BIOECONOMIA, «LO SVILUPPO ECONOMICO NON PRESCINDE DA TUTELA DI AMBIENTE E SALUTE»

La bioceconomia è uno dei pilastri del Green New Deal e un punto fermo del nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma per sostenerla occorrono una visione, una strategia e anche un piano d’azione che sappiano tradurre tutto in misure concrete a beneficio dei cittadini e delle cittadine. E per competere nello scenario globale l’Europa è necessario conciliare l’economia con l’ambiente e l’innovazione. «Anche la pandemia che stiamo vivendo da oltre un anno ci mette davanti all’urgenza di rivedere il nostro modello di sviluppo per superare la logica della dissipazione delle risorse e del profitto a tutti i costi», spiega il saggista Mario Bonaccorso, autore del libro “L’uomo che inventò la bioeconomia” e fondatore del blog Bioeconomista.com. «Lo sviluppo economico non può essere disgiunto dalla tutela dell’ambiente e dalla salute umana e degli animali».

Che cosa si intende esattamente per bioeconomia, economia circolare e chimica verde?

«Un cambio di paradigma economico e sociale, e persino culturale. Ogni rivoluzione industriale è accompagnata da un necessario cambio di mentalità. La bioeconomia sostenibile e circolare, di cui la chimica verde è parte fondamentale, è una economia che ci permette di affrancarci dall’impiego delle fonti fossili per arrivare all’impiego di fonti biologiche rinnovabili, siano esse scarti agricoli, rifiuti organici o sottoprodotti della industria alimentare. È un’economia che riporta nutrienti importanti nel suolo e rappresenta un caposaldo di ogni politica di decarbonizzazione. A Raul Gardini (a destra nel riquadro) il merito di avere inventato la chimica verde arriva nel 1989 dalla prestigiosa Harvard Business Review, che dedica al Gruppo Ferruzzi un caso studio sottolineando come fosse già pronto ad affrontare il Duemila. Ricordiamo anche che il Gruppo Ferruzzi fu il primo con Gardini a presentare un proprio bilancio di sostenibilità».

La bioeconomia è una valida opportunità per decarbonizzare l’economia, ponendo rimedio ai problemi di degradazione degli ecosistemi e creando posti di lavoro…

«Questo è un punto centrale. Quando parliamo di bioeconomia parliamo di competitività, di creazione di posti di lavoro, di sviluppo sostenibile nei limiti di quelle che sono le risorse del nostro pianeta. Senza suolo non c’è agricoltura e non c’è bioeconomia». 

Per quale motivo ha scelto di dedicare un libro alla figura di Raul Gardini?

«La chimica verde e la bioeconomia devono moltissimo a Raul Gardini. L’imprenditore romagnolo ha intuito prima di tutti il grande potenziale presente nell’integrazione tra chimica e agricoltura e negli anni Ottanta ha lanciato non solo il progetto bioetanolo ma anche le prime bioplastiche compostabili, avviando dentro Montedison il Centro di ricerche Fertec da cui si è sviluppata Novamont. L’impresa guidata da Catia Bastioli, che oggi è leader nel mercato mondiale delle bioplastiche, era nel progetto di Gardini la Nuova Montedison, a cui affidare il compito di guidare la chimica italiana nel Terzo millennio all’insegna della sostenibilità e della tutela della biodiversità. Gardini è stato un visionario e un precursore e ho ritenuto potesse essere interessante ricostruire un pezzo importante di storia economica e industriale del nostro Paese mettendo in luce queste caratteristiche del manager di Ravenna, andando oltre la pigra narrazione cui ci ha abituato un certo giornalismo».

Per quale motivo il suo progetto di integrazione tra chimica e agricoltura non era andato in porto?

«Non so se sia corretto dire che non andò in porto. La sua grande eredità è Novamont. Anche se è vero che senza la determinazione e la capacità di Catia Bastioli quel prezioso lascito di Gardini sarebbe probabilmente andato perso. Il suo progetto di “bonificare la chimica”, come ebbe egli stesso a dire nel corso di una lunga intervista alla Sorbona di Parigi nel 1990, urtava grandi interessi consolidati nel nostro Paese, metteva in pericolo rendite di posizione e forse era così avanzato da non potere essere compreso dai suoi contemporanei. Noi sappiamo che la sua visione, i suoi progetti, la sua grande ambizione oggi sono un pilastro del Green New Deal europeo. Trent’anni dopo possiamo dire senza paura di essere smentiti che aveva ragione Gardini». 

Il concetto di green economy è ancora valido?

«Si ma va inteso in senso più ampio e ha bisogno di essere declinato in misure specifiche anche per superare quello che viene definito “Green washing”, ovvero in misure che sono falsamente sostenibili dal punto di vista dall’impatto sull’ambiente». 

Quali sono oggi i problemi globali più importanti da risolvere per salvaguardare il pianeta?

«Il tema è complesso. Credo si debba andare alla radice del nostro modello di sviluppo lineare, che ci fa produrre, consumare e poi gettare i rifiuti nell’ambiente. Dobbiamo rivedere completamente il paradigma. La crisi prodotta dal cambiamento climatico avrà effetti devastanti per l’essere umano, molto di più di quanto stiamo vivendo oggi con la pandemia da Covid19».

Come ha influito la pandemia nel corso dell’ultimo anno, ha peggiorato la situazione?

«Più che altro la pandemia ha mostrato in modo evidente gli effetti catastrofici del cambiamento climatico e di fenomeni come la deforestazione e l’urbanizzazione sulla nostra vita. L’essere umano rischia di trovarsi sempre di più in contatto con patogeni potenzialmente mortali come è il caso di questo coronavirus. Un virus che, come hanno ormai dimostrato diversi studi, ha effetti più pesanti in quelle aree del pianeta più inquinate, come è il caso della Pianura Padana in Italia». 

Che cosa ne pensa dei fondi che verranno stanziati dal PNRR?

«Che vanno spesi bene. Sono un’occasione unica. Per dirla con uno slogan: meno sussidi e più investimenti strutturali per la ricerca e lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo essere molto ambiziosi e superare la logica delle corporazioni che soffoca il Paese».

Si può fare concretamente qualcosa per la ripartenza del nostro Paese dopo i danni inferti dalla pandemia?

«Mi auguro che la pandemia possa essere utilizzata davvero come un’occasione per rivedere il nostro modello di sviluppo. Non c’è alternativa e lo dobbiamo a quelle giovani generazioni che oggi stanno pagando il prezzo più alto alla crisi. Il nostro paese vanta eccellenze nel campo della ricerca e dell’attività di impresa da Nord a Sud. C’è bisogno di un quadro normativo stabile e coerente che sappia tradurre queste eccellenze in ricchezza diffusa sul territorio e posti di lavoro altamente qualificati. La bioeconomia è rigenerazione territoriale, democrazia e superamento delle disuguaglianze sociali. Non si può prescindere da essa per la ripartenza e la resilienza del Paese».

I giovani sono veramente più sensibili ai problemi ambientali e più attenti alla salvaguardia del pianeta?

«Sembra proprio di sì. Possiamo essere ottimisti per il nostro futuro». ©