• lunedì, 3 Ottobre 2022

Russo, Music on the Rocks: «Pronti a fare noi i tamponi»

Un anno senza sabato sera. I locali di intrattenimento notturno in Italia (circa 3500 tra discoteche, sale da ballo, night club) barcollano tra disperazione e speranza. Tra i gestori c’è grande preoccupazione, soprattutto in vista di una stagione estiva che molto probabilmente non partirà. Eppure le strutture continuano ad avere costi gestione e manutenzione, affitti da pagare, bollette. «Siamo senza dubbio il settore più penalizzato» dice Giuseppe Russo, proprietario del Music On The Rocks di Positano, nella top list dei Club leader in Europa. Da quasi cinquant’anni luogo del jet set internazionale: dalla famiglia Kennedy, ad Anthony Quinn, Walter Chiari, Gloria Guida e Denzel Washington (nella foto sotto con i proprietari).«L’idea di riaprire rischiando di creare un problema non solo alla mia realtà ma anche all’identità di Positano un po’ mi spaventa. Il problema è garantire il futuro dell’azienda e dei nostri dipendenti». C’è l’urgenza di fare qualcosa per un settore strettamente connesso al turismo che vale 5.3 miliardi (dati Silb). Nella classifica dei 10 aspetti ritenuti più importanti di un soggiorno l’offerta di intrattenimento è al terzo posto, subito dopo ospitalità e qualità della tavola, riferisce lo studio. E i clienti non residenti nei luoghi in cui sorgono discoteche e locali notturni contribuiscono per circa il 60% al fatturato di questi esercizi. «Per vacanza s’intende relax ma anche divertimento, se cancelliamo le discoteche depenniamo una voce importante che ci costringerà a chiudere o a valutare nuove strade imprenditoriali».

Il Governo si è dimenticato di voi?

«Non ci ha maltrattato ci ha distrutto. Penso alla Sardegna in zona bianca ma con i locali chiusi: sinceramente non capisco il senso di questa decisione. L’intrattenimento per lo Stato non esiste e forse pensa di poterne fare a meno. Se non moriremo di Covid moriremo di fame. Nel frattempo c’è fila ai supermercati, gente assembrata nelle metropolitane e negli aeroporti».

Cosa bisognerebbe fare secondo lei?

«Comprendo tutte le difficoltà e le preoccupazioni, ma noi non possiamo fermarci. Lo Stato ci deve dare la possibilità quanto meno di dare un nuovo volto al nostro settore. Possiamo “trasformarci” in qualcosa di simile che ci consenta di andare avanti, oppure stabilire delle nuove regole per tornare a ballare. In una discoteca di 1000 persone basta ridurre la capienza».

Cosa propone?

«Sono disposto ad assumermi la spesa del tampone rapido per tutti i nostri clienti a patto di poterlo detrarre dalle tasse. Arriveremo in estate che il 70% degli italiani sarà vaccinato, ma se non dovesse essere così, potremmo optare per questa soluzione alternativa, lavorare e trovare un accordo».

L’Italia è indietro nella riorganizzazione dell’intrattenimento?

«Tutti i Paesi extra europei hanno gestito meglio la somministrazione del vaccino, noi abbiamo fallito. Sono convinto che Draghi farà qualcosa ma siamo già in ritardo. Anche la simulazione proposta nella discotcea di Amsterdam è un chiaro segnale di un Paese alla ricerca di una soluzione. Questo è accaduto perché in Olanda l’intrattenimento è alla base dell’economia. Per alcuni versi lo è anche per l’Italia ma non abbiamo i mezzi per farci sentire e mettere in pratica gli stessi esperimenti».

La sua discoteca è tra quelle che quest’estate non si è fermata…

«Abbiamo lavorato per soli 17 giorni: la perdita non è quantificabile, sicuramente più dell’80 %. Nel pieno rispetto di tutte le regole mi sono inventato un protocollo interno: delle aree cromatiche adibite a gruppi di persone, una sorta di piccolo privè dal quale la mini comitiva non poteva uscire. E poi un sistema che accelerasse l’ingresso, un software per la lettura della tessera sanitaria, molto più rapido e affidabile. Non abbiamo registrato un caso. Di guadagno non se n’è parlato, ma almeno non abbiamo licenziato nessuno, dando la possibilità di lavorare a 40 persone. Stare fermi non avrebbe avuto senso, in questo modo abbiamo dato continuità al nostro nome».

Che estate sarà?

«Una calda stagione semi normale se lo Stato ce lo consentirà, altrimenti ci rimboccheremo le maniche e troveremo una soluzione. Se così non fosse vorrà dire che siamo rimasti indietro e non siamo stati in grado di risolvere il problema, che il turista sceglierà non più l’Italia ma magari la Spagna o la Croazia, scoprirà nuove bellezze, altri luoghi e noi avremo perso clienti».

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