Alberto Saravalle : «I fondi possono essere sospesi o revocati se gli obiettivi non vengono raggiunti»

A poche ore dalla scadenza per la presentazione del PNRR all’Europa, l’Italia tira le somme di un percorso complicato. Due Governi e una pandemia hanno amplificato le difficoltà di un Paese piegato da un’economia spesso zoppicante, per risorse interne e nelle relazioni di commercio internazionale. Per questo, l’occasione dei fondi erogati con il Recovery fund rappresenta una speranza per riuscire ad attrarre capitali esteri e ad essere competitivi in una realtà ormai in cambiamento repentino.

«I fondi saranno erogati entro la fine del 2023 (il 70% entro il 2022, il 30% nel 2023). Una prima tranche del 13% potrà però essere richiesta subito come prefinanziamento. Gli investimenti programmati dagli Stati in base ai fondi ottenuti dovranno però essere realizzati entro il 2026. Noi siamo i principali beneficiari per cui è importante che non si perda questa occasione storica. Prima si parte, meglio è. D’altro lato, è bene assicurarci che i programmi siano effettivamente realizzabili nei tempi previsti. Occorre ricordare, infatti, che gli Stati saranno monitorati e i fondi possono essere sospesi o addirittura revocati qualora gli obiettivi non vengano raggiunti in misura sufficiente».

L’Italia non cresce da vent’anni e la pandemia è stata il fattore scatenante che ha portato alla luce una serie di problematiche latenti da tempo

«I problemi sono sotto gli occhi di tutti e sono sempre gli stessi, come la perdita di competitività, ridotti investimenti in ricerca e sviluppo, impoverimento del capitale umano, inefficienza dell’amministrazione pubblica, lentezza della giustizia civile, emigrazione e invecchiamento della popolazione», spiega il professor Alberto Saravalle, avvocato e autore del libro “Contro il sovranismo economico”, scritto a quattro mani insieme a Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni. «Se non si cambia il paradigma ora, cogliendo questa opportunità dei fondi europei, l’ulteriore declino è inevitabile».

Com’è nata la scelta del titolo?

«Dalla curiosità intellettuale di capire un fenomeno di cui tanto si parla negli ultimi tempi, ma spesso in modo superficiale. Così, abbiamo cercato di ricostruire le diverse politiche economiche che vi sottendono e le abbiamo classificate con una serie di -ismi (statalismo, nazionalismo, protezionismo, dirigismo, sovranismo, unilateralismo, antiglobalismo). Il titolo vuole chiarire ai potenziali lettori che questo è non solo un saggio di politica economica, ma prende una chiara posizione politica. Tanto più necessaria, a nostro avviso, in un momento in cui queste posizioni sembrano minoritarie nel dibattito intellettuale e nella scena politica. Insomma è un richiamo alle armi».

Voi scrivete che tutti questi -ismi sono pericolosi e alimentano il dilagante populismo e sovranismo. Ma quale di questi lo è di più?

«Senza dubbio il nazionalismo, che storicamente si è accompagnato spesso a politiche illiberali, pulsioni razziste, istanze xenofobe. Oggi, in economia il nazionalismo si manifesta prevalentemente con un forte controllo sugli investimenti stranieri. Queste politiche sono volte apparentemente a proteggere il presunto interesse nazionale dalle invasioni di campo dall’estero, ma molto spesso si traducono in pesanti interferenze sulle scelte delle imprese. Le vicende del nostro golden power ne sono una buona esemplificazione. I poteri speciali del governo si vanno sempre più estendendo, ben al di là di quella che era la ratio originale della normativa».

Quali sono le soluzioni per contrastare le pesanti ripercussioni economiche causate dalla pandemia?

«Gli investimenti e le riforme strutturali previsti nel quadro del PNRR dovrebbero cambiare il tessuto economico, facendo ripartire la crescita. Il punto è però riuscire a realizzarli nei tempi previsti e non lasciarli solo sulla carta. In Italia il problema è sempre stata l’execution».

E quelle per le ripercussioni sociali, i cui effetti li vedremo probabilmente a lungo termine, dopo lo sblocco dei licenziamenti?

«Tutti i Paesi hanno creato reti di protezione, sistemi per limitare le ripercussioni sociali della pandemia. La differenza è che in alcuni, come gli Stati Uniti, si è preferito supportare i lavoratori dando loro direttamente degli aiuti economici, in altri, come l’Italia, si è impedito il licenziamento e si è cercato di mantenere in vita le imprese. Il problema è che prima o poi questo regime verrà meno e ci si dovrà confrontare con la realtà. Occorre investire molto per la riqualificazione dei lavoratori, piuttosto che per preservare delle imprese zombie».

Che cosa pensa del piano presentato dal Governo all’Europa la suddivisione dei fondi è giusta per i vari settori e le cifre saranno sufficienti per garantire la ripartenza del Paese?

«È previsto che almeno il 37% della dotazione di ciascun piano nazionale sostenga la transizione verde e almeno il 20% la trasformazione digitale. Sono i due punti dai quali dovrà ripartire l’Europa. Per noi è particolarmente importante il digitale, nel quale siamo molto indietro. Non si tratta però solo di utilizzare i fondi messi a disposizione dall’Ue. Sono altrettanto importanti le riforme strutturali (giustizia, fiscalità, PA, ecc.) che devono contribuire a cambiare il Paese. Gli investimenti da soli non bastano».

Siamo davvero sicuri che tutte le sovvenzioni dello Stato siano indispensabili?

«Temo proprio di no. Gli aiuti dovrebbero essere erogati solo dove la crisi è temporanea, dovuta alla pandemia, e vi è una ragionevole aspettativa che l’impresa possa poi riprendersi. Altrimenti, come detto poc’anzi, meglio aiutare i lavoratori anziché mantenere artificialmente in vita l’impresa. Il Temporary Framework sugli aiuti di Stato, adottato dall’Ue e più volte prorogato, serve a supportare l’economia a seguito dell’emergenza e comporta a termine l’uscita dello Stato dalle imprese. Ma si sa, in Italia – come diceva Prezzolini – non c’è nulla di più definitivo del provvisorio». 

Ora la speranza per agevolare la ripartenza è la corsa alle vaccinazioni

«Purtroppo, abbiamo perso molto tempo nella prima fase di contrasto alla pandemia per effetto della disorganizzazione. Ora è il momento di muoversi, prendendo ispirazione dalle best practice non solo all’estero, ma anche nel nostro Paese. La diversità nei risultati da una regione all’altra è la prova che si può fare di più e meglio».

Il virus sarà sconfitto grazie alle multinazionali farmaceutiche, ma quali rischi corrono le libertà civili ed economiche limitate dalle restrizioni dell’ultimo anno?

«Le restrizioni sono tollerabili se limitate temporalmente e proporzionate alla gravità della situazione. Mi piace sperare che questi ultimi dodici mesi siano stati per tutti un utile richiamo all’importanza della libertà, che prima davamo per scontata, e un monito sui rischi dei nazionalismi e dei populismi».

Il mondo di ieri era davvero meglio di quello di oggi come sostengono molti nostalgici?

«I nostalgici ci sono sempre stati e sempre ci saranno. C’è un bel film di Woody Allen (Midnight in Paris) che descrive bene questo fenomeno: qualunque sia il tempo nel quale si vive, si tende sempre a immaginare un’altra epoca come la propria epoca d’oro. Il presente è un po’ insoddisfacente, perché la vita è di per sé un po’ insoddisfacente, ci spiega Allen. Ciò detto in generale, nel nostro libro scriviamo che il mondo di ieri – quello cioè che si era formato dalla fine della seconda guerra mondiale ai primi anni 2000 – aveva visto una maggiore stabilità monetaria, la riduzione delle barriere tariffarie (e non), il multilateralismo come metodo privilegiato nelle relazioni internazionali, una forte riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, la tutela della concorrenza… oggi invece viviamo in un mondo dove sovranismo e populismo sono all’ordine del giorno».

Ci attende un mondo de-globalizzato? «Non credo assolutamente. Per riprendere una nota frase di Mark Twain, direi che la notizia della morte della globalizzazione è fortemente esagerata. Già in questi mesi, nonostante i richiami al cd. reshoring (il rientro delle imprese che avevano delocalizzato la produzione) per ricostruire su base nazionale le filiere di produzione, il fenomeno non attecchisce. Il rischio piuttosto è di un maggior decoupling (disaccoppiamento) tra grandi blocchi (Stati Uniti e Cina, ma anche Ue e Russia). La competizione nel settore digitale e dell’alta tecnologia, per esempio, fa sì che si creino standard diversi, basti pensare al 5G, per cui gli Stati saranno costretti a scegliere e questo ovviamente comporterà maggiori oneri per tutti e tempi più lunghi».