NANOTECNOLOGIE: «L’EUROPA VERSO LA RIMONTA SUGLI USA, MA SERVONO PIÙ INVESTIMENTI»

L’Europa lancia la sfida dell’uso delle nanotecnologie: dopo una faticosa rincorsa verso gli USA che dura da almeno vent’anni, il gap tra i due continenti si sta assottigliando. Gli investimenti da questa parte dell’Oceano, però, sono ancora pochi. Una delle motivazioni del nuovo corso è la pandemia, che ha portato nel tessuto industriale europeo una necessità di innovazione dei comparti produttivi. L’Italia gode di un vantaggio: il dinamismo delle piccole e medie imprese, spontaneamente adatte alla modernizzazione senza dover far fronte alle ingombranti riqualificazioni delle grandi aziende. «Siamo nell’età dei super materiali, una delle più grandi rivoluzioni della storia dell’uomo. E una delle strade principali per crearne è la nanotecnologia», dice Giuseppe Galimberti, Chief Executive Officer di Nano-Tech. «La mia sensazione è che negli ultimi anni il gap tra USA e Europa si stia colmando. Il nostro è il Paese nell’Europa che in questo momento può beneficiare maggiormente dell’unico lato positivo della pandemia: il tempo per rivisitare gli sviluppi di prodotto. Grazie agli stop forzati delle produzioni c’è stata l’occasione per immaginare nuove soluzioni».

Quanto tempo ci vorrà perché la quotidianità delle persone venga travolta da questa rivoluzione dei materiali?

«Lo è già, spesso non ce ne rendiamo conto. Pensiamo alla mobilità elettrica, un settore che nel 2025 è atteso a 800 miliardi l’anno, possibile solo grazie all’evoluzione dei materiali. O all’Internet of Things: materiali che fungono da sensori e mandano informazioni, di modo che gli oggetti possano comunicare con noi. O mi vengono in mente gli studi sui vetri che respingono l’acqua, che porteranno ad auto che non necessiteranno più di tergicristalli. Molte altre novità non sono così prossime ma sono in fase di studio avanzato, soprattutto nel caso delle innovazioni in ambito medico, dove in certi casi si sta davvero ipotizzando la fantascienza. Esiste uno studio di frontiera, sembra assurdo, su particelle che si assemblano da sole che inserite nel corpo umano possono unirsi creando dei robot che possano eseguire operazioni chirurgiche. Ci sono società di biotech valutate milioni solo sulle ipotesi di cura di malattie, figuriamoci cosa sarebbe per qualcosa del genere».

Ma ad oggi come si configura l’Italia rispetto al resto del mondo nel campo delle nanotecnologie?

«Non è mai passata certo per essere una leader di mercato purtroppo. L’Italia e l’Europa su queste innovazioni hanno sempre peccato di scarsa lungimiranza. L’America è il benchmark del settore e lì i finanziamenti sono di ordini di grandezza immensamente superiori. Qui gli sviluppi delle nanotecnologie sono spesso lasciati a piccole realtà lasciate a svilupparsi con le proprie forze. Le PMI italiane hanno sempre potuto destinare meno risorse all’aspetto innovativo e di ricerca, è quello che ora sta cambiando».

Quindi in USA il settore beneficia di fondi statali ad hoc?

«Sì, già l’amministrazione Clinton pianificò un programma multimiliardario per lo sviluppo delle nanotecnologie in varie forme, stanziandone soprattutto in strumentazione. Ad oggi l’Italia e l’Europa non hanno niente di equivalente e soffriamo questa differenza. Qui quello che arriva proviene dai programmi di finanziamento per innovazione dell’economia reale dall’UE e del Recovery Plan, che si rivolgono anche ad aziende nanotecnologie che senza un connotato specifico su di esse».

Non soffriamo da soli però…

«No. Francia, Germania e Inghilterra riservano alla ricerca punti percentuali in più, ma i nostri cugini europei non hanno mai spiccato nel mondo delle nanotecnologie. Russia e Cina invece hanno stanziato qualcosina avvicinandosi agli USA. Ma da noi il divario si è allargato».

Considerato che la nanotecnologia è al centro della rivoluzione industriale di questi anni, come è potuto avvenire questo?

«Per motivi legati alla convenienza e ai tessuti industriali. Prima di tutto quello della nanotecnologia è un settore risalente a decenni fa ma molte grandi innovazioni (come la nanoparticella del grafene) sono arrivate da non più di 15 anni. Non è tanto tempo per implementarne l’utilizzo e trovare tutte le giuste applicazioni. E soprattutto, la manifattura è un mondo molto competitivo e ci sono poche strade per avere successo: si può inventare un nuovo prodotto, difficilissimo, oppure inventare un nuovo processo produttivo. Cosa rimane per avere un oggetto migliore che batta la concorrenza? Partire dal materiale migliore».

Ma adottare il materiale migliore poi comporta altri passaggi che possono risultare molto complicati se non inattuabili…

«Vero, perché un’invenzione diventi un’innovazione deve essere utile, avere un buon prezzo/costo e un’alta applicabilità. Quindi l’adozione di un’innovazione da parte dell’industria deve prevedere un processo applicativo che non rivoluzioni il processo produttivo. Se ho un materiale stupefacente e un grande gruppo automobilistico ci può produrre una nuova auto ma per farlo deve modificare tutti gli impianti produttivi, la chance che non lo farà è molto alta. La nanotecnologia nella sua applicabilità deve sempre pensare a questi grandi ostacoli. Lo deve fare con una sinergia forte con l’industria. Il vantaggio competitivo che hanno sempre avuto gli USA è in questa combinazione, in un substrato economico che favorisce lo sviluppo. In Italia è all’orizzonte una spinta all’innovazione simile e con questa nuova ventata potremmo recuperare la produttività degli anni precedenti al 2008. E le nanotecnologie hanno un ruolo chiave».

Si stima che nel 2021 il turnover complessivo dei mercati in nanotecnologia raggiungerà quota 71,2 miliardi di dollari, per i prossimi anni il tasso di crescita annuo atteso tra il 17% e il 25%. Quindi sono i migliori consigli per chi oggi vuole investire nel settore?

«Bisogna comprendere che quello della nanotecnologia oggi è un ambito talmente vasto che tocca praticamente tutto. Tantissime aziende ne sono coinvolte, anche solo marginalmente. In questo scenario c’è in effetti una scarsità di offerta di società che si occupano esclusivamente di nanotecnologia. Tra queste c’è chi lavora direttamente sulle nanoparticelle, chi crea semilavorati. Alcuni saranno più protagonisti di altri. La difficoltà per gli investitori sta nell’individuare la pepita che brilla più delle altre in un trend di crescita. Ma quando si trova, la possibilità che i risultati di queste società diano dei ritorni altisonanti è elevata. Vale la pena cercarne e secondo me bisogna guardare soprattutto verso quelle che lavorano direttamente sui materiali. Perché poi, ovviamente, c’è anche tutto il comparto che si occupa di macchinari e apparecchiature, come microscopi o miscelatori. Bisogna prestare poi attenzione al mondo delle aziende di materiali compositi, come le fibre di carbonio o di vetro. L’utilizzo di questi è destinato ad aumentare esponenzialmente per tanti oggetti e componenti della vita di tutti i giorni. E si uniranno all’evoluzione dei supermateriali. Insomma, questo si traduce in opportunità per ogni campo. Per non parlare dell’aspetto occupazionale: da sempre si dice che la tecnologia toglie posti di lavoro ma la nanotecnologia va proprio nella direzione di crearne di nuovi».

Con Nano-tech avete recentemente attivato una raccolta in equity crowdfunding dedicata agli investitori retail, superando l’obiettivo minimo di 300mila euro. Che ruolo può avere l’equity crowdfunding nello sviluppo delle aziende del futuro?

«È uno strumento che va nella direzione della disintermediazione del sistema bancario, che in questo momento storico va per la maggiore al di fuori dell’Europa e l’Italia. In USA le fonti di finanziamento delle imprese vengono per l’80% direttamente dal mercato e per il 20% dal sistema bancario. Da noi questa proporzione si inverte. Nei conti correnti di tantissima gente siede molta liquidità e al tempo stesso sono richiesti grandi sforzi di finanziamento dell’economia reale. Perché non consentire a quella massa di denaro di venire incanalata nel mercato? Spesso si usa la formula del Club Deal, mettere insieme imprenditori illuminati che investono. Ma quanti tra i piccoli hanno accesso ai deal importanti? Pochi. L’equity crowdfunding consente una diffusione dell’azionariato che non ha normalmente accesso a queste opportunità. È un modo per ridistribuire anche ai piccoli imprenditori opportunità di investimento di solito destinate a pochi. Ci stiamo arrivando piano piano, prima attraverso la regolamentazione, poi con un aumento della professionalità e un’attività di convinzione di questi investitori, è una strada che va nella direzione giusta. Purtroppo l’equity crowdfunding italiano è concentrato soprattutto nel mercato immobiliare, un po’ nel digitale e ancora molto poco nell’industria. Gli imprenditori devono capire che è il momento giusto per buttare il cuore oltre l’ostacolo».