giovedì, 23 Maggio 2024

LA PALLAVOLO FA DA APRIPISTA PER I FONDI DI INVESTIMENTO

Nell’annus horribilis dello sport che fa registrare un segno meno in tutti i comparti, la pallavolo italiana tiene il passo alla pandemia e guarda al futuro con più certezza. 

Forte dell’accordo raggiunto con CVC Capital Partners, il fondo di private equity che ha investito 30 milioni di euro per valorizzare la SuperLega Credem e che già nello scorso gennaio è stato vicino all’acquisizione della Serie A, la pallavolo italiana si pone come  sport guida per l’apertura ai fondi d’investimento, nonostante lo scetticismo di molti. «Ormai i fondi del private equity hanno comprato tutto e mi riferisco soprattutto all’universo sportivo anglosassone – dice Massimo Righi, presidente Lega Pallavolo Serie A. Credo che il problema della scarsa fiducia nei fondi privati sia ascrivibile più a un problema di mentalità che manca alla managerialità. Per quanto riguarda l’affaire con il volley italiano, non nascondo che il primo approccio è stato complicato».

Ci spieghi meglio… 

«C’era bisogno di tempo per conoscere e inquadrare bene le dinamiche e le motivazioni che portano un fondo così importante ad investire in uno sport come la pallavolo, che all’apparenza non ha le dimensioni e la capacità d’attrazione di capitali come quelli che vengono investiti nella Formula Uno o nella Moto GP. Ma dopo ore di riunioni e di incontri CVC ci ha convinto a mettere nero su bianco: professionalità e capacità di problem solving altissima che hanno determinato la nostra apertura totale al private equity, consapevoli che non si tratta solo di un aiuto a senso unico: questo tipo di aziende hanno comunque interesse a monetizzare i loro investimenti, contribuendo parallelamente alla crescita generale del comparto pallavolo. Un mix vincente del quale siamo contenti».

Anche se nel 2020 sono stati investiti in sponsorizzazioni sportive circa 889 milioni di euro, un calo dl 36% rispetto al 2019. Come è la situazione nella pallavolo?

«Riflette sicuramente l’andamento nazionale, tant’è che anche noi abbiamo realizzato un calo significativo nelle sponsorizzazioni e nel ticketing: le proprietà sono dovute intervenire per poter revisionare le perdite. Al contrario di altri comparti sportivi, come il calcio e la pallacanestro, che hanno potuto godere di una piccola cassa integrazione per i giocatori, per la pallavolo non si è verificata la stessa misura di aiuto: siamo stati l’unico sport insieme agli altri definiti dilettantistici a non ricevere nessun aiuto da parte dello Stato».

Perché?

«Lo Stato ha aiutato i lavoratori e quindi i giocatori singolarmente ma non i club: si è configurato il classico degli aiuti a pioggia di cui non ha beneficiato lo sport di vertice dilettantistico».

C’è chi sostiene che lo sport italiano per sopravvivere alla pandemia deve ripensare il suo modello di business, soprattutto alla luce dalla troppa dipendenza dalle sponsorizzazioni e finanze che continuano a registrare segni negativi…

«Il nostro modello è quello che abbiamo impostato con CVC e quindi con Volleyballworld e cioè costruire un paradigma che riguardi innanzitutto il miglioramento delle riprese televisive e della produzione. Non c’è tanto un problema di esportazione del prodotto perché la pallavolo italiana è la lega più distribuita al mondo (80 Paesi), quanto piuttosto del mercato italiano del volley. Il primo passo, oltre al miglioramento della qualità dell’immagine è intervenire sui palazzetti e investire sulle infrastrutture: luci, impianti stessi, aree hospitality e quelle destinate al merchandising che sono passaggi obbligati e fondamentali. Parallelamente a questo c’è tutto il discorso legato all’aspetto commerciale: abbiamo bisogno di nuovi investimenti in sponsorizzazioni poiché gli introiti dei diritti televisivi sono pressoché inesistenti al momento. Se poi si riuscisse ad invertire questo trend, mi piacerebbe intervenire sulla questione maglie ufficiali per ripulirle così come gli adesivi sul campo di gioco, perché hanno un impatto molto violento dal punto di vista della visibilità: si perde il valore di alcuni marchi, coperti gioco forza dagli sponsor. Infine la crescita passa per il miglioramento degli eventi: maggiore qualità affinché diventino degli appuntamenti di grandissima rilevanza. Vorrei le nostre finali scudetto come il Superball, magari tra qualche anno. L’accordo con CVC è di 5 anni e mi auguro di portare la SuperLega Credem vicinissima a questo obiettivo».

A proposito di brand valúe, secondo Stage Up e FiBo il valore complessivo dei marchi della SuperLega Credem supera i 10 milioni di euro, con un valore medio per club di 784 mila euro. Un valore pari al 19% del fatturato complessivo del sistema Serie A1 quantificato, nella stagione 2019/2020 in 54 milioni di euro. Come si spiega questo incremento nonostante le difficoltà?

«Che il sistema volley sia sano e forte non c’è dubbio. Abbiamo avuto la lungimiranza dieci anni fa di bloccare le retrocessioni per tre stagioni e questo ha consentito a tutti i club di SuperLega, anche quelli di medio e di basso budget, di potersi rinforzare in maniera determinante tanto che di fronte alla pandemia non abbiamo perso nessuna società: le strutture societarie e finanziarie erano molto forti. E questo si ripercuote anche sulla capacità delle stesse di attrarre investimenti e sponsorizzazione, poiché godono di un marchio individuale molto funzionale. Tanto che alle porte del volley di Serie A ha bussato CVC. Quindi, è evidente che ci siano delle capacità di attrarre potenziali investitori. Ma anche una capacità specifica di gestire il brand valùe e di resistere a delle tempeste, anche finanziarie, come è il covid. Emblematico è il fatto che la nostra Serie A dall’anno scorso si sia arricchita di sette squadre e sotto questo punto di vista non abbiamo delle preoccupazioni sul settore pallavolo». 

Anche se il Governo limita la carenza nei palazzetti al 60%… si poteva e si può fare di più? Quali azioni intente intraprendere la lega volley?

«Non si tratta solo di un problema del dato numerico ma di messaggio che viene lanciato: cinema, teatri, musei, ristoranti hanno tutti capacità del 100% e sono luoghi chiusi. Per quale motivo un impianto sportivo deve ospitare fino al 60% di pubblico? Sta passando un messaggio per cui i nostri palazzetti sono luoghi non sicuri, non salubri e la gente fa fatica ad entrare negli impianti sportivi perché pensa ci siano dei problemi. Bisogna scardinare questa mentalità: noi vogliamo il 100%, non tanto perché riempiremmo la totalità dei palasport ma perché bisogna far cadere l’idea che l’impiantistica indoor non sia sicura. E in questo ho pieno appoggio anche dal collega Umberto Gandini, presidente della Lega Basket». 

Nonostante l’assenza di spettatori e un campionato giocato tra mille punti interrogativi, l’audience della pallavolo parla di cifre record: 12 milioni di utenti. Come si spiega questo fenomeno, considerando anche la visibilità che viene destinata al volley?

«È vero: abbiamo 12 milioni di interessati ma è altrettanto vero che di questi 12 sono solo 2 milioni gli appassionati. Noi dobbiamo lavorare su questa forbice che manca tra l’appassionato e l’interessato. In questo il calcio ci indica la via da seguire: con un bacino di utenza di circa 27-28 milioni fa registrare comunque l’80% di appassionati, già fidelizzati. Quindi, la differenza che c’è tra gli sport di massa e gli altri come la pallavolo, sta nella quantità di chi partecipa attivamente all’evento. Un tema che abbiamo sviscerato con CVC e che nn riguarda solo l’Italia ma il mondo dello sport in generale. Pensi che la pallavolo è lo sport più praticato al mondo eppure il seguito non è all’altezza: in tanti lo praticano ma non lo seguono a livello agonistico e bisogna farlo diventare altrettanto nella visione». 

Sportivamente parlando come sarà la prossima stagione?

«I club sono usciti da questa stagione di pandemia affrontando il mercato con maggiore aggressività riportando in Italia alcuni campioni che erano assenti nella nostra SuperLega: ne mancano solo due o tre tra i 20 più forti al mondo. Ci sono tantissime medaglie olimpiche, senza dimenticare le nostre europee a cui si aggiungono i campioni sudamericani: ci sono tutte le carte in regola per un campionato stellare».

C’è però un problema con alcuni tesserati no vax, che nelle ultime ore ha vivacizzato le notizie del volley. Come intende risolvere?

«Si chiamano in realtà “soggetti suscettibili” perché ci sono quelli che rifiutano la vaccinazione, quelli che sono in attesa di completare il secondo ciclo e un ristretto gruppo di giocatori che non possono sottoporsi per via di intolleranze o altri problemi di salute: in tutto sono 30, tra SuperLega, Serie A2 e Serie A3. Abbiamo anche un giocatore che ha ricevuto il vaccino russo Sputnik: i sammarinesi, come noto, hanno ricevuto lo stesso vaccino e possono venire in Italia senza problemi; il pallavolista in questione non può giocare perché lo stesso vaccino non è riconosciuto dal Comitato Tecnico Scientifico. La gestione di questi ragazzi viene fatta attraverso un monitoraggio ogni 48 ore mediante tampone: si andrà avanti cosi sperando che la situazione vada a regime quanto prima».   

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