• lunedì, 15 Agosto 2022

Arte: con +400% la Contemporanea traina il mercato

Numeri record per l’arte. Rialza la testa il mercato che, dopo aver subito un -34% del fatturato globale nel 2020, nel 2021 registra un dato positivo di 2,7 miliardi di dollari, con più di 100.000 transazioni e un tasso di invenduto molto basso, inferiore al 30%. Secondo il report ArtPrice a guidare il mercato dell’arte è il settore Contemporaneo, che ha chiuso l’anno con un +400%, registrando numeri importanti: 363 opere sono state battute all’asta per più di un milione di dollari e 26 di queste addirittura per più di 10 milioni. «I giovani primeggiano: sono causa continua di un effetto di cambiamento. Non può esistere una scuola, di qualsiasi ordine e grado, senza di loro», spiega la Prof.ssa Cristina Muccioli, critica e curatrice d’arte. «Sono i veri protagonisti di un presente complesso, in transizione. E smarcandosi dalla concezione aulica, ma polverosa, di bottega oggi le istituzioni AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) stanno diventando università dell’arte, della musica e della moda».

Quanti sono i giovani italiani che sognano un futuro nel mondo dell’arte?

«Il 17% degli studenti italiani richiede l’accesso agli atenei che offrono percorsi di studio in Design, Arte e Architettura, indirizzo che occupa il 5° posto nelle facoltà universitarie scelte dalle ragazze. E poi ci sono centinaia di stranieri che scelgono il nostro Paese per frequentare l’università. Ogni anno all’Accademia di Brera, dove insegno, su 4500 iscritti, 1133 sono stranieri. La distribuzione territoriale di chi non ha cittadinanza italiana evidenzia certamente una maggiore concentrazione al Nord, ma questo è dovuto a un annoso divario che richiede investimenti mirati e strategici nelle strutture del Centro e del Sud, zone che offrono potenzialità naturali e culturali di enorme rilievo ma trascurate e sottovalutate. Numerosi sono anche i ragazzi che studiano all’estero (Belgio, Svizzera, Germania, Francia e altre nazioni europee) attraverso l’Erasmus, incrementando la propria esperienza, le conoscenze e le prospettive. Non si tratta di un abbandono, ma di un arricchimento. I cervelli non fuggono, si spostano. Viaggiano e tornano. Chiunque si trovi ad assumere candidati in un’azienda tende a preferire chi sa più lingue, chi ha studiato in più luoghi e Paesi rispetto a chi è nato e cresciuto nello stesso posto, con una conoscenza approssimativa e sommaria di una lingua straniera. Lo stesso accade a chi deve selezionare un artista per un’opera d’arte pubblica, oppure per una committenza da collezionismo privato».

Che cosa sognano per il loro futuro professionale?

«Quel che fatichiamo a capire della globalizzazione è proprio il globo, con le linee che finiscono sempre per chiudersi su loro stesse. Su una mappa bidimensionale, invece, le linee possono partire e allontanarsi all’infinito. I flussi, le famose contaminazioni, gli incroci e gli scambi sono linfa vitale per la conoscenza e il progresso. Esiste una globalizzazione anche negli impieghi e negli sbocchi professionali. Il lavoro dei sogni è un concetto affascinante, ma vago. Quel che cercano i ragazzi, che abbiamo cercato tutti noi, è di poter realizzare il proprio talento. Se tutti fanno e studiano la stessa cosa, una buona parte la farà mediocremente perché non è portato».

Quali possono essere gli sbocchi professionali meno conosciuti per chi scegli il mondo dell’arte come proprio percorso universitario?

«La formazione non è solo pratica, come accade nelle discipline di pittura, scultura, grafica e incisione, fotografia, scenografia, restauro ma anche teorica. Ci sono indirizzi che non prevedono capacità esecutive delle opere, ma gestionali e critico teoriche, come Comunicazione e Didattica dell’arte, nei quali si impara come si diventa critici e curatori, come si interpreta e si recensisce un’opera, come la si valuta economicamente, oppure che cos’è un museo e la linea curatoriale necessaria per concepire mostre adatte alla collezione permanente, o alla valorizzazione degli artisti emergenti. Ci sono ragazzi che diventano documentaristi, registi o dronisti professionisti dopo essersi laureati in pittura. I corsi che insegnano a padroneggiare l’universo digitale, come quello di Digital video, focalizzato sullo studio e sulla pratica delle immagini in movimento, non mancano, ma in più questi studenti sviluppano uno sguardo e una sensibilità per il paesaggio che non ha chi ha avuto soltanto una formazione tecnica».

Quali sono i nuovi settori legati all’arte che attraggono di più?

«Ogni crisi, inclusa quella climatica dell’antropocene, è occasione di innovazione e di sperimentazione, di scoperta ed evoluzione. I giovani sono spontaneamente responsabili e attentissimi alla scelta di materiali sostenibili, di tecniche produttive poco impattanti. Guardano alla scienza che guarda a loro: sanno che la designer americano-israeliana Neri Oxman ha prodotto meravigliosi tessuti per il design e la moda attraverso l’Escherichia Coli, un batterio che può essere anche letale e che tutti noi abbiamo nell’intestino; che il Green Product Award 2020 è stato vinto da Adrian Lopez Velarde e Marte Càzares, due giovani imprenditori che in Messico ricavano ecopelle da cactus e fichi d’India, piante grandemente abbondanti nella zona desertica di Zacatecas. Le foglie cadute nell’Orto Botanico, le bottiglie di plastica vuote, le bustine di thè usate, la carta destinata al macero, tra le mani degli studenti di Eco-design diventano materia prima e preziosa per opere di grande impatto estetico, oltre che di apprezzabile inventiva ed etica».

Il mondo dell’arte come tutti ha subito il duro colpo inferto dalla pandemia. I fondi del PNRR possono essere considerati un valido aiuto per il settore?

«Purtroppo, gran parte dei fondi stanziati dal Recovery Plan andranno ai cosiddetti corsi abilitanti, di stampo tecnico-scientifico, con relazioni immediate con le industrie produttive, come se l’arte, la cultura visiva, il teatro, il cinema fossero un frivolo accessorio sociale. Poi si parla di interdisciplinarietà… ma i ragazzi sanno differenziarsi e crederci nonostante la grande cautela, la diffidenza mostrata e calcata dalle partizioni dei fondi ottenuti».

La digitalizzazione rappresenta un valido aiuto?

«La pandemia purtroppo non è ancora finita e i danni non possono ancora essere stimati con precisione. Certamente ha inferto un colpo durissimo al mondo dell’arte. Gli ingressi ai Musei italiani in pandemia sono calati del 77% e le Gallerie pubbliche e private hanno subito la stessa sorte, ma c’è un pulsante e vitale. Molti musei hanno offerto, perfezionato, alzato qualitativamente la possibilità di vistare le sale attraverso la connessione digitale, permettendo agli utenti e agli spettatori di godere di alte risoluzioni delle immagini delle opere impossibili da raggiungere in presenza. Conferenze, presentazioni, dibattiti, performance, hanno acceso la luce sul sistema museale anche per chi prima non aveva una frequentazione abituale. Con flessibilità e agilità mentale, riuscendo a tenere i piedi in due scarpe, dobbiamo imparare come attori e come fruitori dell’arte a cambiare paradigma, a decidere – laddove si può scegliere – se visitare virtualmente una mostra o in presenza, oppure ancora – e arriverà questa integrazione – in entrambi i modi. L’uno non esclude l’altro, anzi si possono rafforzare a vicenda. In fondo lo abbiamo sempre fatto senza pensarci e senza accorgercene, guardando le fotografie stampate dopo un viaggio, o un documentario in tv che ci ha acceso la voglia di andare di persona».

La tanto discussa didattica a distanza ha permesso di continuare l’insegnamento con facilità o ne ha ampliato le problematiche?

«A livello di didattica è superfluo e ozioso chiedersi se sia meglio o no in presenza. Ogni informazione, insegnava Platone 2500 anni fa, può essere trasmessa attraverso un supporto, che sia la tavoletta di cera o lo schermo di un tablet, mentre per la formazione servono i corpi. Tendo a pensarla allo stesso modo, ma senza la DAD avremmo avuto il vero trauma: l’interruzione del percorso scolastico e universitario. Sarebbe come interrogarsi sull’opportunità di usare il paracadute se costretti a lasciare l’aereo in volo. La digitalizzazione ci ha salvati. Ora si tratta di mutare, di agire e non più di reagire, di non vivere in emergenza ma di capire come sfruttarla meglio, con lezioni in streaming per chi è impossibilitato a partecipare per malattia o altri imprevisti, per permettere a studenti lontani o anche all’estero di frequentare un Master senza i costi onerosi di uno spostamento permanente».

Come vede il futuro del settore?

«L’arte avverte sempre prima i grandi cambiamenti, è come una sonda che intercetta, traduce segnali intermittenti e dispersi in immagini evocative, capaci di parlare allo sguardo e all’emotività di tutti noi. Già nel 2018 Manuela Manfredda, allieva della Scuola di Scultura dell’Accademia di Brera, presentava al Festival della Filosofia di Modena per Galleria ArteSì una serie di lavori fatti in fibra ottica e altri materiali tradizionali, come il legno. La rete è un simbolo arcaico che attraversa i millenni, che racconta di pescatori ed economie di sussistenza. Oggi la parola “rete” richiama il net-work, i social, l’e-commerce che ha arginato la deriva commerciale implicata dal lockdown. Le sue reti in fibra ottica che si accende di luce azzurra a illuminare trama e ordito dei nostri contatti, dei nostri scambi vitali è monumento contemporaneo di sorprendente espressività e chiarezza, senza essere né banale, né descrittivo. Sono un invito al fare rete virtuosamente, non solo all’esserlo, tantomeno al subirlo».                                                       ©

Crediti: Cristina Muccioli

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