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Filippo Fasulo – Direttore CeSIF crisi Cina-Usa «Una spallata all’export»

DiMariano Boero

15 Settembre 2020

Non c’è tregua tra America e Cina. E il contrasto ideologico, sociale, politico ma, soprattutto, economico sembra inasprirsi. «In ballo c’è il posizionamento dei prossimi decenni. Ma un conflitto vero e proprio non conviene a nessuno», dice Filippo Fasulo, direttore centro studi per l’impresa della Fondazione Italia-Cina.

Eppure le tensioni non mancano
«Sì, ma è molto probabile che ci sia interesse da parte di tutti a trovare una tregua. Gli Stati Uniti sono impegnati con le elezioni presidenziali e tutti sono alle prese con l’emergenza Covid-19, è bene evitare troppe ostilità».

Che cosa ci dobbiamo aspettare da questa sorta di nuova guerra fredda?
«Interessante può essere l’intenzione cinese di ridurre la dipendenza dall’estero in termini di crescita economica. La Cina cercherà di puntare su crescita e consumi interni, ambendo a contare sempre meno sulle esportazioni. Durante la crisi del 2008 il calo della domanda internazionale è stato tamponato da uno stimolo economico senza precedenti – l’immissione del governo di quattro mila miliardi di yuan che l’anno seguente è stato più che raddoppiato – ma l’alto indebitamento attuale non permette un ulteriore intervento. La svolta può essere trovare un equilibrio tra stimolo economico interno e indebitamento, per arrivare a una crescita quanto più possibile indipendente dalle esportazioni».

È una possibilità che si concretizzerà nel breve termine?
«È una dinamica di confronto strategico ormai definita per diverse ragioni. Quello che è più evidente in questo periodo è che il rapporto di dipendenza o indipendenza tra i vari Paesi è fondamentale e lì bisogna agire».

Ovvero?
«Tra Cina e Usa c’è in discussione il primato tecnologico e per raggiungerlo è importante per entrambi ridurre il bisogno degli altri. Ma a differenza di quello che si pensa la dipendenza non è solo degli Stati Uniti – e dell’Occidente in generale – nei confronti della Cina ma anche del Paese asiatico nei confronti dell’Occidente, soprattutto in tema di semi conduttori, ovvero i microchip»

La sfida principale si gioca sulla tecnologia?
«Quello è il banco di prova principale in questo momento. Basti pensare che il valore delle importazioni cinesi di circuiti integrati è superiore a quello del petrolio, di cui la Cina è il maggior importatore al mondo».

A che cosa punta lo Stato asiatico?
«Ad avere un posizionamento strategico nei settori industriali più importanti. Ha varato un piano molto potente e per cercare di raggiungere il primato mondiale entro il 2049, quando si celebrerà il centenario dalla nascita della Repubblica popolare. Chiaro che gli Usa abbiano altri piani».

Ha citato il petrolio: anche su questo i rapporti tra le due potenze sono tesi
«Gli Usa hanno cominciato a esportare barili verso la Cina, che ha una domanda in forte crescita e le previsioni ne ipotizzano una ancora maggiore, nonostante stia investendo anche molto sulle rinnovabili. Ma lo fa non per ridurre il consumo di petrolio, quanto quello di carbone che, nel mix energetico cinese, vale ancora per un 60, 70% del totale e ha degli effetti diretti più immediati sull’inquinamento di particolato e sulle nubi di smog che caratterizzano le città».

Intanto le banche cinesi stanno emettendo molti green bond. Perché?
«Nella promessa di perfezionamento generale c’è anche la qualità della vita che, in Cina, passa necessariamente per il miglioramento delle condizioni ambientali. La strada è ancora lunga prima che la riduzione del carbone abbia un effetto positivo sulla qualità dell’aria, anche se inevitabilmente sarà un passo negativo sull’economia di alcune province cinesi, che vivono grazie al suo mercato».

«L’Italia può trarre vantaggio dal conflitto: valorizzi la qualità dei suoi prodotti»
L’Italia non resta a guardare. Nel conflitto economico tra Cina e Stati Uniti il nostro Paese può giocare un ruolo da protagonista e sfruttare a proprio vantaggio la crisi tra i due colossi. «Dobbiamo provare ad approfittare della situazione, prendendo consapevolezza di quali siano i punti di forza», spiega Filippo Fasulo.

A che cosa si riferisce?
«Noi esportiamo soprattutto macchinari e supporti di tecnologia avanzata, oltre a prodotti farmaceutici e confezioni di lusso nel settore del tessile. In quest’ultimo, in particolare, abbiamo un ruolo prominente a livello europeo, più del 40% di tutte le esportazioni in Cina sono italiane, mentre nel farmaceutico abbiamo avuto quasi un raddoppio delle esportazioni. L’altro settore importante è quello dei macchinari avanzati che, però, saranno coinvolti da politiche cinesi di riqualificazione. Queste, nel medio o lungo periodo, porteranno la Cina a tentare di produrre i nostri stessi prodotti».

Se la Cina copia è un problema. Come possiamo reggere l’urto?
«Con loro ci scambiamo le stesse categorie di prodotti, la differenza è la qualità. Se investono in ricerca e sviluppo noi dobbiamo farlo di più per non perdere posizionamento. Dobbiamo avere una forte attenzione alle dinamiche internazionali, lo scontro in atto porterà a improvvise chiusure e aperture che possono condizionare il nostro mercato».

Si tratta di un impatto notevole
«Parliamo di 13 miliardi di euro di esportazioni. Bisogna essere molto attenti alle dinamiche. Basti pensare a che cosa sta accadendo con “we chat”, il canale di comunicazione usato da chiunque parli con la Cina. L’impossibilità di utilizzarlo per le limitazioni degli Usa sarebbe un problema enorme».

Quali consigli darebbe, in questo periodo, a un imprenditore che vuole investire in Cina?
«Studiare: non possiamo considerare la Cina come un mercato qualunque, ha dinamiche proprie sia in termini di consumatori sia di localizzazione. Non ci sono solo grandi città ma moltissime realtà in via di sviluppo».

C’è il rischio di fare un salto nel buio
«Enorme. Il Paese asiatico non è un posto da soldi facili e veloci. Oggi non si va lì per beneficiare del basso costo del lavoro ma per entrare nel mercato locale: non produco in Cina per il resto del mondo ma per il mercato cinese, il costo del lavoro non è più concorrenziale. È diventato un mercato di consumo e non solo un luogo di fabbricazione: questa è la dinamica principale da tenere in considerazione in questo momento».

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