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Verso le elezioni americane DACLON, Fondazione Italia Usa: «La vittoria di Trump potrebbe isolare il Paese»

DiSimona Sirianni

15 Ottobre 2020

Trema l’America in vista delle elezioni presidenziali del 3 novembre. La guida di Trump sta cambiando radicalmente il rapporto degli Usa con gli altri Paesi e se Donald verrà rieletto l’“America First”, ovvero la sintesi di una dottrina che porta la nazione a un sempre minore impegno verso l’esterno, sarà una rivoluzione geopolitica che cambierà il mondo per decenni e che diverrà probabilmente irreversibile.

«In caso di rielezione – spiega Corrado Maria Daclon, docente universitario, saggista, tra i maggiori esperti internazionali di geopolitica, segretario generale e fondatore della Fondazione Italia USA – assisteremo ancor più a un’America che guarda ai suoi confini e ai suoi interessi primari, in primo luogo la crescita dell’economia, dei mercati e dell’occupazione, e non più come in passato concentrata magari sull’esportazione di democrazia in Medio Oriente o in altre aree remote. Sempre meno interessata, quindi, a organizzazioni considerate obsolete come la NATO, e più disposta invece ad alleanze sulla base dei propri interessi economici».

Le elezioni presidenziali americane hanno da sempre una forte influenza sulle borse e sull’economia globale, tanto più in questo periodo di crisi sanitaria ed economica. Quelle che ci aspettano quale impatto avranno sui mercati e sull’economia mondiale?

«Non è esagerato dire che queste elezioni avranno un chiaro risvolto storico».

I mercati come si stanno comportando?

«Dall’insediamento di Trump fino all’esplosione del coronavirus i mercati azionari degli Stati Uniti, pur con alti e bassi, sono aumentati del 70 per cento. Secondo la società di analisi e consulenze Gallup, a tre anni dall’arrivo alla Casa Bianca del tycoon, il 61 per cento degli americani diceva di stare meglio rispetto a prima. Per capirci, a tre anni dall’insediamento di Barack Obama il dato Gallup era il 45 per cento e con Bill Clinton il 50. Basare tutta la campagna elettorale sull’economia funziona se l’economia funziona. Se i mercati finanziari cominciano ad accusare perdite a due cifre si cominciano a porre diversi problemi».

Da che parte stanno?

«Al momento sembrano premiare il presidente Trump e, quindi, la sua conferma sarebbe probabilmente lo scenario più positivo. Quello più negativo sarebbe non l’elezione di Biden, ma lo stallo in caso di risultato incerto. Una lunga contestazione per i voti che porterebbe avanti l’incertezza per molte settimane. E i mercati, come è noto, non la amano, soprattutto se riguarda la leadership degli Stati Uniti».

Trump, dopo averlo contratto, ora sminiusce il Covid-19: il virus deciderà le elezioni?

«Il virus ha già deciso le elezioni, rimescolando le carte e offrendo un quadro di incertezza. In una campagna elettorale che fino a pochi mesi fa appariva fin troppo scontata, quasi noiosa, con dati iperbolici sull’economia, sull’occupazione e sulle borse che non lasciavano spazio politico al candidato dem. I dati economici che da oltre mezzo secolo non erano mai stati così positivi, adesso sono negativi come mai dal dopoguerra a oggi».

Quanto pesa la mancanza di un accordo tra Repubblicani e Democratici sul nuovo pacchetto di stimoli fiscali (si parla di 2.200 miliardi), per la pandemia?

«Negli Stati interni che decidono le elezioni, l’autista del furgone FedEx in Kentucky oppure la cassiera di Walmart in Minnesota pensano solo al fatto che la loro busta paga è assicurata, che da cinquant’anni il livello di disoccupazione non era mai stato così basso, e loro hanno un lavoro sicuro. Questo è il fattore che da sempre orienta il voto a stelle strisce, impermeabile a quello che si decide al Congresso che dalla pancia dell’America è visto, giustamente, come qualcosa di teorico e molto lontano dalla loro quotidianità».

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. E l’apertura alle trivellazioni in Alaska lo dimostrano. Questo atteggiamento può pesare sul voto?

«Come dicevo prima, i reali elettori americani non sono gli studiosi dei think tank di Washington che si occupano del Green New Deal ma i veterani invalidi dell’Iowa, gli allevatori del Kansas, gli operai delle industrie dell’Illinois o del Wisconsin. Se le trivellazioni in Alaska contribuiscono a rafforzare l’indipendenza energetica degli Stati Uniti il bilancio dei favorevoli e contrari a questa politica pende certamente a favore dei primi».

Malgrado la guerra dei dazi, pare che i cinesi gradirebbero molto una riconferma di Trump, perché con le sue decisioni divide molto l’Europa e una realtà divisa è un boccone più facile per la Cina.

«Dietro la politica verso la Cina vi è quello che molti media hanno definito il “mastermind”, la mente geniale che sta ispirando la guerra commerciale dichiarata dal presidente Trump, l’economista Peter Navarro. Basta sfogliare il suo libro più importante, “Death by China: Confronting the Dragon – A Global Call to Action”, per leggere come a suo parere la Cina operi con “sussidi alle esportazioni illegali e manipolazione valutaria, inondando efficacemente i mercati statunitensi”. Una critica al capitalismo globale grazie al quale “le aziende americane non possono competere perché non sono in competizione con le compagnie cinesi, sono in competizione con il governo cinese”. Forbes ha persino parlato recentemente di “Navarro Effect” riguardo la politica internazionale americana, non solo verso la Cina ma per l’interesse a uscire dai tanti trattati commerciali internazionali che sono stati siglati negli ultimi anni. “The Trump Whisperer”, come viene chiamato Peter Navarro a Washington, è ispiratore di una politica estera, che è poi quella che il presidente Trump ha adottato sin dall’avvio della campagna elettorale nel 2016, molto chiara e persino banale: l’impegno americano ha un senso se c’è un interesse americano»

E il commercio internazionale?

«La grandezza dell’America nella proiezione dello scenario strategico del presidente Trump è quella di un Paese che guarda ai suoi confini e ai suoi interessi primari, siano questi la sicurezza interna o la crescita dell’economia e dell’occupazione. Non certo l’abdicazione a proteggere l’economia americana dall’attacco manifatturiero e finanziario cinese, solo per utilizzare magari il gigante asiatico in una partita a scacchi ideologica di contenimento della Russia ad Oriente. Esercizi questi certo affascinanti dal punto di vista di una filosofia dell’ordine mondiale, ma di controverso interesse diretto per i cittadini americani».

La debolezza del dollaro si potrebbe acuire con un democratico che favorisce l’export a discapito dell’import? «Certamente i mercati valutari possono risentire incisivamente di politiche divergenti in questo senso. E abbiamo visto come Trump consideri la Cina l’avversario numero uno per non dire il nemico. Mentre Biden ha dichiarato che l’America è contenta se la Cina cresce, e ha sempre guardato alla dittatura asiatica più come un partner che un competitore».

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