TELEVISIONE E SPOT: «La percezione è che la pubblicità in tv funzioni meglio di quella del web».

Molte aziende hanno ripreso a credere nella televisione», dice Andrea De Stefano, Art Director che lavora per un’agenzia indipendente internazionale.  «I budget sono scesi ma ora stiamo uscendo dall’appiattimento delle tematiche. Quest’anno si può e si deve fare di più: la pubblicità rimane uno strumento di intrattenimento e deve comunicare valori in cui le persone possano riconoscersi». 

Le dinamiche si stanno evolvendo?

«Io sto notando, sulla base dei brief che mi arrivano, che molte aziende non hanno smesso di credere che l’uso della televisione per molti versi sia più efficace dell’uso del web. Quello che è avvenuto l’anno scorso è dipeso anche dal fatto che gli investitori si erano trovati spiazzati e nel dubbio ritiravano i soldi. Ora credo che la paura di perdere gli investimenti sia senz’altro calata».

Da quali fattori si avverte un rinnovato ottimismo?

«Prima di tutto si è gradualmente tornati a poter fare produzione nonostante le zone rosse e affini: all’inizio uscire di casa per realizzare video o shooting non era considerato un motivo di lavoro accettato. Poi si percepisce una ripresa proprio a livello di commesse».

Come è cambiato il lavoro per i creativi?

«I clienti hanno rivisto ogni priorità. All’inizio del primo lockdown, per gli spazi già pagati con campagne che stavano per essere lanciate, si è dovuto stoppare tutto e sono cambiati tutti i brief. A rimetterci di più, settori come il food and beverage, in cui tutta la comunicazione è basata sulla convivialità. Poi si è diffusa una omologazione in tutti i contenuti, che anche gli spettatori hanno notato. L’unica tematica affrontata dalla pubblicità era lo stare in casa e gli spot erano tutti uguali. Poi è cambiato qualcosa e ora siamo orientati verso il comunicare normalità, ma tenendo sempre in considerazione la presenza della pandemia. Una modalità che in gergo chiamiamo Covid Sensitive. Per fare un esempio pratico, sono ancora “bandite” le strette di mano».

C’è chi afferma che molte pubblicità in TV appaiano qualitativamente inferiori di qualche anno fa…

«Dipende dal fatto che i prezzi degli spazi pubblicitari sono crollati nel fuggi fuggi generale dei grandi marchi. Il risultato è stato che sono stati acquistati da aziende che solitamente, in tempi normali, non se li sarebbero potuti permettere, che hanno presentato spot spesso di qualità globalmente minore. È successo anche in occasioni in cui gli spazi sono di solito davvero molto costosi, come per esempio le serate del Festival di Sanremo. In più si sono ridimensionati i budget per tutti e si tenga conto che i soldi stanziati per la realizzazione dei contenuti sono sempre minori di quelli stanziati per investire nei media, ossia per comprare gli spazi dove far girare quei contenuti. Questa forbice si è allargata ancora di più. E poi i primi mesi nemmeno i creativi potevano uscire di casa: si sono tutti ritrovati a dover realizzare spot ma senza poterli produrre. Il risultato è stato che si è fatto massivamente ricorso all’utilizzo di banche immagini per spot qualitativamente molto bassi, spesso cuciti ritagliando materiale qua e là laddove si poteva trovare. Spot che poi sono arrivati in TV».