La ventata di paura che sferza l’Europa preoccupa. Il nuovo diffondersi della pandemia rischia di far crollare le poche certezze economiche ancora in piedi dopo la batosta del lockdown di primavera. Perché adesso che si minacciano – e già si attuano in molti Paesi – nuove chiusure, il bagliore produttivo che cominciava a intravedersi dopo mesi di buio rischia di affievolirsi ancora. «La recrudescenza autunnale del virus richiede un inasprimento delle restrizioni sanitarie che inevitabilmente rallenterà la ripresa, anche se non nella stessa misura del primo semestre 2020», dice Laurence Boone, capo economista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e consigliere economico del Presidente della Repubblica francese François Hollande dal luglio 2014 al marzo 2016. «Finché un vaccino non sarà disponibile e ampiamente distribuito, i settori maggiormente esposti alle restrizioni e alla paura dei consumatori di contrarre il virus (per esempio quello dei viaggi aerei e del turismo in genere) rimarranno al di sotto dei livelli precedenti alla crisi».
Come si può stimolare l’attività economica?
«Riuscire ad avere un’ampia distribuzione di un vaccino richiederà molto tempo e prevediamo che anche alla fine del 2021 – rispetto al 2019 – nell’Eurozona la produzione sarà inferiore. Ma riuscire a convivere con questa situazione e proteggere le attività è essenziale per mantenere la crescita in carreggiata. Per fortuna, le autorità monetarie e fiscali dell’area Euro hanno reagito prontamente e ampiamente. Ma affinché ci si risollevi, tutti devono pianificare attentamente la spesa per ricevere investimenti dai fondi europei».
La Fed ha almeno temporaneamente allentato l’obiettivo di inflazione: la Bce dovrebbe seguire un percorso simile?
«La Fed ha adottato un nuovo quadro flessibile di targeting dell’inflazione media, che riconosce che la politica monetaria può sostenere un’inflazione moderatamente superiore al 2%, finché il mercato del lavoro non riesca a riprendersi completamente. Ciò si basa su analisi che dimostrano che un sostegno monetario insufficiente può provocare un rallentamento prematuro della crescita economica e occupazionale. La Banca Centrale Europea sta riesaminando il proprio quadro monetario e sta esplorando una varietà di questioni, inclusa questa. Nella maggior parte delle recessioni cicliche l’occupazione e l’inflazione vanno insieme al ribasso e il sostegno è necessario per rilanciare entrambi. Negli ultimi anni, la Bce ha contribuito alla ripresa dell’occupazione nell’area dell’euro e si è dimostrata determinante per la sostenibilità della zona euro».
Per quanto tempo avremo ancora tassi di interesse così bassi?
«Rimarranno probabilmente prossimi allo zero per un periodo prolungato, riflettendo un’inflazione costantemente bassa e una crescita lenta. È essenziale che la politica monetaria rimanga accomodante, sostenendo l’area dell’euro in questi tempi difficili, come le altre banche centrali. Questa è la chiave per sostenere gli investimenti, pubblici e privati e i consumi, tanto necessari per affrontare la pandemia e ricostruire un’economia migliore e più forte. Ora non è il momento di preoccuparsi della exit strategy: lo faremo quando la crescita sarà più forte».
La pandemia ha provocato un aumento significativo del debito pubblico nella maggior parte dei Paesi industrializzati: esiste un rimedio?
«Il miglior rimedio al debito è la crescita. E il supporto più adatto alla crescita al momento è una combinazione di politica monetaria e fiscale accomodante, da accompagnare alle riforme strutturali necessarie per aumentare i livelli di occupazione e di produttività in modo che una crescita più elevata si materializzi in modo sostenibile, il più rapidamente possibile. Detto questo, dobbiamo anche iniziare a pensare a quadri di bilancio ben concepiti che rafforzino gli incentivi e ad avere le informazioni necessarie per una pianificazione prudente a lungo termine. Un inizio precoce delle revisioni della spesa pubblica, per tagliare spese a bassa priorità e inefficaci, contribuirebbe anche a creare spazio per nuovi investimenti in aree ad alta priorità. Questo avrebbe impatti positivi sull’economia e sul benessere, come salute, competenze, assistenza all’infanzia, mitigazione del cambiamento climatico e infrastruttura digitale».
Le nazioni europee hanno mostrato capacità diverse nell’affrontare la crisi attuale: aumenterà la disuguaglianza tra loro a causa della pandemia?
«Le conseguenze economiche di questa situazione non sono simmetriche. Esiste il rischio che ci siano sviluppi differenti nelle economie a causa della loro diversa composizione settoriale (per esempio per il turismo). Tuttavia, ci sono recenti azioni politiche dell’UE che aiuteranno a mitigare questa asimmetria».
Per esempio?
«Il programma di emergenza della Bce, che ha aumentato la flessibilità degli acquisti di asset nel tempo, tra le classi di attività e, soprattutto, tra le giurisdizioni. Ma altrettanto importante è il meccanismo di recupero e resilienza (RRF, Recovery and Resilience Facility) dell’UE, che ha il potenziale per svolgere un ruolo importante garantendo che i Paesi più colpiti abbiano i fondi per aiutare le loro economie a riprendersi in modo più forte e sostenibile. A tal fine, l’RRF offre più di 300 miliardi di euro in sovvenzioni, oltre ai tradizionali fondi strutturali».
La crisi ha rivelato gravi carenze per una limitata gamma di beni, come le mascherine…
«Tuttavia le catene di approvvigionamento globali hanno generalmente funzionato bene e non vi sono state mancanze generali di prodotti farmaceutici o alimentari. La carenza di mascherine è derivata da un enorme aumento della domanda che l’offerta globale non poteva soddisfare: prima dell’esplosione della pandemia: la capacità di produzione mondiale di mascherine era di soli 40 milioni di pezzi, mentre al culmine della crisi la domanda della Cina ammontava a 240 milioni di mascherine al giorno. LLe GVC, global value chain, hanno effettivamente risposto rapidamente alla produzione di apparecchiature mediche protettive in molti Paesi».
Come la Corea
«Sì che, sebbene non fosse tra i principali esportatori di test diagnostici in vitro, ne è diventata uno dei maggiori in soli tre mesi, con 40 aziende che servono più di 100 paesi. E anche la Cina stessa ha aumentato la produzione di maschere di 10 volte, fino a 200 milioni al giorno, dalla fine di marzo scorso».
Ma c’è ancora molto da fare
«Ci sono ancora tante cose che possono essere realizzate per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di beni sanitari, come una maggiore scorta di merci, garantire la diversificazione delle fonti di produzione e anche contratti a lungo termine per mantenere la capacità di fornitura».