Cambiare rotta, fin da subito, per non vanificare gli sforzi fatti fino a oggi. Nell’anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile i dati sul tema a livello mondiale non sono affatto incoraggianti: all’inizio del 2020 i bambini sfruttati erano 160 milioni (quasi 1 su 10) e negli ultimi quattro anni il loro numero è aumentato di 8,4 milioni. Queste le recenti stime di Unicef e Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). «Bisogna affrontare il tema non solo da un punto di vista educativo, ma soprattutto in termini economici e, in parte, anche antropologici», dice Maria Angela Grassi, presidente Anpe (Associazione nazionale pedagogisti italiani). «Economici, perché è noto che sul lavoro minorile prosperano le multinazionali; quelle che propongono un sistema di tracciabilità sono poche e la possibilità di una verifica puntuale non sempre è facile. Antropologici, perché il concetto di minore e, quindi, di persona abile al lavoro, è differente tra culture e zone del mondo». 

Secondo le stime più recenti dell’UNICEF, in tutto il mondo 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni sono coinvolti nel lavoro minorile

Dei 115 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni impiegati nelle forme peggiori di lavoro minorile, come quelle che prevedono carichi pesanti, contatto con sostanze chimiche e un orario di lavoro prolungato, il 60% risulta impiegato nell’agricoltura, il 7% nell’industria e il 26% nei servizi. Nell’Africa Subsahariana lavora più di un terzo dei bambini. «Il lavoro minorile è sia causa che conseguenza della povertà e del disagio sociale» ha dichiarato Giacomo Guerrera, Presidente dell’UNICEF Italia, alla vigilia della Giornata contro il lavoro minorile (12 giugno). 
«Nei Paesi in via di sviluppo, molti bambini sono costretti a lavorare perché sono orfani o separati dalle famiglie, o perché devono sostenere il reddito familiare. La crisi finanziaria globale ha ulteriormente spinto i minori ad avviarsi precocemente al lavoro, specie verso le forme di lavoro più pericolose. E per le bambine la situazione è ancora più pesante, perché oltre a lavorare, esse devono occuparsi dei lavori domestici e della cura dei fratellini più piccoli, rinunciando alla scuola. Se è vero che la povertà è il seme del problema, bisogna intervenire per spezzare il circolo vizioso povertà-lavoro minorile-ignoranza-povertà» ha concluso Guerrera.

In Italia, l’anno scorso, sono stati 127 i casi di minori irregolarmente occupati accertati dall’Ispettorato nazionale del lavoro, 375 in meno rispetto al 2019, con 502 casi. Nel 2018 sono stati 263 e nel 2017 erano 220. Numeri che fanno riflettere. «Sarebbe urgente disporre non solo di maggiori risorse, ma anche di adeguati cambiamenti strutturali e ordinamentali», fa un appello la Grassi. «Desidero sottolineare la necessità di un impegno concreto e solidale da parte degli Stati contro una piaga intollerabile che coinvolge ancor oggi, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre 150 milioni di bambini», ha dichiarato in una nota il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «L’ambizioso obiettivo è di porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme (compreso il turpe reclutamento e uso di bambini soldato), entro il 2025».

Intanto il governo cerca di porre rimedio con stanziamenti importanti: 19,81 miliardi di euro nel PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) per le politiche sul lavoro, infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, e interventi speciali per la coesione territoriale. A ciò, si aggiungerà un Piano d’azione nazionale con lo scopo di combattere il lavoro sommerso. Nei prossimi mesi, inoltre, è prevista l’assunzione di 2 mila ispettori del lavoro. «Come associazione, apprezziamo che gli interventi del Pnrr abbiano ricadute occupazionali a favore dei giovani e che l’attenzione alle nuove generazioni sia presente in tutte le missioni, delle quali si ritiene fondamentale quella dedicata a “Istruzione e ricerca”, in cui sono previsti il contrasto all’abbandono scolastico, la digitalizzazione della didattica, i percorsi professionalizzanti e il potenziamento della ricerca, tutti obiettivi per noi prioritari soprattutto in un momento come questo, che ha visto acuirsi a tutti i livelli le disuguaglianze già esistenti».