VERSO LE OLIMPIADI, SALIS (CONI): «CON LO SPORT PORTIAMO A TOKYO L’1,8% DEL PIL. E LA PARITA’ DI GENERE»

Combattere il gender gap e la ricchezza di tanta gavetta portano Silvia Salis, a 35 anni, a conquistare la sua vittoria più grande. Campionessa di lancio del martello, l’ex atleta oggi si prepara ad affrontare la sua seconda Olimpiade. La prima è stata in pista nel 2012, quella che comincerà a Tokyo il 23 luglio, invece, la vedrà sugli spalti come vice presidente vicario del Coni: nessuna tuta per lei questa volta, ma una divisa da dirigente. «Quote rosa? Il mio punto di vista è meno male che ci sono state. Sono state d’oro per noi, perché sennò sarebbe stato impossibile accedere a certe posizioni. È vero però che dobbiamo fare un passo culturale per andare oltre. Noi donne che entriamo in un ambiente, dobbiamo entrare consapevoli del nostro valore tecnico».

Da dirigente quali sono le ambizioni della spedizione azzurra?

«Abbiamo fatto una proiezione come comitato olimpico e ci aspettiamo un numero di medaglie che si spera essere leggermente superiore a quello di Rio (dove le medaglie italiane furono 28, 8 ori, 10 argenti e 8 bronzi, ndr) e questo è questo il nostro obiettivo. Poi ovviamente siamo aperti alle sorprese positive…».

Far parte della dirgenza vuol dire parlare non solo di discipline ma anche di numeri: il giro d’affari sportivo stimato è di 25-30 miliardi di euro ogni anno, vale poco più dell’1,8% del pil nazionale.

«Sono cifre pazzesche, che certificano l’importanza dello sport per il Paese. Senza contare l’indotto che porta questi numeri ad aumentare notevolmente, probabilmente a raddoppiarli. Inoltre, fare sport significa stare meglio, avere la necessità di curarsi di meno, non intasare gli ospedali e quindi portare notevoli risparmi al sistema sanitario nazionale»

Inoltre è un settore fondamentale per l’occupazione, che conta oltre 1milione di addetti tra diretti e indiretti.

«La pandemia ha reso ancora più evidente quante persone lavorino nel mondo dello sport e grazie allo sport vivano. È un settore fondamentale per il Paese che può fungere anche da traino. La prolungata chiusura di impianti, palestre e piscine ha messo in risalto anche quanto sia importante il benessere reale che lo sport dà alle persone. Basti vedere in quanti durante l’ultimo anno hanno iniziato a correre per le strade e nei parchi per poter stare meglio, non solo fisicamente».

Alla luce dei fatti però la discriminazione di genere è una realtà anche nel nostro Paese.

«Giorni fa sono intervenuta in una conferenza all’ambasciata degli Emirati Arabi sul tema del rilancio post Covid-19 e sull’importanza del coinvolgimento delle donne. Il concetto di base che faccio mio è che la società non deve evolvere la condizione femminile, è la parità femminile che farà evolvere la società. Questo peraltro è direttamente collegabile a un aumento del Pil e del benessere di un Paese perché se le donne lavorano, producono e occupano ruoli importanti rappresentano un volano positivo per tutti, non solo per le donne stesse».

Da atleta prima e dirigente poi, ha mai subito discriminazioni?

«Non mi sento discriminata. Se a 35 anni sono presidente vicario del Coni… Sarebbe fuori luogo che io dicessi di essere stata discriminata. Però posso dire che c’è ancora un certo tipo di mentalità maschile che fa fatica a vedermi come autorevole. Devo anche dire che una volta dimostrati i propri numeri e le proprie qualità, queste resistenze cadono. Ovviamente non mi riferisco al movimento del Coni che mi ha dato questa grande opportunità, ma all’esterno questa sensazione resiste».

La sensazione di dover dimostrare sempre qualcosa di più rispetto ai colleghi uomini per superare una sorta di pregiudizio di base.

«Dovendo scegliere preferisco sempre essere sottovalutata piuttosto che sopravvalutata… E avere modo di dimostrare che l’incarico che ho e le cose che faccio sono in linea con la mia preparazione».

Fiuggi 20/10/2015 Atletica 2016 Road to Rio – foto di Giancarlo Colombo

Il caso della pallavolista Lara Lugli, licenziata dopo la gravidanza, dimostra che c’è ancora molto da fare…

«C’è molto da fare nel mondo dello sport sul tema del professionismo sportivo, che purtroppo riguarda tutti. È ovvio che le donne hanno l’aggravante nella loro condizione di non professioniste di affrontare fisicamente la maternità quindi non avendo tutele è un ulteriore problema che non in realtà non dovrebbe essere un problema. Nel 2018 ho partecipato con la commissione atleti del Coni al tavolo che ha stabilito i criteri per l’assegnazione del fondo maternità per le atlete e quello è stato un passo importante. Si deve e si può sempre fare di più, però il punto è che nel momento in cui come governo si riconosce un bonus per la maternità, vuol dire che quello che si sta facendo è un lavoro a tutti gli effetti. E questo è un punto di partenza fondamentale».

Alle Olimpiadi di Tokyo per la prima volta potrebbero esserci più donne che uomini o quantomeno un equilibrio. Un segnale non da poco…

«Questa è un’altra dimostrazione lampante che lo sport in Italia non ha nessuna differenza nella pratica. Ce l’ha nella dirigenza e nell’aspetto tecnico degli allenatori…».

Ci spieghi meglio.

«Io non sono una di quelle che fa le lotte partigiane fini a se stesse ma è una nota dolente che va anche ricercata nella quantità di donne che si approcciano alla dirigenza sportiva e al ruolo di allenatore, percentualmente i numeri sono più bassi, lo dicono i numeri. Penso che eleggere e dare a donne, anche giovani come me, questo tipo di incarichi possa essere di ispirazione per tutte le donne del mondo sportivo perché capiscano che nel nostro mondo non possono fare solo le atlete ma si possono applicare in tutti gli aspetti e in tutti i ruoli».

Ai Giochi ci saranno due portabandiera. Un uomo, Elia Viviani, e una donna, Jessica Rossi. Un segnale…

«Sicuramente c’è un’attenzione finalmente importante su questo tema ed è un’opportunità che non dobbiamo perdere noi donne rimanendo ancorate ai discorsi di “maschi contro femmine”, questa deve essere l’epoca della collaborazione».

La nomina di Valentina Vezzali come sottosegretario con delega allo Sport non è solo un simbolo…

«Certo, però anche qua c’è una grossa differenza da fare col mondo maschile perché le donne nella politica sportiva sono autorevoli solo quando sono state delle grandi campionesse. Mentre agli uomini questo non viene richiesto».

Il problema generale in Italia è la costante difficoltà di fare sport.

«Sicuramente c’è stata una grande attenzione nel Recovery Plan su questo aspetto e dev’essere la sfida per il futuro. Alla fine, è come una piramide: più gente, più bambini, più ragazzini fanno sport e hanno accesso agli impianti e alle strutture, in più arriveranno l’agonismo e sosterranno il movimento olimpico. Questa è la nostra sfida per non trovarci nel giro di qualche anno in grossa difficoltà anche dal punto di vista della squadra olimpica».

La pandemia ha dimostrato quanto lo sport ricopra un ruolo fondamentale nella società, promuovendo uno stile di vita sano.

«Il Covid-19 ha dimostrato la grandiosità dello sport perché lo sport è forse l’unico sistema di felicità democratico, nel senso che uscire, correre in un bel posto, camminare e fare ginnastica all’aria aperta è stata la nostra salvezza. In questo ultimo difficile anno è stata una salvezza che è gratuita e sulla grandezza di questa cosa dobbiamo riflettere».

Quali sono gli obiettivi per il prossimo futuro?

«Ho intenzione di impegnarmi con tutta me stessa. Mi ha fatto molto piacere che il presidente Malagò abbia detto che sto girando già come una trottola perché è importante che il Coni si faccia vedere, sentire, che sia presente sul territorio e che stia vicino ai propri comitati regionali. Soprattutto in un momento come questo dove vivono grossissimi problemi è importantissimo che noi ci siamo. L’obiettivo è fare tutto quello che posso per lavorare per il mondo dello sport che è sempre stato la mia vita».