• venerdì, 1 Luglio 2022

Zelenskij. L’uomo che ha cambiato (per sempre) il modo di fare la guerra

Zelenskij

Zelenskij troverà spazio nei libri di Storia per essere stato il primo leader online in tempo di guerra, il definitivo forgiatore dell’identità ucraina e il pioniere del cine-populismo. Questo afferma l’analista geopolitico Emanuel Pietrobon nel suo libro Zelenskij. La storia dell’uomo che ha cambiato (per sempre) il modo di fare la guerra, Castelvecchi Editore, 2022. Ma il libro non si riduce a una semplice biografia: la figura di Volodymyr Zelenskij diventa il prisma per leggere i cambiamenti epocali che hanno luogo sotto i nostri occhi. L’uso innovativo delle tecnologie digitali e dei social media di massa, che rende Zelenskij «il pioniere del cine-populismo» scardinando il classico rapporto tra innovazione militare e applicazione civile. Nella parabola politica di Zelenskij si assiste infatti all’applicazione scientifica delle regole della cinematografia e delle sue riduzioni digitali sotto forma di dirette su Facebook, YouTube o altri social media. Egli non solo sfrutta al massimo la «dittatura degli algoritmi»  ma è il plasmatore di nuove tendenze algoritmiche dando così forma a «un nuovo modo di concepire e praticare la propaganda, la quale assume una natura più pervasiva e totalizzante che mai e, dunque, risulta capace di attecchire in modo più profondo, e potenzialmente semipermanente, nella mente degli individui colpiti».  

Molto tempo si è parlato di una temibile “dottrina Gerasimov”, la cui fonte sarebbe un articolo del Capo di Stato Maggiore russo del 26 febbraio 2013 “Il valore della scienza della previsione” (Ценность науки в предвидении), in cui egli afferma chiaramente quanto «le regole della guerra siano cambiate per raggiungere obiettivi politici e strategici». Quindi chi ha innovato i metodi della guerra cognitiva, Gerasimov o Zelenskij?

«In effetti, occorre smantellare una volta per tutte il fantasma occidentale della “dottrina Gerasimov”. Essa nasce da un fraintendimento. Le affermazioni di Gerasimov derivano da una constatazione dell’evoluzione della dottrina americana, la quale per prima forgia un nuovo uso di strumenti non militari ai fini del controllo e della propaganda. Si tratta degli strumenti propri del capitalismo della sorveglianza, che è il risultato dell’applicazione dell’innovazione della sorveglianza tramite l’analisi dei big data nel campo dell’intelligence militare come tentativo a partire dai fatti dell’11 settembre 2001 di individuare e prevenire il terrorismo. Questo non implica che la Russia non abbia una sua dottrina della propaganda. Anzi, la pratica della disinformazione era al cuore dell’intelligence sovietica. Ciò non comporta tuttavia che i russi abbiano sviluppato oggi una nuova pratica innovativa della guerra ibrida. Infatti, la specificità della vittoria politica di Zelenskij consiste nel fatto che abbia vinto senza fare campagna elettorale. Per l’uso intensivo dei social, si tende a paragonare la sua figura a Trump, o in Italia al Movimento 5Stelle per l’uso innovativo delle piattaforme digitali. Ma i grillini nascono con i Vaffaday radunando folle nelle piazze, mentre la piazza di Zelenskij sono i molteplici social media. Tramite tali mezzi di comunicazione, Zelenskij misura la temperatura del “popolo” ed in questo senso scardina la logica della politica tradizionale, dove i media digitali sono solo strumenti di comunicazione e non fonti per un accesso per così dire diretto agli umori del “popolo”. L’attuale Presidente ucraino infatti non organizza comizi, ma dà appuntamenti per le sue dirette tramite post su VKontakte, Facebook, Twitter o Instagram dando luogo alla prima campagna elettorale interamente virtuale della storia, dove le piazze diventano i diversi social media. In tal modo ha attirato a sé le nuove generazioni. Zelenskij ha di fatto creato uno “stato-smartphone” cominciando con il realizzare una campagna elettorale a portata di clic. Nel contesto di guerra, questa strategia civile è stata applicata a ritmo di dirette e messe in scena in veste guerriera consentendo all’Ucraina di garantirsi un appoggio molto più deciso da parte dei Paesi occidentali. L’Occidente avrebbe in ogni caso sostenuto la causa ucraina, ma la nuova “guerra mentale” forgiata da Zelenskij ha caricato emotivamente il conflitto in modo da smuovere soprattutto i Paesi più scettici come Francia, Germania e Italia ad appoggiare le politiche più ferree capitanate da Polonia e Regno Unito, megafoni nel Vecchio Continente delle politiche di Washington».

Emanuel Pietrobon
Emanuel Pietrobon

Quale relazione sussiste tra il Zelenskij-Presidente nella serie Servitore del Popolo e la sua elezione reale nel 2019?

«Certamente, Trump, il Movimento 5Stelle e altri fenomeni politici sono degli esempi di tecno-populismo, in cui il politico sfrutta e cavalca gli algoritmi e come tali sono dei sintomi dell’emergenza delle nuove forme di comunicazione e governo dell’opinione, ma Zelenskij è piuttosto l’espressione di ciò che chiamo “cine-populismo”, ovvero, non solo cavalca, ma plasma gli algoritmi a suo piacimento creando nuove tendenze. Questo comporta uno slittamento strutturale dalla guerra psicologica tradizionale, che provoca stordimenti potenti ma temporanei, relativi soprattutto alla consapevolezza situazionale – tramite il sovraccarico cognitivo (sovrabbondanza di informazione) e la dissonanza cognitiva (disinformazione) – mentre nella guerra mentale si giunge ad un condizionamento semipermanente e totalizzante, al reframing, cioè a far regredire l’individuo da essere autonomo ad automa. Ed è essenzialmente grazie a questo ricondizionamento che il conflitto ucraino viene percepito come il teatro dello scontro fra bene e male, fra democrazia e autocrazia. L’elemento decisivo che risuona tra la finzione della serie e l’elezione reale è indubbiamente il ruolo chiave delle nuove tecnologie: nella serie è tramite un video sui social media ripreso di nascosto da uno studente, che il professore di storia si trova catapultato al centro dell’attenzione mediatica. Tuttavia, se nella serie Vasilij Petrovyč Goloborodko viene spinto dai suoi propri studenti e dai contributi della gente comune a presentarsi alle elezioni avendo come punto programmatico essenziale la lotta alla corruzione, bisogna ammettere che Zelenskij nella realtà viene foraggiato e appoggiato mediaticamente dall’oligarca Ihor Kolomojs’kyj in funzione anti-Porošenko e orientando la lotta agli oligarchi in chiave antirussa. Nel caso di Zelenskij va riconosciuta la sua abilità a portarsi a casa i voti di 7 ucraini su 10, sfruttando al meglio l’appoggio mediatico dell’oligarca proprietario dei canali Inter e 1+1. Inoltre, vi è un dettaglio non indifferente: la serie è in lingua russa, lingua d’elezione di Zelenskij, che avrebbe avuto quindi tutte le carte per intrattenere rapporti con il Cremlino, fino al punto che Porošenko lo accusava di essere un burattino di Putin. Nonostante il controllo totale, de facto, dei processi esecutivo e legislativo, ottenuto con il 44% dei suffragi alle parlamentari anticipate del luglio 2019, il Servitore del Popolo, Zelenskij, a parte lo svecchiamento della classe politica e sintomaticamente la creazione di un ministero della Trasformazione digitale nel 2019, non riuscì né a risollevare l’Ucraina dalla crisi economica attraversata dalla caduta del PIL del 4,4% nel 2020, né a risolvere la questione del Donbas, restando di fatto prigioniero della guerra tra oligarchi. Si può sintetizzare la parabola politica di Zelenskij osservando che il suo consenso si inverte negativamente al punto che prima della guerra soltanto il 23% era disposto a rileggerlo e il 40% circa degli ucraini riteneva il governo Zelenskij peggiore e più illiberale del precedente, con addirittura la rimonta di Porošenko ai sondaggi. Il Servitore del Popolo nulla poteva e può fare per la Crimea, ma prima del riconoscimento russo delle Repubbliche di Donets’k e Luhans’k avrebbe potuto almeno mitigare la questione del Donbas. Il fallimento è dovuto al fatto che Zelenskij era diventato una pedina non solo all’interno della guerra fra oligarchi, ma anche un vettore sul quale si proiettavano le aspettative delle potenze internazionali con i maggiori interessi in Ucraina e in primo luogo Russia e Stati Uniti».

Quali sono dunque le conseguenze dell’effetto Zelenskij e le possibili declinazioni della pace?

«Partiamo da una questione molto discussa, quali sono i risultati effettivi dell’invasione russa? L’Ucraina è un Paese che per superficie supera sia la Francia che la Germania con un territorio di oltre 570 mila km2, di cui ad oggi – in appena 3 mesi di conflitto – l’esercito russo controlla quasi 125 mila km2 pari al 20%. Non si può certo chiamare questa una disfatta militare. La Russia perde però sotto il profilo della propaganda e qui diventa cruciale la “variabile impazzita” di Zelenskij. Dall’invasione russa, la popolarità di Zelenskij ritorna alle stelle. Da quel momento, il Paese è diventato occidentale infiltrato da interessi russi, e non più il contrario. Dove i suoi predecessori hanno fallito, Zelenskij ha prodotto per la prima volta attraverso gli strumenti della “guerra mentale” l’unità della nazione ucraina al di là delle differenze etniche russe, ucraine, bulgare e tatare che storicamente la abitano. L’ulteriore effetto Zelenskij è stato poi quello di avere seminato tensioni nello spazio post-sovietico dalla Georgia alla Mongolia. Poi, vi è l’impressione di una ritrovata coesione della NATO con una generale ripresa di investimento nella Difesa. Ma l’Ucraina è il teatro di una stratificazione di interessi geopolitici, nonché occasione di una ripresa della guerra civile cecena e in tale contesto la firma definitiva per qualunque accordo di pace l’avrà Biden. L’effetto della guerra mentale ci induce a dimenticare non solo che le politiche sanzionatorie sono state più funzionali a separare Bruxelles da Mosca, che a far collassare il gigante russo, ma soprattutto che la “dipendenza” dal gas russo era una strategia per evitare una dipendenza antieconomica: quella dal gnl americano, disponibile in quantità ridotte a un prezzo più elevato. L’UE è infatti un alleato militare di Washington, ma un rivale economico. La penetrazione americana nel mercato energetico europeo dipenderà dalla volontà degli Stati Uniti di investire nelle infrastrutture necessarie per l’immagazzinare e rigassificare il gnl. L’acquisizione dell’italiana SNAM dell’unico asset di Golar LNG Limited, cioè il rigassificatore galleggiante “Golar Tundra”, non è evidentemente sufficiente. Ad oggi, l’Italia è stata più lungimirante cercando piuttosto di diversificare, anziché scambiare una dipendenza con un’altra. Se gli USA erano al 2020 un partner relativamente marginale dell’Ucraina, le miliardarie forniture in armamenti a favore del Paese di Zelenskij faranno nel dopoguerra sicuramente degli USA e dell’anglo-sfera il riferimento per la sicurezza al contempo militare ed tecnologica di Kiev. Probabilmente, se non ci fosse stato Zelenskij il conflitto ucraino non avrebbe preso l’ampiezza e la risonanza internazionale che ha assunto. Il caso dell’Ucraina è destinato a fare scuola ai posteri: dai metodi della guerra cognitiva condotta dal Presidente ucraino, ai movimenti e inversioni di opinioni pubbliche».         

Credits: ©Zelenskiy_official

Edoardo Toffoletto

(Milano, 1991) dottorando all'EHESS di Parigi, dopo avere studiato filosofia a Padova, Londra e Berlino. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla storia del pensiero politico ed economico all'estetica e la psicanalisi. Dal 2017-2021 è stato corrispondente freelance da Berlino e Parigi per Business Insider Italia.

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