lunedì, 17 Giugno 2024

Trema l’edilizia: pesano rincari, frenata al 110% e PNRR

DiMario Catalano

15 Dicembre 2022 , ,
edilizia

Dopo la ripresa del 2021 con un +20,1% in termini reali, anche il 2022 il comparto dell’edilizia andrà oltre ogni previsione con una crescita del 12,1%. Ma la chiusura positiva dell’anno, purtroppo non esenta dal rischio, molto alto peraltro, di una inversione di rotta nel 2023. Da una parte, infatti, peserà l’inevitabile frenata del Superbonus che dall’inizio dell’anno perde il comparto delle villette unifamiliari. Dall’altra c’è l’incertezza che grava ancora sul decollo effettivo delle nuove opere del PNRR che scontano, soprattutto l’effetto degli aumenti dei prezzi delle materie prime. Ad agosto, il prezzo medio alla produzione dei venti segmenti che realizzano prodotti per il settore (dal cemento, alla malta, dalle piastrelle al legno) è aumentato del 19,5%, distaccandosi di 6,8 punti percentuali rispetto al +12,7% della media della manifattura no energy (al netto della raffinazione di petrolio). E oggi ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), parla di un 35% di rincari. «Per essere corretti, in termini assoluti, il caro energia non impatta direttamente sull’edilizia, ma più che altro le imprese risentono delle ripercussioni del fenomeno sulla filiera di approvvigionamento, in termini di aumento dei prezzi delle materie prime e dell’inflazione», dice Stefano Crestini, Presidente ANEPA (Associazione Nazionale Artigiani dell’Edilizia, dei Decoratori, dei Pittori e Attività Affini) di Confartigianato edilizia. «Nei settori di produzione dei manufatti per l’edilizia l’intensità energetica (costi energetici in rapporto al valore della produzione) è 2,9 volte la media della manifattura e, di conseguenza, la crisi in corso sta determinando una maggiore pressione sui prezzi alla produzione. Nell’ambito del nostro comparto, ad agosto 2022 i nuovi fabbricati mostrano un aumento del prezzo di produzione pari all’8,1% e che supera di 3,1 punti percentuali il +5% di un anno prima. I fabbricati residenziali sono a +8,7% (3,6 volte il +2,4% di agosto 2021) e quelli non residenziali a +7,9% (erano a +7,4% ad agosto 2021)». Gli aumenti insostenibili dei costi delle materie prime e dell’energia frenano anche l’industria delle costruzioni e manutenzioni stradali, che chiuderà il 2022 con un calo del 20% rispetto allo scorso anno. Le associazioni di categoria chiedono al nuovo Governo di intervenire con misure urgenti per compensare i rialzi e i meccanismi di revisione prezzi che tengano conto dei costi energetici. Dall’analisi trimestrale dell’Associazione SITEB (Strade Italiane e Bitume) in Italia, nei primi nove mesi del 2022, le vendite di bitume sono diminuite del 24,1% rispetto allo scorso anno. La produzione di conglomerato bituminoso (asfalto) tornerà sotto quota 30 milioni tonnellate di tonnellate (sui valori del 2018-19), dopo la crescita registrata nel 2020-2021 quando aveva raggiunto le 35 mln di tonnellate. Un calo che arriva in un periodo in cui le risorse del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) avrebbero iniziato a dare i primi frutti. La causa di questa contrazione si deve soprattutto alla crisi energetica che colpisce gravemente il Paese: le lavorazioni del conglomerato bituminoso si eseguono prevalentemente con tecnologie a caldo per riscaldare ed essiccare le materie prime. Oggi il valore del gas metano ha un’incidenza economica crescente nella produzione del conglomerato bituminoso, passata in pochi mesi da 2-3 euro a tonnellata agli attuali 15-20 euro (dipende dai contratti stipulati con gli operatori del mercato). I più colpiti da questa situazione sono in particolare gli impianti che utilizzano gas metano, il cui costo è più che decuplicato in poco più di un anno. Questi rappresentano le metà del totale delle strutture in attività nel settore. La conseguenza è che una parte ha deciso di tornare all’alimentazione con olio combustibile. Questo tipo di operazione, però, non sempre è possibile perché, oltre ai costi di adeguamento, sono necessarie specifiche autorizzazioni che difficilmente si ottengono. Una situazione che costringe alcune strutture a non aprire senza commesse importanti, per evitare perdite.

Quante imprese del comparto sono a rischio chiusura a causa del caro energia?

«Più che per il caro-energia, molte imprese stanno soffrendo a causa delle incertezze legate alla sorte dei bonus edilizia e ai crediti incagliati nei cassetti fiscali. Abbiamo calcolato che se la situazione non si sblocca sono a rischio 47mila posti di lavoro. L’anno scorso il valore della produzione della filiera ha raggiunto 475 miliardi di euro: un aumento di 78 miliardi rispetto al 2020 (+19,7%) e di 51,6 miliardi rispetto al 2019 (+11,4%). Un dato che da solo equivale a un terzo del PIL (Prodotto Interno Lordo) nazionale, la cui crescita del +6,6% dell’ultimo anno è da attribuire in buona parte proprio all’edilizia, anche grazie allo stimolo dei bonus fiscali. I bonus in edilizia, dopo un decennio di crisi, hanno rimesso in moto le attività. E le costruzioni hanno anche retto l’intero mercato del lavoro tra la pandemia e l’invasione dell’Ucraina.

Qual è la situazione degli occupati nel secondo trimestre di quest’anno?

«Al netto della stagionalità, sono saliti di 93mila unità rispetto al quarto trimestre 2019, precedente allo scoppio della pandemia; tale aumento è la combinazione di un aumento di 255mila occupati nelle costruzioni e di un calo di 162mila nel resto dell’economia, concentrata nei servizi (-130mila unità). È necessario rendere strutturali le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici a destinazione residenziale e produttiva, unitamente a una riforma che semplifichi, razionalizzi e stabilizzi il sistema, con la definizione di un’unica forma di incentivazione e con un’unica aliquota di detrazione. Con queste premesse si potrebbe fare una seria programmazione degli interventi, in cui il meccanismo dello sconto in fattura e della cessione del credito fiscale diventano necessari per consentirne una più ampia diffusione: si pensi solo agli incapienti, che altrimenti non potrebbero beneficiare delle agevolazioni. È necessario allora perfezionare lo strumento per eliminare le criticità che, per effetto delle continue modifiche normative, si sono ripercosse prevalentemente sulle imprese che hanno concesso lo sconto in fattura e che ora si trovano in gravi crisi di liquidità. Bisogna ricreare un clima di fiducia tra le imprese, messe alla prova dalla confusione normativa che ha caratterizzato il provvedimento».

Sul fronte “bonus”, lo stop della cessione del credito ha rappresentato l’elemento di maggiore instabilità del mercato, così come anche il problema dei crediti frazionati. Notizia, poi, delle ultime settimane la sospensione del servizio di acquisto dei crediti di imposta di Poste Italiane.

Quali potrebbero essere, secondo voi, le soluzioni?

«Purtroppo, le continue variazioni normative che hanno accompagnato la vita dei bonus ha certamente depotenziato un strumento che si è rivelato fondamentale per il rilancio dell’edilizia. Ora, le difficoltà si stanno trasformando in rischio chiusura a causa del blocco dei crediti nei cassetti fiscali delle imprese, soprattutto quelli di piccolo importo, che sono diventati di fatto non più commerciabili sul canale bancario e che necessiterebbero di una risposta importante da parte del decisore pubblico per rimettere in moto Cassa Depositi e Prestiti e Poste S.P.A. come compratori di ultima istanza».

L’edilizia è il settore energivoro per eccellenza. In Europa, il parco residenziale e commerciale, sempre più vecchio sia nelle strutture che negli impianti, è responsabile del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni di CO2. Quanto e come bisogna investire per puntare su un comparto sempre più green?

«Gli ambiziosi obiettivi tracciati dall’Unione europea in materia di recupero dell’efficienza energetica nell’edilizia residenziale ci obbligano ad assumere una dimensione di medio lungo periodo, intensificando le misure a sostegno della domanda per stimolare efficacemente il mercato delle riqualificazioni. Sotto questo profilo, dunque, non c’è alcun dubbio che il sistema degli incentivi alla domanda e dei bonus debba essere razionalizzato e reso strutturale in una dimensione temporale che vada almeno fino al 2030».

Come si deve procedere, invece, per quanto riguarda il patrimomio edilizio pubblico?

«Con sollecitudine alla riqualificazione sia sotto il profilo delle prestazioni energetiche degli immobili ma anche per la loro messa in sicurezza. Ci sono poi delle procedure che riducono l’impatto ambientale di un’opera e che risultano essere soluzioni a basso costo».

Quali?

«La valorizzazione delle imprese di prossimità rispetto al luogo di esecuzione dell’appalto, la “filiera corta” e il “chilometro zero” sono strategie che riducono gli spostamenti di risorse e mezzi con tutto vantaggio per l’ambiente. Accanto a questo, l’occasione da non perdere è investire sull’autoproduzione rinnovabile di imprese e famiglie, per dare una scossa alla ricomposizione del mix di approvvigionamento energetico».

I fondi stanziati dal PNRR basteranno per cambiare passo?

«Sul fronte degli interventi in materia di razionalizzazione ed efficienza nell’uso finale dell’energia va costruita una vera e propria politica industriale. Bisogna mettere in campo risorse e strumenti che consentano di riorganizzare la filiera, potenziandone l’efficacia e, soprattutto, l’innovazione che, comunque, sta caratterizzando già molto il settore al traino della spinta della transizione green che impone agli operatori e ai progettisti scelte importanti in termini di tipologia del costruito, materiali impiegati e tecniche di produzione. Il caro energia pesa sui fondi stanziati poiché i rincari non sembrano arrestarsi e oltre al costo diretto dell’energia sarà necessario sostenere anche il sovrapprezzo dei tanti materiali che hanno un processo produttivo molto energivoro. In questo contesto i fondi rischiano di essere insufficienti rispetto agli obiettivi fissati».

Per H2IT, l’Associazione Italiana per l’Idrogeno e Celle a Combustibile occorre puntare anche sull’idrogeno per elettrificare e riqualificare un parco immobiliare sempre più vecchio. Per questo ha presentato dieci proposte per la semplificazione dell’iter burocratico che limita la diffusione della tecnologia a celle a combustibile, tra cui: il recepimento della normativa europea per semplificare le tipologie di sistemi elettricamente attivi verso la rete, la modifica del TUA (Testo Unico Ambientale) e l’aumento della soglia di esenzione per sistemi non rinnovabili ma ad alto profilo tecnologico, ambientale e prestazionale.

Quale spazio può trovare l’idrogeno nel settore dell’edilizia?

«L’idrogeno è una nuova frontiera ancora in gran parte inesplorata sulla quale, a nostro avviso, si è fatto ancora poco in termini di effettivo sostegno alla ricerca. L’economia reale è cliente dei processi di ricerca e certamente è in grado di amplificarne gli effetti benefici nel momento in cui la ricerca diventa tecnologia matura e soluzione di impiego concreto nei processi produttivi. L’idrogeno rappresenta quindi un’ulteriore occasione per il cambio di paradigma nella progettazione degli immobili. Le opportunità di integrazione dell’idrogeno nell’ambiente costruito saranno molteplici e riferibili agli impianti tecnologici. Al momento vi è molto fermento nella ricerca e interessanti applicazioni che nel tempo potrebbero integrarsi agli impianti tradizionali. Del resto, già dal prossimo futuro l’idrogeno entrerà nelle nostre case attraverso la rete del gas, sotto forma di miscela, come fonte di energia. E proprio in questa direzione cominciano le prime sperimentazioni territoriali e la redazione delle norme tecniche di installazione per permettere di garantire elevati standard di sicurezza». ©