• lunedì, 15 Agosto 2022
Russia

Il peso di Mosca e Kiev nel commercio globale è poco superiore al 2%. Si potrebbe perciò pensare che la crisi economica generata dal conflitto sia circoscritta. In realtà, buona parte del PIL della Russia è generato dalla vendita di materie prime difficilmente sostituibili nel breve termine. Per questo, il conflitto, inserendosi in un contesto già difficile per le materie prime, accelera ulteriormente un trend al rialzo dei prezzi iniziato con la ripresa post-pandemia.

Gas

Il prezzo dei futures del gas naturale è aumentato di circa il 55% a partire dal 24 febbraio, data di inizio delle ostilità. Il 6 giugno ha raggiunto il picco a quota 9,3 dollari e ora scambia intorno ai 7, mentre all’inizio dell’invasione scambiava a 4,6 dollari. Il peso della Russia nella produzione di gas a livello mondiale è di circa il 6,2%.

Nichel

Alle stelle è andato anche il prezzo dei futures sul nichel, indispensabile per l’industria siderurgica, al punto da venire sospeso due volte alla borsa di Londra per eccesso di rialzo. All’inizio del conflitto i futures sulla commodity scambiavano intorno a 25.000 dollari per poi schizzare nei giorni successivi oltre gli 85.000, registrando un aumento superiore al 240%. Al momento della redazione dell’articolo la situazione si è calmata e i futures sul nichel sono quotati intorno ai 20.000 dollari. La Russia estrae circa il 5,3% del metallo a livello mondiale.

Grano

Per quanto riguarda i futures sul grano, di cui il 5% della produzione globale è appannaggio della Russia, abbiamo assistito a un repentino aumento del prezzo nelle fasi iniziali del conflitto, che ha portato alcuni paesi come l’India, l’Egitto e la Serbia a bloccarne temporaneamente l’esportazione. Oggi il prezzo è diminuito, ma le incertezze restano. Al 24 febbraio era di 925 dollari, per poi schizzare in pochi giorni a 1423, toccati il 7 marzo, con un incremento del 53%. Poi inizia la discesa, salvo un recupero a maggio in cui tocca quota 1278 dollari, e attualmente sono scambiati intorno a 790 dollari.

Petrolio

Spostando il focus sul petrolio russo, equivalente all’8,4% del greggio mondiale, emerge un quadro interessante: Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno smesso di importarlo. Non una grande rinuncia se si osserva il peso di petrolio e derivati russi sul totale delle loro importazioni di tali prodotti: circa l’8% per USA e UK, meno dell’1% per il Canada. Questa decisione segnala però ai trader il rischio sempre maggiore di commerciare greggio russo. Così si preferisce il petrolio degli altri produttori, facendo raggiungere alla commodity nuovi massimi, che superano quelli del 2008.

Di conseguenza, si rende necessario aumentare l’offerta, come sanno bene gli Stati Uniti, che cercano sponde tra Paesi non proprio alleati. Affinché l’Iran immetta più petrolio sui mercati, Joe Biden potrebbe essere orientato a un tacito consenso per allentare informalmente le sanzioni, nella speranza di stabilizzare il prezzo del greggio. Senza restrizioni economiche, il regime degli ayatollah potrebbe aggiungere fino a 1,3 milioni di barili di greggio al giorno alla propria produzione. I prezzi scenderebbero e con essi le entrate economiche di cui Mosca ha ora disperato bisogno. Al momento il prezzo al barile si aggira intorno ai 96 dollari.

Sicurezza alimentare area mena

Altro tema caldo è quello della sicurezza alimentare, soprattutto per i paesi dell’area MENA (Medio Oriente e Nordafrica). Secondo stime FAO (Food and Agricolture Organization), già prima della pandemia da Covid-19, 55 milioni di persone su una popolazione stimata di circa 456 milioni erano a rischio di insufficienza alimentare. Su questo quadro grava il peso delle forniture che arrivano da Ucraina e Russia, fra i maggiori produttori di grano a livello mondiale e primi esportatori nei Paesi della Regione. Non tutti i paesi MENA sono ugualmente dipendenti dal cereale ucraino o russo, ma basta riflettere su questi dati per rendersi conto dei rischi che alcuni di questi potrebbero correre: fra il 2019 e il 2021 l’Egitto ha importato l’85% del grano da Ucraina e Russia; Israele fra il 60% e il 70%; il Marocco circa il 35%; la Somalia addirittura il 100%; il Sudan il 75%; Tunisia, Libano ed Emirati Arabi Uniti circa la metà dell’approvvigionamento complessivo; e la Turchia circa il 78%.

Inoltre, si moltiplicano le possibilità di un rincaro dei prezzi, e questo rischia di aggravare le già esistenti crisi umanitarie, causando ulteriori problemi nell’approvvigionamento alimentare. Potrebbero aumentare anche le difficoltà nella supply chain globale, che stava cominciando a ripartire dopo due anni difficili a causa della pandemia di Covid-19: molte aziende, ucraine, russe ed europee, dovranno quindi ripensare la catena produttiva, in particolare quella che si collega al continente asiatico e africano.

Conseguenze a livello mondiale

Le economie avanzate faranno così i conti con un’ulteriore spinta inflazionistica e il pericolo di stagflazione. Le nazioni a basso e medio reddito rischiano invece una rinnovata instabilità politica per l’aumento dei prezzi del cibo. Eventualità che solo in alcuni casi, per esempio Paesi del Golfo e Sud America, potrà essere compensata dagli alti ricavi per la crescita dei prezzi delle commodities esportate.

Perciò, le conseguenze economiche della guerra non saranno uguali per tutti, riguarderanno meno gli Usa e la Cina, mentre avranno un forte impatto sull’Europa e in particolare su alcuni Paesi come l’Italia. Infatti, gli alti prezzi di gas, petrolio e altri prodotti possono incidere in modo strutturale sulla crescita del PIL nazionale almeno per i prossimi due anni.

Focus sull’Italia

L’Italia importa dalla Russia circa il 35% del gas di cui ha bisogno e acquista, sia da Mosca che da Kiev, ingenti quantitativi di mais, grano, semi oleosi e fertilizzanti che alimentano l’intera filiera agroalimentare. La contrazione dell’offerta innalza l’inflazione, riduce la produzione e di conseguenza anche l’occupazione. Il Centro Studi di Confindustria ha stimato un aumento complessivo del costo dell’energia per le imprese italiane pari a 68 miliardi di euro su base annua. Lo stesso ente valuta che le imprese, per assorbire i costi, hanno preferito ridurre i profitti anziché aumentare i prezzi. Nonostante ciò, l’inflazione si aggira intorno al 7%.

I rischi per i risparmiatori italiani In aggiunta, nei conti correnti delle banche italiane sono stati accumulati 1.831 miliardi di euro, una cifra superiore al PIL, che, da una parte perdono progressivamente valore e, dall’altra, sono come pietrificati, perché non vanno a finanziare gli investimenti delle imprese nazionali: sono cioè meramente sottratti al circuito della spesa. Di conseguenza i correntisti subiscono una svalutazione dei propri risparmi e le imprese si ritrovano con minori risorse finanziarie da investire nei loro progetti.

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Marco Castrataro

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Foto: ©xfiles83 via Canva.com

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