare in Iran – con conseguente riduzione delle sanzioni statunitensi alle esportazioni di petrolio del Paese -, o un tetto ai prezzi sulle esportazioni di petrolio russo? Nessuna di queste misure ci sembra particolarmente promettente. Le riserve strategiche di petrolio a livello globale sono pari a circa 1.300 milioni di barili e negli USA crescono al ritmo più basso registrato negli ultimi 20 anni. Gli USA hanno avviato un rilascio di riserve strategiche per 1 Mbd, misura che terminerà ad ottobre. Ridurle ulteriormente li lascerebbe vulnerabili a ulteriori shock senza creare i giusti segnali di prezzo per incentivare gli investimenti. Per quanto riguarda l’Iran, invece, riteniamo che un eventuale accordo sul nucleare che ponga fine alle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano consentirebbe un aumento delle esportazioni entro la prossima estate per un importo di circa 1 Mbd. Infine, l’idea di un tetto ai prezzi delle esportazioni di greggio russo imposto da Europa e Stati Uniti potrebbe portare a un calo della produzione del Paese. La Russia ha, infatti, già dirottato in paesi quali l’India o la Cina la produzione in eccesso e ci attendiamo che tali paesi non assorbiranno tutto il petrolio oggetto di embargo. E’, quindi, ragionevole attendersi una riduzione dell’offerta.

Conclusione

In generale, riteniamo che la resilienza attuale delle esportazioni russe e il rilascio di riserve strategiche di petrolio da parte degli USA non abbiano compensato le recenti interruzioni di produzione in luoghi come la Libia. Oltre alla Russia, l’OPEC ha destinato la capacità inutilizzata in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, ma il recente viaggio del presidente Biden in Medio Oriente non ha comportato un forte impegno da parte dell’Arabia Saudita per aumentare la produzione di petrolio. E anche se l’OPEC dovesse fare appello alla capacità inutilizzata, a nostro avviso, l’esaurimento del buffer di capacità che protegge da shock futuri alla fine richiederebbe prezzi più alti in sé, perché, in assenza di capacità produttiva inutilizzata, le scorte devono aumentare, e l’unico modo per raggiungere questo obiettivo è attraverso prezzi più alti. Questo è il problema centrale per il mercato petrolifero di oggi: sia le scorte che la capacità produttiva di riserva, le due linee di difesa contro gli shock futuri, sono estremamente basse. Un’ultima considerazione sulla disconnessione visibile tra il mercato del petrolio fisico e quello finanziario, molto volatile. L’assenza di partecipazione degli investitori nel mercato finanziario sembra essere attribuita al recente aumento della sua volatilità, come dimostra il fatto che i prezzi fisici sono scambiati a un premio storicamente elevato rispetto ai prezzi dei futures. Questa mancanza di partecipazione degli investitori sta probabilmente esacerbando il sottoinvestimento in nuova produzione perché i prezzi più bassi limitano l’incentivo dei produttori di energia a intraprendere nuovi progetti. Questa è una differenza fondamentale tra oggi e il 2008, quando si è assistito ad un ciclo di investimento che, alla fine, ha spinto i prezzi bruscamente al ribasso entro la metà degli anni 2010. Inoltre, la recente elevata volatilità dei prezzi ha significativamente ridotto la capacità degli investitori di partecipare ai mercati dell’energia. In conclusione, riteniamo
che mentre i dati di posizionamento suggeriscono che gli investitori non sono mai stati particolarmente lunghi quest’anno, in questo momento gli stessi dati indicano che questi ultimi sono ancora più ribassisti rispetto alla seconda ondata di Covid alla fine del 2020.

Marco Mencini, Senior Portfolio Manager Equity di Plenisfer Investments SGR

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