• giovedì, 2 Dicembre 2021

RIFORMA DEL FISCO ALL’ORIZZONTE,«RIDURRE LA PRESSIONE FISCALE E SEMPLIFICARE CON INTERVENTI AMPI»

Un intervento efficace sul fisco è di ampio respiro. «Importante è non procedere in direzione di una semplice riforma tout court delle aliquote, ma verso una revisione organica della norma», afferma Costantino De Blasi, amministratore unico di Re value e partner presso IS&B Srl, autore per Liberi oltre le illusioni. «Abbiamo a che fare con un impianto normativo di per sé vecchio e su cui i vari governi degli ultimi anni sono intervenuti con aggiustamenti, spesso inefficaci, che hanno complicato enormemente il prelievo fiscale e la compilazione delle dichiarazioni da parte del contribuente». L’efficientamento della tassazione, una delle tre riforme ritenute essenziali all’attuazione del PNRR assieme a giustizia e pubblica amministrazione, è tema caldo di questi giorni. E forze di governo e opinionisti si dividono sul merito delle modifiche a un sistema troppo complesso e, come sostiene la Corte dei conti, troppo incentrato sul prelievo dal reddito dei dipendenti.

Nel PNRR si parla anche di una riforma,i cui punti focali dovrebbero essere la creazione di un codice unico di riferimento e una revisione delle aliquote IRPEF. In concreto, qual è l’utilità di un intervento del genere?

«Il punto fondamentale di un progetto di rinnovamento del fisco è cercare di elaborare una manovra complessiva, organica ed efficace, che tenda a due obiettivi: il primo è ridurre la pressione fiscale generale, dato che in Italia non solo è superiore alla media europea e a quella OCSE, ma è persino aggravata se si tiene conto del sommerso e dell’evasione. In sostanza, questo fa sì che quella percentuale del 42,5% calcolata sul PIL incida in realtà per oltre il 53,5% sui contribuenti che pagano le tasse. Il secondo è quello di una semplificazione: vista la modalità di intervento degli ultimi esecutivi, con piccole modifiche spesso applicate in sede di legge di bilancio, si è ottenuto un fisco troppo complesso e appesantito da centinaia di tax expenditures. Un sistema fiscale di questo genere si presta a pratiche poco pulite, come anche a contestazioni da parte dell’agenzia delle entrate, spesso a spese del contribuente, e a continui interventi di aggiustamento o condoni che ne diminuiscono l’efficacia. Quanto alle aliquote marginali, nel nostro Paese quelle dell’IRPEF sono già caratterizzate da una forte progressività. Laddove esiste un problema è forse nel passaggio tra la seconda e la terza fascia, in cui la percentuale cresce dell’11%, aumentando così di molto l’imposizione su un livello di reddito ancora relativamente basso».

Su chi ricadrà la riduzione dell’IRPEF?

«Questa è una domanda cui dovrà rispondere la politica, a seconda degli obiettivi che si creeranno in commissione e in parlamento. Gli obiettivi politici purtroppo sono sempre stati un freno alla razionalizzazione della materia fiscale. Negli ultimi giorni, per esempio, stiamo assistendo a una spinta di alcune forze politiche verso un aumento della tassa di successione, ma ho l’impressione che la proposta non si inserisca nel quadro più generale della riforma. Così facendo, si rischiano problemi ulteriori di razionalizzazione del sistema, che significa continuare sulla via del fisco cervellotico e spesso ingiusto che abbiamo in questo momento».

I dati degli ultimi anni indicano che in Italia si tende a risparmiare più che a investire. Non sarebbero dunque più utili all’economia interventi volti a tassare il patrimonio al posto del reddito, come l’aumento delle tasse di successione o una patrimoniale?

«Io credo non sia scandaloso parlare di un aumento della tassa di successione. Sia perché quella italiana è oggettivamente molto bassa rispetto ai valori di altri Stati europei, sia perché può effettivamente avere l’effetto redistributivo di cui si parla, a patto che le risorse siano utilizzate con raziocinio. Bisogna però partire da un’analisi più approfondita per considerare una manovra del genere. Il patrimonio italiano a oggi è costituito principalmente da immobili: su 9500 miliardi totali ne abbiamo circa 5200 di immobili, sui quali la tassazione italiana è in linea con la media. Il resto è costituito da fondi di investimento, strumenti di risparmio ecc.: su queste forme di risparmio la nostra tassazione tende a essere superiore al resto d’Europa. Infine, visto che la tassa includerebbe anche un’imposizione sulle donazioni effettuate prima della morte, bisogna analizzare il prelievo sulle transazioni finanziarie, che in Italia è ben al di sopra di quello europeo e dei Paesi OCSE. Come vede, perché quest’imposta produca dei benefici bisogna effettuare uno studio accurato e fare in modo per esaminarne gli effetti al margine, altrimenti si rischiano errori che gravano sui cittadini».

Un’eventualità presa in considerazione è quella di un aumento dell’IVA a favore dell’IRPEF: così facendo non si rischia di frenare i consumi?

«A proposito di questo la Commissione Europea ci ricorda da anni che in Italia sono fortemente tassati i redditi e relativamente poco i consumi. La questione fondamentale consiste nel trovare il mix giusto per l’equilibrio: è evidente che prendere un prodotto con IVA agevolata al 10% e portarla al 22% sarebbe un grosso freno, ma questo tipo di provvedimenti va preso tenendo conto della razionalità e dei comportamenti degli agenti economici. Un dato di fatto è che il reddito sia estremamente tassato e che una parte spropositata della pressione pesi su categorie relativamente poco abbienti. Innanzitutto, va rivalutato l’impianto fiscale delle aliquote marginali, naturalmente valutando anche soglie di esenzione e no-tax area. Dopodiché, si può pensare a un aumento dell’IVA, ma sempre ragionando in termini di ottimizzazione, altrimenti si rischia di non ottenere gli effetti attesi».

Restando in argomento, una categoria il cui trattamento rischia di essere fortemente modificato è quella delle partite IVA a regime forfettario, che al momento godono di una flat tax. Visto che si tratta di persone fisiche che esercitano attività imprenditoriali, questo provvedimento scoraggia l’impresa?

«Sì, ma questo è l’effetto distorsivo di una legge studiata male e applicata peggio, ovvero la flat tax del precedente governo. Essendo una sorta di franchigia concessa a chi resta al di sotto dei 65000 euro di fatturato, rappresenta un fortissimo disincentivo al guadagno e alla dichiarazione dei redditi. È invece un incentivo all’elusione fiscale, o peggio all’evasione, ma anche solo a pratiche come quella di posticipare la fatturazione dei redditi d’esercizio. Ebbene, interventi come questo fanno male al Paese e mostrano ulteriormente come sia necessaria una riforma completa, e non queste “aggiustatine”. Quanto al disincentivo all’impresa togliendo la flat tax, è sicuramente un problema, ma dovrà essere affrontato per forza, stante il fatto che oggi c’è invece un incoraggiamento perverso a restare nel forfettario eludendo il regime ordinario».

Una delle prime mosse in materia fiscale del governo Draghi è stata lo stralcio delle cartelle esattoriali al di sotto dei 5000 euro. Condoni come questo possono essere deleteri nella lotta all’evasione?

«Certamente. Ma bisogna ricordare che il governo Draghi è un esecutivo di compromesso. È nato da un momento di fortissima emergenza, ovvero la necessità di gestire al meglio i fondi del Recovery plan, che può essere un’arma a doppio taglio, nella misura in cui aggiunge parecchio debito alle già dissestate finanze del Paese. Su questo e sul piano vaccinale Draghi ha avuto piena autonomia, mentre ho l’impressione che sul resto si dovrà adattare a soluzioni di compromesso tra le forze che compongono la maggioranza, e il condono è stata sicuramente una di queste».  ©   Marco Battistone

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